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Esteri
Negoziato Brexit, May piangerà miseria, ma chiamerà le multinazionali in Uk

Al via Brexit. La prima ministra britannica Theresa May – che deve badare al suo futuro politico (a rischio) - in fase di negoziazione utilizzerà l’esca del business della finanza, piangerà miseria per la sua perdita di grandezza, in realtà teme l’impoverimento del Paese e i 40 miliardi da restituire all’UE. Il suo obiettivo sarà portare in UK le grandi aziende internazionali (lo stesso del presidente Donald Trump: portare lavoro in USA) per colmare tale impoverimento. Il fatto dei lavoratori UE in UK è un falso problema, uno spostamento d’accento. Saranno loro ad andarsene perché la sterlina si svaluterà.
È evidente che in fase di trattativa la UE ha il vantaggio dell’unità… chiederà una contrattazione totale, tra UE nel suo insieme e UK… non accetterà minimamente laddove possibile il “divide et impera”, la negoziazione tra UK e singoli Stati membri.

Anche May sa tutto questo. Anzi lei stessa – la sua sopravvivenza politica -  è la chiave di volta. Durante il dibattito sul referendum la prima ministra non si schierò esplicitamente per il leaving. È stata anche bocciata alla Camera dei Comuni. Ora dice di assecondare la volontà referendaria. Si è pure affrettata, in realtà prende tempo. Non è un caso che il team UK per la trattativa è composto da appena un centinaio di persone. Ha accelerato perché ha solamente il popolo con lei… per come si stanno mettendo le cose potrebbe perdere consenso… teme per il suo futuro. Tenga conto anche di ciò l’UE:  May negozierà anche per sè.
Come si svolgerà la trattativa? L’esca della May sarà la finanza, il timore che parte dei suoi volumi lascino Londra. Il Regno Unito piangerà miseria: “Perderemo la finanza… non infierite… concedeteci altro”. In realtà i volumi della finanza londinese sono così alti, che gli UK possono parzialmente rinunciarvi senza problemi. Si consideri un dato: essi sono il maggiore esportatore di servizi finanziari al mondo, con un surplus di 97 miliardi di dollari nel 2015, il doppio di quello degli Stati Uniti. Margini tali che le migrazioni incideranno limitatamente sul totale.

Con Brexit gli UK – in questo senso la UE è in una situazione di forza - saranno più poveri. Uscendo dal libero mercato europeo, il Regno Unito esporterà meno e il PIL diminuirà. Ci sarà un impoverimento generale della popolazione… a meno che non cresca la produzione interna. Importare costerà di più, gli scaffali saranno più poveri e si ridurrà la qualità della vita. Secondo la London School of Economics, oltre tre anni il PIL potrebbe scendere dal 6,5 al 9,5%: tra 130 e 190 miliardi di euro. La sterlina, che negli ultimi mesi ha già perso il 15%, si svaluterà via via. E non si dimentichino i 40 miliardi che il Regno Unito deve restituire alla UE.
Quello dei lavoratori è uno spostamento d’accento. Il fumogeno per creare confusione. Oggi nel Regno Unito lavorano 3,3 milioni di cittadini UE. Essi sono lì perché hanno trovato un buon impiego, remunerato con una sterlina forte. Con Brexit non sarà più conveniente lavorare oltremanica… se ne andranno loro stessi, emigreranno, magari negli Stati Uniti o in Germania.
Che cosa vorrà ottenere May? Il messaggio l’ha lanciato lei stessa: “Ce ne andiamo dalle istituzioni europee, non dall’Europa”. Si rivolge ai Paesi extra UE, alle aziende internazionali, alla Cina e agli USA. Dice: “Venite in UK se volete investire in Europa. Con me avrete un unico interlocutore. Difficile concludere patti con la pletorica UE dove non si capisce chi decide per chi. Vi daremo agevolazioni fiscali. Portate qui lavoro e lavoratori”. Gli strumenti tecnici ci sono. Il Regno Unito potrebbe imitare quanto fatto dal Lussemburgo: accordi specifici tra fisco e grandi aziende mondiali che consentano loro di pagare basse tasse per il business che riusciranno a portare in UK. May sta già lavorando a tutto questo con multinazionali giapponesi e statunitensi.

Ernesto Vergani

 

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