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"Buen Camino batte anche Avatar? Politicamente scorretto e in grado di mischiare gli ingredienti del varietà: così Zalone ha fatto il pieno di incassi"
Mihaela Gavrila, professoressa di Entertainment and Television Studies presso La Sapienza, commenta ad Affaritaliani il "fenomeno Zalone"

Buen Camino, la ricetta del successo secondo la professoressa Gavrila: "La firma di Zalone tra ironia, varietà italiano e battute politicamente scorrette"
Continua il successo di Buen Camino, il nuovo film di Checco Zalone che, nelle prime settimane di programmazione, ha superato il record di incassi di Avatar, diventando il film italiano più visto di sempre. Uscito in circa 1.200 copie, ha attirato un pubblico vastissimo, dimostrando quanto la commedia popolare e gli ingredienti del varietà televisivo continuino a esercitare un enorme richiamo sul pubblico italiano.
Ma cosa c'è, davvero, dietro questi numeri straordinari? Cosa si nasconde dietro il "fenomeno Zalone"? Lo abbiamo chiesto a Mihaela Gavrila, professoressa presso l'Università di Roma La Sapienza, dove insegna Entertainment and Television Studies, oltre che responsabile scientifico di "MediaLab. Laboratorio di Arti Visive, Radiofonia e Produzione Multimediale" e, con Roberto Faenza, di "Cinemonitor. Osservatorio Cinema e Media Entertainment".
"Un primo fattore da considerare è il periodo di uscita del film. Pur non rientrando nello schema del Cinepanettone, nel periodo natalizio si tende ad abbassare le difese e a proporre contenuti che dovrebbero distogliere il pensiero delle persone dalle crisi. Tutti i film di Checco Zalone si adattano a questo tipo di logica", spiega la docente. C'è poi la questione del genere del prodotto audiovisivo, che è stato in grado di colmare il vuoto aperto dalla mancanza di alcuni generi tradizionali capaci di intercettare il grande pubblico.
"A fronte di un’abbondanza di prodotti, tra film, serie e contenuti seriali, ne sono venuti meno altri. I cinepanettoni, ad esempio, non ci sono più, ed evidentemente quel tipo di offerta rispondeva a un bisogno che oggi torna a farsi sentire. In Italia, del resto, la commedia ha sempre funzionato come genere popolare e aggregante", ci dice Mihaela Gavrila, secondo la quale il successo di alcuni film va letto anche in questa chiave.
Nel suo caso specifico, non c’era nemmeno bisogno di un titolo che evocasse esplicitamente la commedia: sapere che si trattava di un film di Checco Zalone era già sufficiente a orientare le aspettative del pubblico. "I titoli vengono spesso adattati o modificati per apparire positivi, leggeri, comici e mai tristi, perché altrimenti rischiano di non funzionare con il pubblico italiano", spiega la docente. Buen Camino, di per sé, non è necessariamente comico e può evocare significati diversi, "ma è la firma di Zalone, più del titolo stesso, a garantire un orizzonte di senso preciso e a collocare il film all’interno di una tradizione comica immediatamente riconoscibile".
Le strategie di marketing
Fondamentale è stata, inoltre, la spinta derivante dalle strategie di marketing messe in atto, che sono andate oltre i contenuti del film stesso: "Durante il periodo di lancio, infatti, se ne è parlato a prescindere dall’opera in sé. La campagna promozionale ha puntato sul generare dibattito intorno al film e alla figura di Checco Zalone, anche attraverso il confronto, e talvolta lo scontro, con il suo precedente produttore". Una dinamica che rientra pienamente nelle logiche del marketing contemporaneo, secondo cui "l’importante è che se ne parli". Per l'esperta di Entertainment and Television Studies, insomma, è la rottura con il passato ad aver stimolato la curiosità del pubblico, spingendo gli spettatori a interrogarsi se il nuovo film fosse migliore o diverso rispetto a quelli realizzati con Valsecchi.
Anche la scelta di Checco Zalone di non rispondere alle polemiche rientra, secondo Gavrila, in una precisa strategia comunicativa. "Rispondere significherebbe entrare in una dinamica di polarizzazione sociale alla quale siamo ormai abituati", spiega. In un contesto in cui le narrazioni pubbliche sono sempre meno innocenti e sempre più impregnate di discorsi politici, Zalone sembra invece sottrarsi consapevolmente a questo meccanismo. "Questo non vuol dire che i suoi film siano privi di contenuti o che si limitino a un messaggio positivo superficiale: l’obiettivo è far vivere le storie a prescindere dal rumore del mondo esterno".
Il tempo del cinema, infatti, consente un’elaborazione diversa rispetto al botta e risposta dei social network. "Un film ha un tempo lungo, permette spiegazione, immagini, razionalizzazione di ciò che accade e l’apertura di possibili vie d’uscita", spiega. Lasciare parlare il film, senza intervenire direttamente nel dibattito pubblico, diventa così una presa di distanza consapevole dalle dinamiche comunicative digitali, spesso compulsive e incapaci di offrire una prospettiva ottimistica. "L’intento del cinema e delle narrazioni è esattamente opposto a quello dei social network - prosegue - E non entrare nella polemica significa sottrarsi alla polarizzazione tipica della rete".
In Zalone gli elementi del varietà televisivo
Forti, nel determinare il successo del film, restano i temi trattati e, soprattutto, il ricorso agli ingredienti tipici del varietà televisivo. "È proprio questo film, in particolare, a incorporare in modo evidente la grammatica del varietà: un genere che ha storicamente l’obiettivo di distogliere il pensiero dalle crisi, di variare e di alleggerire", commenta Gavrila. "Al centro c’è un personaggio estremamente 'vivibile', sostenuto da un comico capace di reggere la scena per l’intera durata del film, costruito interamente attorno a lui. Battute, musica come elemento narrativo, momenti coreografici e balletti rimandano direttamente alla tradizione del varietà italiano. Il risultato è l’evocazione consapevole di un immaginario dell’intrattenimento nazionale che permette allo spettatore di abbassare le difese".
Una parte significativa del successo è legata proprio a questo meccanismo: il film parla di elementi riconoscibili e rassicuranti, proponendo un ritorno del già noto. "Le novità faticano spesso a imporsi, mentre qui il pubblico ritrova personaggi, parabole narrative, ambienti familiari come la casa, forme di megalomania, anche di matrice berlusconiana, e un repertorio di battute immediatamente identificabile", sottolinea la docente.
C'è poi il ricorso alla speranza e al lieto fine. "In tutti i film di Zalone i problemi non vengono annullati, ma evocati e attraversati con una vena ironica: dal politicamente scorretto ai rapporti intergenerazionali, dalla mania di protagonismo al consumismo e agli eccessi della società contemporanea. C’è sempre una forma di redenzione possibile, un invito a prendersi cura, a impegnarsi, a credere che esista una chance e una soluzione", sottolinea Gavrila.
Il politicamente scorretto
In questo contesto si inseriscono anche battute politicamente scorrette, dai riferimenti alla Shoah a Gaza, fino all’11 settembre, che difficilmente verrebbero tollerate se pronunciate da altri. A lui, invece, vengono concesse. "Questo avviene perché il personaggio riesce ad alleggerire costantemente il discorso e a rendere accettabili contenuti altrimenti respingenti. L’immagine che viene costruita è quella di un uomo non solo medio, ma addirittura al di sotto della media: la presunta ignoranza, il porsi sempre un gradino più in basso, l’assenza di pretese favoriscono un processo di identificazione anche con chi viene percepito come insensibile o privo di strumenti culturali, caricandosi simbolicamente di tutti i mali del mondo", commenta Gavrila.
Al centro del successo di Checco Zalone c’è anche la sua capacità di raccontare l’Italia attraverso un sistema di stereotipi ormai consolidato. "Zalone rafforza una rappresentazione che affonda le radici nella commedia all’italiana", osserva Gavrila. "Punta molto sul ritorno del già noto, evocando stereotipi del Paese che permettono alle persone di riconoscersi e di sentirsi riconosciute". Un meccanismo che genera una forma di gratificazione sia nel pubblico in sala sia negli spettatori degli schermi domestici, rispondendo a una diffusa voglia di leggerezza.
Cinema, tv e piattaforme
A incidere sul successo e, più in generale, sulle dinamiche di fruizione del pubblico è anche il rapporto sempre più stretto tra cinema, televisione e piattaforme. Secondo Gavrila, la diffusione dei contenuti audiovisivi su più canali non ha indebolito il cinema, ma ha contribuito a educare il pubblico a una fruizione trasversale. "Mi è capitato di osservare, anche nel periodo natalizio, sale cinematografiche piene per film non necessariamente leggeri", racconta la docente, sottolineando come la visione attraverso le piattaforme e la televisione non rompa il legame con il grande schermo, ma al contrario lo rafforzi.
"Oggi c’è una continuità che prima non esisteva", spiega. In passato, infatti, il cinema veniva percepito come un mondo separato e culturalmente più “alto”, mentre la televisione era considerata un medium di livello inferiore. Una distinzione che si è progressivamente attenuata anche grazie alle piattaforme digitali. "Grandi registi si confrontano con la serialità, il linguaggio cambia e si ibrida, autori cinematografici realizzano documentari o prodotti pensati per la televisione". Allo stesso tempo, osserva Gavrila, generi nati in ambito cinematografico, dopo una fase di maggiore commercializzazione televisiva, ritrovano proprio attraverso le piattaforme una rinnovata dimensione cinematografica e un diverso riconoscimento simbolico.
Un processo che, secondo l’esperta di Entertainment and Television Studies, fa bene all’intero mercato audiovisivo. "Siamo di fronte a un ecosistema trasversale, che non vede più una distinzione netta e radicale tra televisione e cinema e che può solo favorire la crescita di entrambi", prosegue. Un mercato in piena salute, quello del media entertainment, in cui l’audiovisivo rappresenta il prodotto più visto in assoluto e costituisce oggi una delle risorse centrali dell’economia dell’intrattenimento.
Diritti civili e tematiche Lgbtqia+
In questo contesto, sottolinea Gavrila, si inserisce anche il tema dei diritti civili e dell’inclusività, sempre più al centro dei prodotti audiovisivi. Un nuovo rapporto di Concerned Women for America (CWA), ha di fatti confermato come un terzo dei programmi Netflix classificati per bambini contiene personaggi, temi o messaggi Lgbt. La percentuale sale al 41% se si considerano le categorie Tv-g e Tv-Y7, pensate per essere totalmente prive di argomenti sessuali.
"Se queste tematiche vengono integrate nel palinsesto e nelle scelte dei pubblici in maniera naturale, è un segnale positivo. Si risponde così a una società che è cambiata, meno bigotta rispetto al passato, promuovendo pluralismo sociale, culturale e di genere", dice la docente, sottolineando l'urgenza di trovare un giusto bilanciamento tra rappresentazione e normalizzazione. Infatti, quando si esagera o si insiste su certi temi anche quando non è necessario, si rischia di ottenere l’effetto opposto, e ciò che poteva diventare un percorso di normalizzazione viene percepito come un’esagerazione: "Da una parte, si registra assuefazione: invece di sensibilizzare, diventiamo meno sensibili alla discriminazione di genere. Dall’altra può emergere un rifiuto di certe tematiche se portate all'eccesso".
Secondo l’esperta, il bilanciamento tra informazione, intrattenimento e realtà, proposto con sensibilità, può essere la scelta più efficace. "Non esiste mai una ricetta unica, ma l’estremizzazione non porta mai a risultati positivi", sottolinea. "Quando si insiste troppo o le modalità con cui si propongono le rappresentazioni risultano stucchevoli, si genera rifiuto nella mente, nel cuore e nella percezione di chi non si riconosce nella società. In questo modo, anziché promuovere inclusività e convivenza educativa, si ottiene l’effetto contrario". Gavrila avverte anche dei rischi legati all’omologazione e all’eccesso generati dai meccanismi algoritmici: "Quando diventiamo schiavi di queste dinamiche, le narrazioni rischiano di uniformarsi eccessivamente, con effetti negativi sulla società".
