Tregua in Libano, Morelli: “Accordo in bilico, Netanyahu punta al sud del Paese per il progetto del Grande Israele”
Mentre l’annuncio di una tregua di dieci giorni tra il governo di Benjamin Netanyahu e le autorità di Beirut scuote le diplomazie internazionali, il fronte libanese resta in bilico. Lo scontro è ormai totale: Israele ferma le armi solo a patto del disarmo di Hezbollah, che però resta la vera incognita di un accordo siglato tra i governi ma non ancora accettato dalle milizie sul campo.
Sullo sfondo, l’obiettivo di Gerusalemme appare sempre più chiaro: il controllo del fiume Litani, baricentro di un’ambizione che, alimentata dall’ala messianica dell’esecutivo israeliano, mira a un cuscinetto strategico permanente nel sud del Paese. La tregua è un reale spiraglio o solo una pausa tattica per riorganizzare i fronti? E quanto pesa la trasformazione della Siria nel ridisegnare l’influenza di Teheran dal Golfo al Mediterraneo?
A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani analizza la strategia di una guerra che appare senza fine: “In questa fase la tregua è estremamente fragile. Israele alza l’asticella puntando a una fascia di sicurezza che potrebbe preludere all’annessione del Libano meridionale”.
Quanto è credibile l’annuncio di Donald Trump su una tregua tra Israele e Libano, alla luce della mancata conferma delle parti?
“In questa fase la tregua è estremamente fragile. Le posizioni restano distanti: Beirut punta a un cessate il fuoco come precondizione negoziale, mentre Israele alza l’asticella chiedendo il disarmo di Hezbollah e un accordo di pace definitivo. Sul terreno, lo Stato Ebraico consolida la propria presenza nel sud per tagliare le linee di rifornimento della milizia e creare un “cuscinetto” strategico. Negli ambienti del sionismo religioso, questo obiettivo prelude al progetto del “Grande Israele”, che vedrebbe l’annessione del Libano meridionale fino al fiume Litani, confine dal valore simbolico e materiale immenso.
Benjamin Netanyahu appare come l’architetto di una guerra risolutiva ma potenzialmente infinita: la moltiplicazione dei fronti (Gaza, Libano, Iran, Yemen, Siria) serve a rafforzare la posizione della destra messianica. Tuttavia, questa visione si scontra con gli apparati militari: il Capo di Stato Maggiore ha avvertito che l’esercito israeliano rischia il collasso, logorato dai troppi fronti e dalla protezione dei nuovi insediamenti in Cisgiordania”.
Il governo libanese ha strumenti reali per influenzare Hezbollah o il rispetto della tregua dipende da altri attori?
“Il Libano soffre di un limite strutturale: è un mosaico etnico basato su equilibri precari, incapace di esercitare il monopolio della forza. Senza una struttura statale credibile, il disarmo di Hezbollah resta un miraggio. Inoltre, il quadro è complicato dal nuovo assetto in Siria: con la caduta di Assad e l’ascesa di Ahmed al-Shara, Damasco è entrata nella sfera d’influenza turca, ridimensionando il peso iraniano.
A Beirut, però, l’influenza di Teheran resta radicata attraverso Hezbollah, che non è solo una milizia ma un sistema socio-economico integrato nel territorio. Per Hezbollah, legare il dossier libanese allo scontro tra Iran e Stati Uniti è una garanzia esistenziale: serve a evitare un isolamento negoziale con Israele che porterebbe a concessioni unilaterali sul disarmo. Dal canto suo, Gerusalemme ignora il governo di Beirut e continua a colpire la milizia, premendo per una frammentazione interna che faciliti i propri disegni di potenza”.
Se la tregua dovesse reggere, come influenzerebbe i negoziati con l’Iran e gli equilibri regionali?
“Porterebbe a una stabilizzazione solo temporanea. Per l’Iran, lo scacchiere che va dallo Stretto di Hormuz al Mediterraneo è un unico teatro bellico; le crisi non sono compartimenti stagni. Hezbollah rappresenta per Teheran sia un alleato strategico che uno strumento tattico per contrastare la postura bellicista di Israele. Dopo la caduta del regime siriano, il movimento sciita è diventato il perno centrale dell’”Asse della Resistenza”.
L’Iran punta a usare il fronte libanese come moneta di scambio con Washington per ottenere concessioni su sanzioni e programma nucleare, dimostrando di poter accendere o spegnere la tensione a piacimento. Il risultato è un Libano che resta, oggi come in passato, un tragico spazio di negoziazione tra potenze, schiacciato tra il desiderio di autonomia del governo di Beirut e la strategia di Israele, volta a spingere il Paese verso una disgregazione sociale e politica”.

