Attacco a Kharg, Paniccia: “Svolta netta, l’Iran ha il centro nevralgico in mano all’avversario. Il regime non è più invincibile”
Mentre si moltiplicano i segnali di un possibile sbarco americano a Kharg Island e l’Iran rafforza le difese piazzando mine e predisponendo trappole lungo le coste, il conflitto entra in una fase ancora più delicata e imprevedibile. Dopo settimane di bombardamenti e attacchi mirati, l’ipotesi di un’operazione di terra aprirebbe uno scenario completamente diverso, con rischi militari elevatissimi e conseguenze politiche difficili da calcolare.
Al tempo stesso, la strategia di Donald Trump continua a muoversi tra pressione militare e segnali di negoziato, in un equilibrio instabile che solleva interrogativi cruciali: lo sbarco a Kharg sarebbe davvero il punto di svolta della guerra? E quali effetti potrebbe avere non solo sul piano militare, ma sulla tenuta interna del regime iraniano?
A fare chiarezza sulle implicazioni strategiche di questa possibile escalation è Arduino Paniccia – analista di strategia militare e geopolitica, fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE) – che ad Affaritaliani avverte: “L’Iran non è più invincibile e intoccabile ma ha il suo centro nevralgico petrolifero in mano all’avversario. La perdita di Kharg potrebbe rappresentare l’inizio di un colpo decisivo a un regime che, a mio avviso, è già in fase di forte instabilità”.
L’eventuale sbarco a Kharg Island segnerebbe il vero punto di svolta del conflitto? Quanto cambierebbe l’equilibrio della guerra il suo eventuale controllo da parte degli Stati Uniti?
“Il passaggio da una fase di bombardamenti aerei e attacchi missilistici a un’operazione di occupazione tramite sbarco su un territorio nemico altamente difeso, minato e presidiato rappresenta un salto qualitativo enorme, con rischi molto elevati. Si tratta di un’operazione che deve essere stata studiata nei minimi dettagli per evitare che, accanto agli obiettivi militari, quelli politici non si trasformino in un boomerang.
Colpire e neutralizzare il sistema petrolifero iraniano significa lanciare un segnale politico chiarissimo: abbandonare la logica negoziale e puntare a colpire direttamente la dirigenza. È un messaggio che, a mio avviso, si rivolge anche all’interno del Paese, nella prospettiva di possibili rivolte, e alle periferie più instabili, dove si è già ipotizzato un attivismo di forze ostili a Teheran, come i gruppi curdi.
Lo sbarco a Kharg unirebbe quindi tre dimensioni: politica, economica e militare. Da un lato colpirebbe il cuore del sistema petrolifero iraniano, dall’altro rafforzerebbe il controllo militare del Golfo. Tuttavia, non è detto che questo basti, ad esempio, a sbloccare lo Stretto di Hormuz: si tratterebbe comunque di un controllo limitato, ottenuto a fronte di rischi significativi. Se realizzato con successo, però, segnerebbe una svolta netta nella conduzione del conflitto”.
Cosa accadrebbe se gli Stati Uniti prendessero il controllo dell’isola? La guerra finirebbe?
“Saremmo di fronte a un’escalation evidente, senza alcun dubbio. Negli obiettivi americani, questo rappresenterebbe il tentativo di assestare un colpo finale per chiudere l’operazione avviata il 28 febbraio. La strategia di Donald Trump continua a muoversi su un doppio binario, fatto di messaggi contrastanti e depistaggio, funzionali a confondere l’avversario. L’obiettivo resta quello di colpire il centro energetico iraniano e indebolire drasticamente il nemico.
Non è detto, tuttavia, che un’operazione “blitz” su Kharg produca automaticamente risultati politici. Dal punto di vista militare, gli obiettivi potrebbero anche essere raggiunti; più incerto è l’effetto interno: una frattura nel regime tra chi vuole trattare e la linea dura, oppure l’innesco di una rivolta.Lo sbarco potrebbe cambiare la percezione interna, dando maggiore fiducia a chi è pronto a opporsi al regime. Gli effetti, però, potrebbero anche essere imprevedibili.
Il regime iraniano ha dimostrato finora una notevole capacità di resistenza: nonostante le decapitazioni ai vertici, è riuscito a rigenerare la propria struttura. Tuttavia, appare oggi fortemente indebolito: il potenziale militare è stato colpito in maniera significativa e anche il morale potrebbe risentire duramente di un’eventuale perdita dell’isola. L’Iran non è più invincibile e intoccabile ma ha il suo centro nevralgico petrolifero in mano all’avversario. In questo senso, la perdita di Kharg potrebbe rappresentare l’inizio di un colpo decisivo a un regime che, a mio avviso, è già in fase di forte instabilità”.
La strategia di Donald Trump appare ambivalente tra pressione militare e negoziato: è una tattica deliberata o c’è il rischio di perdere il controllo dell’escalation?
“Non credo che ci si trovi di fronte a una situazione di confusione strategica da parte degli Stati Uniti o del loro stato maggiore. Al contrario, l’obiettivo è chiaro: colpire il cuore energetico dell’Iran e ridurne drasticamente le capacità. Il cosiddetto “depistaggio”, di cui Trump è diventato un interprete molto efficace, fa parte della strategia: serve a creare nebbia, incertezza e disorientamento nell’avversario. Il punto non è che Washington abbia le idee confuse, ma che voglia far apparire confuso il quadro agli occhi di Teheran.
L’Iran, infatti, potrebbe non capire se gli Stati Uniti siano ancora realmente orientati al negoziato o se si stiano preparando a un attacco più duro, di cui Kharg potrebbe essere solo l’inizio. Non è nemmeno certo che l’obiettivo finale sia l’isola: potrebbe trattarsi dello stesso Hormuz o di altri nodi strategici del sistema energetico iraniano.
Non condivido quindi l’idea di un’America disorientata. Piuttosto, vedo una linea di continuità: attacco, contenimento e, se possibile, caduta del nemico che rifiuta il negoziato. Restano però le incognite tipiche di ogni sbarco militare: perdite elevate e il rischio che un’operazione concepita come blitz si trasformi in una trappola. Anche così, però, si tratterebbe di una svolta sfavorevole per il regime iraniano, che potrebbe iniziare a vacillare seriamente, anche sotto la pressione di tensioni interne e possibili destabilizzazioni nelle aree periferiche, dai beluci ai curdi.Non credo, in definitiva, di avere di fronte un presidente o un Paese confusi o destinati a cadere in una trappola”.

