“Ungheria, dopo Orbán via i veti su fondi e Ucraina: così Magyar riporterà Budapest nell’Unione Europea”, parla l’esperto
Con la fine dell’era di Viktor Orbán, l’Ungheria si affaccia su uno scenario politico del tutto inedito, sospesa tra il desiderio di cambiamento e l’eredità di un sistema di potere radicato in sedici anni di governo. La netta vittoria di Péter Magyar e del partito Ti.sza ha rimescolato le carte a Budapest, aprendo una fase di transizione che l’Europa osserva con estrema attenzione: si tratterà di una vera rottura con il passato o di un adattamento graduale delle strutture esistenti?
Al centro del dibattito non c’è solo la politica interna, ma il futuro dei rapporti con Bruxelles. Lo sblocco dei fondi europei e la posizione ungherese sul conflitto in Ucraina sono i primi nodi di una matassa diplomatica che il nuovo governo dovrà sbrogliare rapidamente per ridare credibilità internazionale al Paese. Tuttavia, smantellare l’apparato costruito da Orbán — dal controllo sui media all’influenza russa nell’economia — rappresenta una sfida che va ben oltre il semplice risultato elettorale.
A fare chiarezza sulle prospettive di questa nuova stagione è Francesco Guida, Professore Emerito di Storia dell’Europa orientale presso l’Università di Roma Tre, che ad Affaritaliani ha analizzato le priorità del nuovo esecutivo e gli ostacoli che Magyar dovrà affrontare per riportare Budapest nel cuore del progetto europeo.
Dopo la fine dell’era di Viktor Orbán, come potrebbero evolvere i rapporti con la Russia e con l’Unione Europea? È plausibile uno sblocco rapido dei fondi europei?
“Difficile fare pronostici. Tutto dipenderà dalle prime mosse del nuovo primo ministro Magyar. Tuttavia, se la disponibilità manifestata verso l’Unione Europea – ben rappresentata anche dall’affiliazione di Ti.sza. (Rispetto e libertà) al PPE – si trasformerà in scelte concrete, è del tutto lecito pensare sia all’eliminazione del veto ungherese riguardo ai fondi stanziati per l’Ucraina, sia a una regolare ripresa dei versamenti europei allo Stato ungherese.
È noto che nella campagna elettorale, ma anche prima, le correnti filoeuropee e lo stesso partito di Magyar (Ti.sza) hanno sottolineato come i finanziamenti europei abbiano contribuito, lungo più decenni, al progresso dell’Ungheria in molteplici settori. Non sarebbe buona politica di Bruxelles rinunciare a dimostrare la bontà di quelle affermazioni: anche in Ungheria, come in altri Stati entrati nell’UE tra il 2004 e il 2013, è del tutto opportuno cercare di ricostituire un’opinione pubblica maggioritaria che veda nella UE il contesto giusto per la crescita del benessere della popolazione”.
Con Péter Magyar dobbiamo aspettarci una reale discontinuità nelle politiche pubbliche e nelle élite di governo, oppure una trasformazione più graduale del sistema costruito da Orbán?
“Il nuovo parlamento ungherese presenta una strana conformazione. Vi sono presenti tre partiti: uno di estrema destra, con pochissimi deputati, uno di destra ‘illiberale’ con una rappresentanza cospicua e uno di centro-destra con una maggioranza superiore ai due terzi e quindi in grado di riformare anche la Costituzione. Ciò si deve in parte alla legge elettorale centrata su un altissimo numero di collegi uninominali, ma anche alla netta vittoria di Ti.Sza con la maggioranza assoluta dei voti. Se con tale maggioranza di voti si confrontano e si sommano i suffragi raccolti da Fidesz e Mi Hazánk, si capisce, da una parte, che ben più del 40% degli ungheresi non ha votato per il cambio, ma pure, dall’altra, che Ti.Sza ha raccolto il consenso di elettori che, in un’altra situazione, avrebbero votato più a sinistra, per formazioni liberali o socialiste.
Magyar forse terrà presente tale fatto e allora non darà luogo, certo, a una vera ‘rivoluzione’ ma cercherà di cancellare alcune norme che garantivano a Fidesz un concreto controllo su larga parte della società, anche se essa non aveva dato luogo, per questo, a una vera dittatura. Si ricordi che nella storia ungherese, tra le due guerre mondiali, vi fu un regime autoritario (identificato con il reggente Horthy) che pure salvava in buona misura alcune regole democratiche. Se ciò avverrà, cioè se Magyar attuerà un vero cambio, l’Ungheria tornerà a essere più simile agli altri Paesi della UE”.
La vittoria con una maggioranza così ampia (due terzi) apre la strada a riforme profonde: quali sono le priorità istituzionali più urgenti?
“Come detto, l’Ungheria non ha vissuto sotto una dittatura, ma il controllo del governo su larga parte della vita sociale è stato davvero eccessivo per anni. Prioritario è il ripristino di un più reale e ampio pluralismo nel campo dell’informazione. Si dovrebbe riesaminare ilrispetto dei criteri giuridici europei nel caso della Fondazione stampa e media dell’Europa centrale (Kesma) ed evitare che troppi mezzi di informazione siano legati alla stessa azienda (avviene anche per Indamedia) e che essa sia, a sua volta, troppo vicina al governo.
Viceversa, sebbene si tratti di un compito non facile, il nuovo esecutivo dovrebbe rendere il mondo della comunicazione informatica e digitale meno permeabile alle influenze provenienti d’oltre confine, e in particolare dalla Russia. Senza proseguire in un elenco forse troppo lungo, sarà interessante vedere se Magyar vorrà rivedere il profilo e i poteri dell’Ufficio per la protezione della sovranità (Spo). Non ha a che vedere con le riforme istituzionali, ma sarebbe opportuno ricucire i rapporti con l’Ucraina, sebbene resti in piedi la questione delle forniture di gas che non solo Orbán pensa possa ancora essere acquistato dalla Russia”.
Orbán lascia dopo 16 anni un sistema di potere molto radicato: quali sono i principali ostacoli interni che il nuovo governo dovrà affrontare per smantellarlo?
“Gli uomini che rispondono a Fidesz non potranno essere messi da parte tutti in breve tempo (sebbene Magyar voglia già ‘licenziare’ il presidente della Repubblica Sulyok), però, secondo una logica comune a tutti i Paesi, nel mondo economico come in quello della comunicazione è probabile che molti siano pronti a collaborare con il nuovo esecutivo, appoggiato da una maggioranza parlamentare così ampia. Quest’ultimo non dovrà farsi tentare dalla possibilità di volgere a proprio vantaggio la corruzione presente nel sistema.
Tuttavia, non sarà facile realizzare a pieno il programma di pulizia morale vantato durante la campagna elettorale. I cittadini se lo aspettano, ma, come quelli di qualsiasi altro Stato, si attendono anche il buon governo, cioè il rilancio dell’economia e del benessere.Dalla retorica e dalla poesia (“l’amore vince”) Magyar dovrà passare alla prosa delle realizzazioni pratiche, quelle che incidono sulla vita quotidiana di ognuno. Inoltre, dovrà dimostrare di essere diverso (almeno un poco) dal suo predecessore su alcuni temi, come, ad esempio, la politica dell’immigrazione, sebbene l’Ungheria non abbia un vero problema al riguardo. Considerazioni più fondate saranno possibili solo dopo almeno un semestre di nuovo governo”.

