Esteri
Msc investe nel porto di Misurata, l'analista: "Così l'Italia rafforza il Piano Mattei. L'hub in Libia strategico per contenere l'immigrazione clandestina"
Michela Mercuri, docente di "Cultura, storia e società dei paesi musulmani", fa il punto sul progetto che vede in prima linea il gruppo Msc in Libia

Porto di Misurata, investimento di 2,7 miliardi di euro. Michela Mercuri: "Così Italia, Qatar e Turchia ridisegnano la geopolitica mediterranea"
Che cosa significa oggi ampliare un porto nel Mediterraneo centrale? È solo un’operazione infrastrutturale o il segnale di una più ampia riconfigurazione degli equilibri economici e geopolitici tra Europa e Africa? E fino a che punto la logistica può trasformarsi in strumento di politica estera, capace di incidere sulla stabilità di aree tradizionalmente attraversate da fragilità e competizioni di potere?
Sono interrogativi che trovano una prima, concreta risposta a Misurata, dove la posa della prima pietra per l’ampliamento del terminal container ha segnato l’avvio di un progetto destinato a ridisegnare il ruolo della Libia nelle catene globali del valore e a rafforzare la centralità del Mediterraneo come spazio di connessione, più che di frattura, tra le due sponde.
"L’investimento di MSC nel porto di Misurata si inserisce in una strategia più ampia che coinvolge Italia, Qatar e Libia e che mira a ridefinire il ruolo del Mediterraneo centrale nei traffici globali, con ricadute geopolitiche, economiche e di sicurezza", spiega ad Affaritaliani Michela Mercuri, docente di "Cultura, storia e società dei paesi musulmani" all'Università di Padova, che legge l’operazione come uno dei tasselli concreti del Piano Mattei e di un nuovo approccio italiano verso l’Africa.
L'aumento dei traffici
“L'obiettivo dell'Italia, così come quello del Qatar che partecipa all'ampliamento del porto, o della Libia, che ha reso il porto di Misurata un nodo strategico, una sorta di zona franca, è quello di aumentare notevolmente i traffici marittimi che passano per quest'area, transitando non solo dalla Libia, ma da tutta l'Africa - e si dirigono verso l'Europa", spiega la docente. In questo quadro, le stime indicano che gli investimenti complessivi destinati allo sviluppo del porto di Misurata potrebbero attestarsi fino a 2,7 miliardi di dollari nell’arco di un triennio, collocando l’operazione tra i più significativi programmi di espansione portuale dell’intero Nord Africa.
L’intesa raggiunta tra la Misurata Free Zone, Terminal Investment Limited (TiL – gruppo MSC) e Al Maha Qatari Company contempla il potenziamento dell’attuale terminal container mediante la realizzazione di infrastrutture di ultima generazione, l’ampliamento dei piazzali operativi ad alta capacità e l’implementazione di sistemi tecnologicamente avanzati per una gestione integrata, efficiente e sicura dei flussi logistici. "Si parla di merci, di cargo, di affari. Insomma, di business. Il fine ultimo dell'Italia è quello di porsi come un hub energetico, ma anche commerciale e marittimo che unisce Africa ed Europa, ampliandosi ad altri settori previsti dal Piano Mattei. Ma questo è solo l'Inizio: l'Italia ha fatto una scelta giusta, ponderata, che l'Europa dovrebbe seguire", commenta Mercuri.
Una nuova strategia di politica estera
Secondo la docente, l’operazione su Misurata va letta all’interno di un più ampio cambio di passo della politica estera italiana, che affianca alla dimensione energetica una chiara visione di geopolitica economica: “C’è un forte salto di paradigma, non solo con questo progetto ma anche con il Piano Mattei: un’iniziativa che guarda alla geopolitica economica e che punta ad aiutare imprese e istituzioni a comprendere le opportunità locali, fornendo strumenti per politiche più efficaci. Un approccio che non riguarda soltanto le economie occidentali, ma anche quelle dei Paesi africani e che, per la sponda sud del Mediterraneo, può tradursi in lavoro, commercio e maggiore occupazione, con benefici concreti per le popolazioni locali.”
Un approccio che, nelle intenzioni, si pone in alternativa al modello predatorio del passato - com'era quello che ha caratterizzato in passato la Françafrique - e che avrebbe anche ricadute dirette sulla sicurezza regionale. Un approccio la cui "impostazione legale diverrebbe funzionale e conveniente per entrambe le sponde, contribuendo a mettere in difficoltà le organizzazioni jihadiste, in quanto sostituisce l’illegalità con la legalità, il commercio, il business e la creazione di posti di lavoro", prosegue la docente. Si tratta, dunque, di una concreta traduzione dei principi alla base del Piano Mattei, la strategia con cui il governo italiano punta a rilanciare il proprio ruolo nel continente attraverso una combinazione di diplomazia economica, cooperazione infrastrutturale e partenariato industriale.
Il contrasto all'immigrazione clandestina
Le operazioni che gravitano intorno al porto di Misurata sembrano riguardare anche un altro grande tema: come contenere l’afflusso di migranti clandestini senza ricorrere solo a barriere o interventi militari? La risposta italiana sembra passare per la ripresa economica interna della Libia e per la creazione di alternative legali ai flussi irregolari. "I dati del Viminale mostrano una diminuzione complessiva degli sbarchi, con la maggior parte dei flussi provenienti proprio dalla Libia, confermando l’urgenza di sostenere il Paese nordafricano in un percorso di stabilizzazione economica e sociale. In questo contesto, il Piano Mattei non si limita a incentivare investimenti infrastrutturali e commerciali, ma si configura anche come uno strumento di contenimento dell’immigrazione clandestina, che segue rotte ormai consolidate dall’Africa verso la Libia", sottolinea la docente. Puntando sull'aumento del benessere e sostituendo l’illegalità con opportunità economiche legali e occupazione, è possibile "ridurre il potere delle organizzazioni criminali che lucrano sul traffico di migranti".
Ma c'è ancora molto da fare. Non a caso, qualche giorno fa il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato la necessità che l’Italia contribuisca all’addestramento della polizia locale libica, nell’ottica di una collaborazione con le autorità sia dell’Ovest sia dell’Est del Paese, per contrastare i flussi migratori irregolari. "Sarebbe auspicabile un intervento più deciso a livello europeo contro i flussi illegali e contro le organizzazioni criminali che li gestiscono, a partire dal contrasto ai circuiti finanziari. L’Unione europea fatica a muoversi in questa direzione, ma il tema può essere declinato anche in termini di argine strutturale: pacificare la Libia attraverso iniziative economiche e di sviluppo", prosegue Mercuri.
L'ottica "non predatoria"
Nel quadro delineato da Mercuri, il Piano Mattei si distingue anche rispetto alle strategie adottate da altri attori globali attivi in Africa, come Cina e Russia per "l'’ottica non predatoria con cui guarda ai paesi africani". Ciò significa dialogare con i governi locali sui problemi specifici di ciascun Paese, individuando dove realizzare progetti legati a risorse idriche o agricoltura, considerato che ogni Stato africano presenta criticità relative alla scarsità d’acqua o alla mancanza di terreni coltivabili. "Il Piano Mattei adotta un approccio nettamente diverso rispetto a quello securitario della Russia o della Cina: oltre la trappola del debito, mira a interventi fattibili e sostenibili, che prevedono costruzioni integrate e la valorizzazione della manodopera locale. La prospettiva è chiara: includere le popolazioni nei progetti di sviluppo, nelle catene del valore e nelle opportunità lavorative, generando benefici concreti per le economie locali", sottolinea la docente. Una strategia che, secondo l’analista, potrebbe anche diventare uno strumento di competizione geopolitica, a patto di un maggiore coinvolgimento europeo, che al momento sembra mancare: "L’Europa dei volenterosi appare infatti poco volenterosa su questo aspetto”, sottolinea.
L’operazione su Misurata si inserisce inoltre in un delicato equilibrio di interessi, con la Turchia tra gli attori più presenti e influenti in Libia. "Se, da un lato, la Cina non ha grosse mire sul porto di Misurata, la Turchia ne utilizza le infrastrutture per i propri commerci e interessi economici. Sembra tuttavia intenzionata a collaborare anche con il Qatar, in relazione ad altre aree strategiche, come nel conflitto tra Israele e Hamas, e con l’Italia per garantire il successo di questo progetto", spiega Mercuri. Non a caso, lo scorso aprile si è svolto un incontro tra Erdogan e Meloni per discutere di progetti congiunti da realizzare non solo in Libia ma anche in altri Paesi africani. "Spero che si possa instaurare una collaborazione stabile tra Italia, Turchia, Qatar e Libia per ampliare il porto e creare un hub di importanza strategica nella regione", è l'auspicio dell'analista.
Gli equilibri interni
Secondo Mercuri, l’investimento potrebbe avere effetti positivi anche sugli equilibri interni libici, contribuendo a superare la narrazione esclusivamente securitaria del Paese: “Ci sono implicazioni positive nell’area orientale, che non è la zona più instabile. La regione è governata da Khalifa Aft e da mesi si stanno sviluppando progetti di investimento. Il figlio del generale, Belkasim, ha avviato il progetto di ricostruzione di Bengasi, a cui partecipano diverse imprese: c’è voglia di business e di affari dall’est libico. Si esce così dalla logica della Libia intesa soltanto come teatro di conflitto tra milizie o scontro tra est e ovest.”
“L’ovest, guidato da De Beiba, resta un’area più instabile a causa della guerra civile, ma anche lui è stato presente all’incontro per siglare l’accordo sul porto di Misurata. Anche nella parte occidentale sembra emergere una ricerca di stabilità e dialogo con l’est: entrambe le fazioni hanno compreso che più una Libia è stabile, più arrivano investimenti e minori sono le rivolte interne", prosegue la docente. La parola chiave per la stabilizzazione è, dunque, "business", e l'Italia sembra averlo compreso perfettamente.
I numeri
Dal punto di vista economico, i numeri confermano la portata strategica dell’operazione: “L’aspetto economico prevede un investimento importante, con l’obiettivo di fare di Misurata un nodo logistico in grado di connettere Europa, Mediterraneo e Africa, aumentando il passaggio di merci tra i due continenti. Il nostro Pil dipende in larga misura dall’estero e l’Africa rappresenta un player fondamentale.”
Per l’Italia, prosegue Mercuri, Misurata può diventare un vero e proprio laboratorio di nuova proiezione strategica nel Mediterraneo, incrementando traffici marittimi e opportunità commerciali, rafforzando la propria proiezione attraverso un corridoio operativo per i flussi logistici e, al contempo, trasformando Misurata in un "laboratorio di geopolitica economica, che non riguarda solo merci e container, ma anche corridoi commerciali e alleanze regionali.” Gli interessi si rifletteranno sulla Libia, "che non sarà più quel palcoscenico quindicennale di milizie in conflitto, ma potrà diventare un Paese pacificato anche grazie agli investimenti". L’Italia può giocare un ruolo strategico nella sua stabilizzazione, con l'appoggio degli Stati Uniti, e affermarsi come hub di riferimento per commercio ed energia. Del resto, conclude la docente, "contare nel Mediterraneo significa contare in Europa.”
