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Uomini forti, destini forti. Ma l’Italia oggi sceglie la prudenza (troppa)

Dall’attacco alla base di Erbil alla stangata delle bollette da circa 14 miliardi: tra diplomazia silenziosa e attesa sulle misure economiche, il governo appare più spettatore che protagonista. E il rischio è pagarlo in politica estera e nei conti delle famiglie

Uomini forti, destini forti. Ma l’Italia oggi sceglie la prudenza (troppa)

Il commento

«Uomini forti, destini forti. Uomini deboli, destini deboli».
La frase – attribuita da molti a una tradizione di pensiero antica e ripresa nei giorni scorsi anche da Luciano Spalletti – ha il pregio della semplicità. Ma soprattutto della chiarezza. Perché a volte basta una frase così per descrivere il clima politico di un Paese.

L’Italia, oggi, sembra vivere una stagione di prudenza che sconfina nella passività. Non è una questione ideologica, né di appartenenza politica. È una questione di postura. Di capacità – o incapacità – di esercitare una presenza.

Lo si è visto in politica estera. L’attacco alla base di Erbil, in Iraq, dove operano anche militari italiani nell’ambito della coalizione internazionale, è stato un episodio che avrebbe meritato almeno una reazione politica visibile, un segnale chiaro. Non una prova muscolare, ma un atto di presenza diplomatica. Invece la linea italiana è apparsa sfumata, quasi burocratica. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani continua a muoversi dentro un registro estremamente prudente, che in alcune circostanze rischia di diventare semplicemente irrilevante.

In diplomazia la moderazione è spesso una virtù. Ma la moderazione senza iniziativa è un’altra cosa. È silenzio.

Il problema non riguarda solo la politica estera. Si ripresenta anche sul fronte economico più immediato, quello che entra nelle case degli italiani ogni mese: le bollette.

Le stime parlano di un possibile aumento complessivo dei costi energetici per famiglie e imprese nell’ordine di circa 14 miliardi di euro, una cifra che sfiora un punto di Pil. Non è una dinamica marginale: è un trasferimento di ricchezza rilevante, che colpisce direttamente consumi, competitività industriale e potere d’acquisto.

Di fronte a questo scenario la strategia del governo appare ancora una volta attendista. Si osservano i mercati, si commentano le dinamiche internazionali, si rimanda a possibili interventi futuri. Ma nel frattempo il problema cresce.

Il punto non è promettere misure miracolistiche. Sarebbe irrealistico. Il punto è indicare una direzione: su tassazione energetica, su meccanismi di compensazione, su interventi temporanei per i settori più esposti. In altri termini, fare politica economica.

Anche qui torna la frase di Spalletti. Non perché servano “uomini forti” nel senso caricaturale del termine. Ma perché servono governi capaci di assumersi il peso delle scelte.

La storia economica italiana è piena di momenti difficili affrontati con decisioni nette: dalla gestione delle crisi energetiche degli anni Settanta alle politiche di stabilizzazione finanziaria degli anni Novanta. Decisioni spesso contestate, ma almeno riconoscibili.

Oggi invece prevale una forma di prudenza che rischia di trasformarsi in inerzia. E l’inerzia, in politica come in economia, raramente produce buoni risultati.

Perché i destini dei Paesi non dipendono solo dagli shock esterni. Dipendono anche da come si decide di reagire. O di non reagire.