Spagna, aria di crisi per il governo Sánchez. L’era del leader del PSOE (tanto caro a Schlein) sta per tramontare, ecco perché
Il governo Sánchez è arrivato ormai al capolinea? A rilanciare questa tesi – ormai accreditata da mesi tra media e osservatori politici, anche progressisti – è stato il giornale El Mundo, che in un lungo servizio spiega come la flebilissima e risicata maggioranza che sostiene l’esecutivo potrebbe presto sfaldarsi definitivamente. Il tema si fa sempre più insistente in Spagna, sia sui media sia tra gli analisti politici. I principali partiti su cui si fonda la permanenza al governo di Pedro Sánchez stanno iniziando a mostrare segni di profondo malcontento. Nessuno di loro sembra più disposto a garantire la stabilità del Parlamento né a sacrificare alcuni principi di base, che potrebbero essere messi in discussione dalla nuova situazione creatasi con la crisi in Medio Oriente. Junts ha già rotto con il governo mesi fa, senza concessioni né compromessi. Questo aveva già posto l’esecutivo in una condizione di estrema debolezza, ma ora anche il secondo pilastro dei partiti indipendentisti sembrerebbe in procinto di mollare Sánchez.
Il PNV, infatti, da giorni mostra chiari segnali di malcontento, sempre più diffusi anche nell’elettorato, e dubita che il Paese possa reggere a lungo in queste condizioni. Un chiaro esempio si è avuto due giorni fa, quando la portavoce del Partito Nazionalista Basco in Parlamento, Maribel Vaquero, ha chiesto al Primo Ministro di assumere direttamente la guida dei negoziati con i medici in sciopero. A suo avviso, infatti, il ministro della Salute, Mónica García, “non sta gestendo la questione correttamente”. Inoltre, secondo Vaquero, García sarebbe concentrata sulla sua campagna per diventare candidata di Más Madrid alle elezioni nella capitale, relegando così la questione sanitaria “in secondo piano”. Si tratta dell’ennesimo scontro interno alla maggioranza, che va avanti da mesi. Basti pensare alla fortissima polemica dello scorso anno tra la leader di Sumar e ministra del Lavoro, Yolanda Díaz, e la ministra delle Finanze e vicepresidente del governo, María Jesús Montero (PSOE), sulla tassazione del salario minimo. Uno scontro durissimo, culminato con l’abbandono del tavolo delle trattative da parte di Díaz e con la minaccia di uscita dal governo. Un primo banco di prova del fatto che la maggioranza esista ormai solo sulla carta sarà probabilmente il voto sul decreto legge che propone di prorogare di due anni il controllo degli affitti. Oltre ai voti contrari di PP, Vox e UPN, e a quello già annunciato di Junts – sufficiente a bocciare il provvedimento – anche il PNV ha deciso di astenersi. Il decreto, pertanto, non ha alcuna possibilità di essere approvato.
Vaquero ha giustificato l’astensione del suo gruppo dal voto sul decreto sugli affitti alludendo a “ragioni formali e sostanziali”. Tra le prime, ha sottolineato la consolidata prassi del governo di ricorrere ai decreti legge quando si trova ad affrontare difficoltà parlamentari, una strategia che, a suo dire, aggira “il dialogo e il consenso” perché costringe i gruppi, con i quali non c’è stata alcuna negoziazione preliminare, a prendere posizione a favore o contro. “Abbiamo accumulato misure di questo tipo fin dall’inizio della pandemia”, ha sottolineato. Nel merito, i nazionalisti baschi ritengono che il problema abitativo richieda “approcci globali” e non interventi frammentari. Inoltre, sottolineano che i tentativi di negoziazione intrapresi da Sumar per ottenere sostegno al decreto sono avvenuti dopo l’approvazione del testo da parte del Consiglio dei Ministri, rendendo impossibile qualsiasi modifica. In queste circostanze, sostenere il decreto nella sua forma attuale implicherebbe confidare che il Governo attuerà successivamente alcune delle misure richieste dai gruppi parlamentari. Il problema di fondo è che i gruppi, nemmeno i partner abituali, non si fidano più delle promesse dell’Esecutivo. Per tutte queste ragioni, anche all’interno del nazionalismo basco sta maturando la convinzione che continuare a sostenere un governo in queste condizioni possa risultare controproducente.
Un cortocircuito
“Come intende continuare senza la maggioranza parlamentare?”: è la domanda che la portavoce di Junts, Míriam Nogueras, ha rivolto al Presidente del Consiglio la settimana scorsa. C’è solo una differenza: Nogueras ha apertamente esortato Sánchez a non prolungare ulteriormente la situazione e a indire nuove elezioni; Vaquero, dal canto suo, sottolinea che il potere di porre fine al mandato spetta esclusivamente al Presidente del Consiglio. Si tratta di un vero e proprio cortocircuito istituzionale interno alla maggioranza, che potrebbe presto determinare una crisi di governo conclamata. A rafforzare questa ipotesi sono arrivati anche i risultati delle elezioni per il rinnovo dei parlamenti dell’Estremadura (dicembre 2025), vinte dal Pp e sonoramente perse dal Psoe; e dell’Aragona (febbraio 2026), vinte dal Pp e stravinte da Vox, che assieme a numerosi sondaggi sembravano indicare una generale sfiducia del Paese nei confronti dei socialisti.
A ciò si aggiungono anche gli ultimi dati sull’occupazione del primo trimestre del 2026, che registrano una perdita di oltre 170.000 posti di lavoro, il dato peggiore dal 2014. Un elemento che contribuisce ad alimentare il malcontento tra la popolazione e, di conseguenza, anche le tensioni all’interno della maggioranza, soprattutto in chi come Sumar e Yolanda Diaz, vorrebbe da tempo maggiore convinzione nel portare avanti politiche più estreme sul lavoro e sull’economia. Insomma, mentre in Italia Sanchez è il modello a cui si ispira la segretaria del Pd Elly Schlein e un po’ tutta la sinistra italiana, in patria per il premier spagnolo la situazione si fa sempre più complicata e la sua parabola politica, anche alla luce dei tanti scandali che riguardano il Psoe e i suoi familiari, appare ormai sempre sul viale del tramonto.

