Vertice Trump-Xi, l’analisi dell’esperto
Mentre il presidente americano Donald Trump varca nuovamente la soglia di Pechino per la prima volta dal 2017, il mondo osserva con il fiato sospeso il faccia a faccia tra le due superpotenze. In un clima di massima tensione internazionale, il ritorno del tycoon alla corte di Xi Jinping non è solo un evento diplomatico, ma un passaggio cruciale che potrebbe ridisegnare gli equilibri globali, oscillando tra la logica dello scontro frontale e la ricerca di una difficile coesistenza.
Sul tavolo, dossier roventi che pesano sul futuro del pianeta: dalla corsa al primato tecnologico e il controllo dei microprocessori, fino all’incognita Taiwan, nodo strategico e identitario che resta il principale potenziale punto di rottura. Sullo sfondo anche il ruolo ambiguo della Cina nelle crisi mediorientali, con Pechino pronta a giocare le proprie carte per drenare risorse americane e consolidare la propria sfera d’influenza nell’Indo-Pacifico.
Siamo di fronte a un reale tentativo di pacificazione o a una partita a scacchi dove ogni mossa serve a prepararsi a un inevitabile scontro futuro? A fare chiarezza è Giorgio Cuscito, consigliere redazionale di Limes e analista esperto di Cina, che ad Affaritaliani analizza la profondità del confronto e le ambizioni di una Pechino che ora chiede all’America il riconoscimento definitivo del proprio status di pari potenza.
Trump torna in Cina dopo anni di tensioni: quale valore politico e strategico assume oggi questo viaggio per l’asse Washington-Pechino?
“Dalla prospettiva di Pechino, questo viaggio ha un valore altissimo, anzitutto in termini simbolici e, di riflesso, operativi. È l’occasione per Xi Jinping di chiedere nuovamente agli Stati Uniti di riconoscere che la Cina si attesta ormai sullo stesso livello della prima potenza mondiale. Si tratta di un riconoscimento che Pechino ha sollecitato più volte, anche durante la prima amministrazione Trump, ma che l’America ha finora respinto, confidando nel proprio primato tecnologico, militare ed economico.
Oggi, tuttavia, questo divario si è sensibilmente ridotto. Gli Stati Uniti sono impegnati in teatri distanti dall’Indo-Pacifico — come nel caso del conflitto con l’Iran — dimostrando una certa difficoltà nel gestire simultaneamente diversi grandi dossier internazionali. Pertanto, nell’ottica cinese, questa è l’opportunità per proporre una nuova tipologia di coesistenza, con l’obiettivo futuro di stabilire una sorta di spartizione informale, seppur non scritta, in sfere d’influenza”.
Dazi, tecnologia, Iran e Taiwan: quale sarà il vero punto di rottura tra Trump e Xi, e cosa dobbiamo aspettarci sul fronte Taiwan?
“Uno dei principali punti d’attrito è la tecnologia, data l’interdipendenza nella filiera dell’intelligenza artificiale: la Cina domina la lavorazione delle terre rare, mentre gli Stati Uniti mantengono il primato nei microprocessori. Questa dinamica le lega e al contempo le contrappone, poiché l’IA è considerata da entrambi un asset fondamentale per potenziare le capacità militari in vista di un potenziale conflitto.La Cina cercherà di ottenere un maggiore accesso ai microprocessori americani, tuttora indispensabili, mentre l’America vorrà garantire il proprio approvvigionamento di terre rare cinesi; su questo delicato equilibrio è possibile che si trovi un compromesso temporaneo.
Tuttavia, il tema più critico rimane Taiwan. La Cina ha reso l’unificazione con l’isola un obiettivo non solo identitario, ma strategico, necessario per consolidare la propria sfera d’influenza in Estremo Oriente e garantirsi il libero accesso all’Oceano Pacifico, chiaramente in funzione antiamericana. Finora, gli Stati Uniti si sono opposti strategicamente a qualsiasi tentativo di unificazione forzata, consapevoli che il controllo di Pechino sull’isola rappresenterebbe un passo decisivo verso la sua trasformazione in potenza marittima globale. È un argomento dirimente: il governo cinese tenterà di attenuare, almeno sul piano retorico, il sostegno dell’amministrazione Trump alla causa taiwanese”.
Con il Medio Oriente in crisi, la Cina può davvero mediare tra Washington e Teheran o agirà solo per tutelare i propri interessi economici?
“La Cina può certamente avere un ruolo; in parte ha già contribuito a favorire il coinvolgimento dell’Iran al tavolo negoziale. Tuttavia, Pechino non intende profondere sforzi eccessivi per risolvere una crisi che ritiene sia stata innescata esclusivamente dagli Stati Uniti. Alla Cina è funzionale che Washington rimanga impantanata in un conflitto o in un lungo negoziato in Medio Oriente, poiché ciò drena risorse americane e distoglie l’attenzione dall’Indo-Pacifico.
Da un lato, la Cina potrebbe lasciar intendere al governo americano di poter esercitare un’influenza risolutiva sull’Iran, ma se decidesse di intervenire in modo deciso, lo farebbe pretendendo una contropartita elevata. Ad esempio, potrebbe richiedere una minore esposizione americana su Taiwan o un’opposizione esplicita di Washington alle tendenze indipendentiste taiwanesi. Su questo delicato dossier il governo cinese potrebbe far leva, offrendo la propria mediazione in altre crisi per ottenere concessioni dirette da Trump”.

