Usa, Harris ci riprova
“Potrei farlo. Ci sto pensando”. Con queste parole, pronunciate davanti a una sala in delirio alla convention annuale della National Action Network di New York, Kamala Harris ha ufficialmente aperto le porte a una terza candidatura alla Casa Bianca nel 2028. A interrogarla, il reverendo Al Sharpton, davanti a una platea di attivisti afroamericani che la incitavano a ricandidarsi contro il probabile ticket Vance-Rubio (o viceversa).
Per la prima volta dalla batosta elettorale del 2024, Harris è apparsa convinta di una rivalsa politica: “Ho servito per quattro anni a un passo dalla presidenza degli Stati Uniti”, ha detto, evidenziando il suo curriculum. “Ho trascorso innumerevoli ore nel mio ufficio all’ala ovest, a pochi passi dall’Ufficio Ovale. So cos’è quel lavoro. E so cosa richiede”.
Nonostante non sia formalizzata, la candidatura della Harris lancia un segnale a tutti i membri del Partito Democratico americano: prima di arrivare alle presidenziali, ci sarà una lunga battaglia interna. Nonostante le numerose critiche ricevute in passato, Harris è stata l’unica a ricevere una vera e propria standing ovation durante il suo intervento alla convention newyorkese. Il confronto con Pete Buttigieg, apparso subito dopo di lei, è stato impietoso: molti presenti hanno abbandonato l’auditorium dopo il suo discorso, lasciando la sala semideserta all’ex segretario ai Trasporti dell’amministrazione Biden.
Ad ogni modo, il campo democratico è più affollato che mai. In vista del 2028, tra i potenziali candidati presenti figurano, solo per menzionarne alcuni, il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, il rappresentante californiano Ro Khanna, il governatore del Maryland Wes Moore, il governatore dell’Illinois JB Pritzker, il senatore dell’Arizona Ruben Gallego e lo stesso Buttigieg. Da non dimenticare il governatore della California Gavin Newsom che, sfruttando una strategia social per certi versi simile a quella del movimento MAGA e rivolgendosi principalmente a Gen Z e Millennials, sta costruendo una base elettorale importante.
I sondaggi più recenti danno comunque Harris in testa al campo democratico con il 22%, seguita da Newsom al 19%, da Buttigieg all’11% e da Shapiro all’8%. Dal lato opposto, Vance primeggia con un 50% di probabilità di candidarsi, con Rubio come principale possibile sfidante.
Le elezioni del 2028, così come le midterm di questo novembre, saranno segnate dai successi e fallimenti delle amministrazioni precedenti: per Harris il 2024 pesa come un macigno, mentre per Vance un fallimento in Iran potrebbe dimostrarsi fatale. Per questo motivo, numerosi esperti americani ritengono che il modo migliore per battere i repubblicani nelle prossime presidenziali sia puntare su un volto nuovo, che si deve però affermare da subito come leader carismatico e affidabile, seguendo la traiettoria elettorale dell’ex presidente Barack Obama. Va ricordato che Harris, nelle ultime elezioni, ha perso tutti e sette gli stati in bilico nonostante abbia speso una cifra record di circa 2,4 miliardi di dollari.
Le critiche interne ai Dem sono state feroci. Lindy Li, presidente regionale del Comitato Nazionale Democratico per la regione Mid-Atlantic e sua stessa sostenitrice in campagna, ha definito la campagna di Harris “un disastro da un miliardo di dollari” e le sue ambizioni politiche future mere “illusioni”. “Il 5 novembre è stata una sconfitta decisiva per il Partito Democratico. Ha perso ogni singolo stato in bilico. Non è stata una questione di un punto percentuale come nel 2016: è stata una sconfitta netta”, ha dichiarato Li su Fox News, aggiungendo senza mezzi termini che l’America “non vuole Kamala Harris”.
Secondo un’indagine interna del partito, la posizione di Harris sulla guerra a Gaza è stata complessivamente un fattore negativo per la sua candidatura, avendo alienato una parte dell’elettorato. Diversi democratici che consigliano potenziali candidati al 2028 hanno accusato il partito di voler insabbiare il rapporto anche per proteggere Harris da ulteriori responsabilità politiche.
Nell’arco di pochi mesi, entro novembre, la situazione all’interno del partito di opposizione diventerà più chiara. Pochi candidati inizieranno a darsi battaglia in vista delle elezioni primarie, dalle quali dovrà emergere un nome forte e condiviso. I democratici soffrono, rispetto ai repubblicani, la mancanza di una figura alla Trump: qualcuno che, nel bene e nel male, decida per il partito. Se da un lato Newsom appare la scelta più mediatica, dall’altra un governatore della California difficilmente verrà apprezzato nella East Coast e negli stati del centro.
Con la candidatura della Harris, le prossime presidenziali si presentano sempre di più come il banco di prova decisivo per un Partito Democratico ancora in cerca di identità, leadership e credibilità elettorale, e che, incredibilmente, non riesce ancora a sfruttare a proprio vantaggio le crescenti criticità dell’amministrazione Trump.

