“La grazia” del dubbio contro la furia del presente, perché bisogna correre a vedere il film di Sorrentino - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 08:31

“La grazia” del dubbio contro la furia del presente, perché bisogna correre a vedere il film di Sorrentino

La grazia è un film che non ti prende per mano, ma ti aspetta. E quando arriva, arriva dove fa male, per questo riguarda tutti

di Simone Rosti 

“La grazia” del dubbio contro la furia del presente, perché bisogna correre a vedere il film di Sorrentino

Viviamo in un tempo che non tollera il dubbio. Tutto deve essere deciso, dichiarato, risolto in poche battute, possibilmente urlate. La politica globale — nelle democrazie stanche come nelle autocrazie rampanti — sembra aver scambiato la velocità per forza e il decisionismo per visione.

La grazia, il nuovo film di Paolo Sorrentino, arriva allora come un corpo estraneo, quasi una provocazione: racconta un presidente che non rassicura e non promette risposte immediate. Un Presidente che dubita e, in questo dubbio, così scandaloso per il nostro tempo, c’è forse l’unica forma di lucidità rimasta. Per questo, ma non solo per questo, il film di Sorrentino non è solo un’opera riuscita, ma la sintesi più matura della sua poetica.

Dentro La grazia c’è il miglior Sorrentino possibile, ma c’è anche una parziale rinuncia all’eccesso estetico per arrivare dritto a temi universali. Amore, vita, morte, vecchiaia, solitudine, memoria, tradimento, ossessione e, soprattutto, il peso delle scelte, nei momenti in cui scegliere fa paura. Il protagonista interpretato da Toni Servillo (perfetto come sempre) è un Presidente della Repubblica a fine mandato. Ma questa è quasi un’illusione narrativa. Perché La grazia non è un film sul potere – quello Sorrentino lo ha già raccontato ne Il Divo – bensì un film sugli uomini. Sugli uomini soli. Che siano potenti o irrilevanti, il dilemma resta identico: cosa fai quando il tempo ti chiede una decisione che non puoi più rimandare?

In questo senso La grazia dialoga apertamente con uno dei più riusciti film di Sorrentino Le Conseguenze dell’amore. Il Presidente della Repubblica è, sotto la pelle istituzionale, un altro Titta Di Girolamo, un uomo immobile, schiacciato dai ricordi, abitato da un’ossessione sentimentale, incapace di sottrarsi a una domanda che riguarda il senso stesso della sua esistenza.

E qui Sorrentino compie il suo gesto più netto abbattendo la distanza tra il vertice dello Stato e la vita qualunque. Il dramma non cambia con il ruolo, cambia solo la scenografia. C’è poi un elemento centrale, troppo poco considerato nelle recensioni che si stanno leggendo: l’amicizia. L’unico rapporto autentico del protagonista è con un’amica di scuola - istrionica, surreale, senza freni - che non ha alcun timore per il ruolo del suo amico Presidente e proprio per questo lo salva.

È un’amicizia che non consola, che non addolcisce, che non protegge. L’amica dice parolacce e verità scomode. È l’unica relazione che resiste al tempo perché non chiede nulla, ed è forse una delle riflessioni più oneste mai fatte da Sorrentino sulla fedeltà emotiva. La grazia affronta anche temi politicamente e moralmente incandescenti – eutanasia, misericordia, responsabilità – ma lo fa senza proclami. La scena del cavallo morente è emblematica.

Quando il Servillo Presidente dice che “il diritto allontana la realtà”, Sorrentino non sta facendo teoria: sta obbligando lo spettatore a guardare. A stare lì, a chiedersi che cosa prova davvero davanti all’agonia, prima ancora di decidere da che parte stare (senza schierarsi per partito preso, in silenzio e con il tempo che serve); lo stesso schema si ripete, con il dubbio che travolge, di fronte alla scelta di una grazia o meno a cui il Presidente deve rispondere.

Siamo di fronte a un cinema che complica, non che semplifica. Non mancano poi gli elementi visionari in tipico stile Sorrentino. L’astronauta che piange e poi sorride delle proprie lacrime, il Papa nero, il corazziere, il canto degli alpini, la musica tecno che irrompe come una scossa nervosa. Ma questi non sono vezzi: sono segni, parte di un linguaggio riconoscibile che Sorrentino usa per scuotere lo spettatore. Pretendere che Sorrentino rinunci a questo sarebbe come chiedere a un poeta di smettere di usare le metafore.

La grazia è un film lento, sì, ma è una lentezza che fa riflettere e che all’improvviso si riempie di scatti emotivi violentissimi. È un film che non ti prende per mano, ma ti aspetta. E quando arriva, arriva dove fa male, per questo riguarda tutti. Non parla del potere, parla delle persone che, spesso, nella realtà restano sole. Persone che devono scegliere, tormentate, noiose, che convivono con il passato (“il passato è un peso, il futuro un vuoto”) e che sentono il peso delle responsabilità (che sembrano aver svanito tanti personaggi con ruoli pubblici).