“Russians, go home!“. Lo slogan che ha attraversato la storia ungherese – trovando voce nelle barricate del 1956 contro l’Armata rossa e poi nelle piazze della transizione post-sovietica – è tornato a riecheggiare a Budapest, a dieci giorni dal voto considerato uno spartiacque per l’Europa intera. Nel centro congressi di Duna Rendezvenyhaz, sulle sponde del Danubio, il fronte pro-Ue che sfida Viktor Orban si è riunito sotto l’egida del Partito democratico europeo scegliendo parole nette e programmatiche: libertà, democrazia, stato di diritto.
Valori da difendere – è stato il messaggio della conferenza contro le interferenze di Mosca – “contro ogni deriva autoritaria”, sostenendo il leader dell’opposizione Peter Magyar che, il 12 aprile, proverà a capitalizzare un consenso in ascesa soprattutto nelle aree rurali. I numeri per ora sorridono allo sfidante del premier – cresciuto dentro il sistema che oggi contesta -, tanto da profilare per Orban la sfida più insidiosa della sua lunga stagione al potere.
L’ultimo sondaggio dell’istituto Publicus, condotto tra il 27 e il 30 marzo, vede Magyar avanti tra gli elettori già orientati – 41% del suo Tisza contro il 35% di Fidesz – mentre sul totale del campione il margine si assottiglia di poco (36% a 30%). Ma il dato da non sottovalutare è un altro: quasi un elettore su quattro è ancora indeciso. Una vasta zona grigia che potrebbe rivelarsi decisiva. L’opposizione da settimane denuncia uno squilibrio strutturale – controllo dei media, collegi su misura, accuse di voti comprati – mentre il governo respinge ogni addebito. Ma a rendere il quadro più fragile resta il sospetto costante di interferenze, che nelle diverse narrazioni portano a Mosca, oppure a Kiev e Bruxelles. “Orban non è in grado di difendere gli ungheresi dall’influenza russa”, ha tuonato l’ultimo sfidante di Orban, Peter Marki-Zay, dal palco della conferenza del Pde, esortando gli ungheresi a “lottare per la libertà”.
Il premier “sta trasformando il Paese in una dipendenza di Putin“, ha attaccato l’ex rivale che nel 2022 provò a sfilare lo scettro al premier, oggi voce attiva nel chiedere “un governo che protegga i suoi cittadini, difenda la sua sovranità e collochi saldamente il Paese nella famiglia democratica europea, invece di spingerlo verso paura, isolamento e dipendenza”. La posta in gioco, nella lettura del segretario del Partito democratico europeo, Sandro Gozi, “va oltre i confini nazionali: il voto è un test per l’Europa intera”, chiamata a “non voltarsi dall’altra parte” e “essere presente” davanti a una sfida polarizzata, tra chi legge il voto come un referendum sull’ancoraggio europeo del Paese magiaro e chi rivendica una sovranità sempre più sganciata da Bruxelles e nell’orbita del Cremlino. Narrazioni opposte che ormai lambiscono persino gli arbitri del gioco.
L’Osce, come da prassi, è già sul terreno per monitorare la regolarità del voto, ma le polemiche su una funzionaria con un passato legato al ministero degli Esteri russo hanno acceso i dubbi dell’opposizione, portando a mettere in discussione la credibilità stessa della missione. Il fronte vicino al governo invece si si muove – in modo inedito – su un binario parallelo, con un proprio sistema di osservatori. Una mossa che rischia di moltiplicare le letture dei numeri. Il timore, condiviso dagli analisti, è di ritrovarsi subito dopo il voto davanti a due verità contrapposte della stessa aritmetica. Senza che nessuno sia disposto a riconoscere la vittoria dell’altro.

