Sanremo, l’analisi del massmediologo Klaus Davi: “Conduzione, cast e Olimpiadi: ecco perché il Festival non funziona”
La terza serata del Festival di Sanremo – a livello di ascolti tv- ha invertito il trend rispetto alle prime serate, ma secondo Klaus Davi il quadro complessivo non è dei più felici per quello che, ogni anno, si conferma un evento Rai capace di catalizzare le attenzioni da ogni parte. Le cause dell’ “insuccesso” sono molteplici secondo il giornalista e massmediologo, che intercettato da Affaritaliani traccia un bilancio dell’evento: “Il Festival, quest’anno, è stato oscurato è dalle Olimpiadi. C’è già stato un evento collettivo importante, che ha rubato le attenzioni del pubblico“, dice Davi. C’è già stato “un Sanremo sportivo, che ha visto il trionfo delle donne atlete italiane e che ha rilanciato l’immagine dell’Italia e della resilienza femminile“. Eventi, questi, che, al di là delle partite concomitanti, hanno “disinnescato il Festival”.
Davi ha evidenziato anche il ruolo della componente internazionale, fortemente depotenziata: “Questo non ha aiutato. Ieri, ad esempio, Alicia Keys ha funzionato, e anche bene. Alla fine, noi italiani amiamo il fatto che arrivino stranieri e che cantino le nostre canzoni. Aver italianizzato tutto ha fatto perdere un po’ di appeal. Sanremo, del resto, è una vetrina internazionale, e togliere spazio alla componente internazionale non è stata una scelta vincente”.
Carlo Conti vs Amadeus
Tra le cause del declino del Festival di Sanremo, secondo quanto osservato da Davi, c’è anche la questione della conduzione: “Carlo Conti è un professionista di grande esperienza e capacità. In un momento in cui il paese appare diviso e irritato per questioni politiche come il referendum, ha scelto di proporre un Sanremo più quieto e meno controverso. Ha voluto un festival che evitasse conflitti e polemiche troppo accese, cercando di mantenere un’atmosfera più calma e rassicurante per il pubblico”, spiega Davi. “Conti è così, è classico, si muove nel solco della grande conduzione. È una figura che parla agli over 40, al pubblico maturo di Rai1. Amadeus, invece, si rivolge a un target più giovanile. Non si può pretendere da Conti che diventi un conduttore estremo, non può diventare Mammuccari: è lui e basta”, dice il giornalista. Una conduzione che si muove nel solco del classicismo, sulla scia di Pippo Baudo: “Ma Baudo amava il colpo di scena: disoccupati, temi sociali, grandi irruzioni. Anche lui era classico, ma di altissimo livello. Anche la sua conduzione viveva di polemiche, le stesse polemiche che Conti preferisce smussare. Ma per me resta un grande professionista”.
Le polemiche
Il giornalista osserva come le polemiche che nascono sui social non hanno la forza di agitare realmente l’opinione pubblica, perché fanno parte della natura stessa dello spettacolo. Il Festival, infatti, è sempre stato teatro di grandi eventi, scandali o “tragedie” mediatiche, quindi le discussioni online rientrano in un contesto già noto. Il merito di Carlo Conti, secondo Davi, è “saper stemperare queste polemiche, cioè attenuarne la risonanza, così che non travolgano il Festival o la città che lo ospita”. Infine, le polemiche sui social, anche quando ci sono, tendono a svanire rapidamente, generalmente entro una settimana, senza lasciare effetti duraturi sul Festival stesso. Una strategia che non sembra premiare gli ascolti, che vanno a picco, forse, anche per il cast: “Gli esperti dicono che musicalmente non ci sono grandi nomi. Probabile sia così”.
Il toto-nomi
Quanto al futuro, circolano già dei nomi su chi potrebbe prendere il timone della prossima edizione del Festival. “Si parla di Stefano De Martino, ma non penso sia adatto. Lui è troppo giovane, e il ruolo richiede troppa responsabilità. Ci vuole cultura musicale, serve un direttore artistico autorevole. Lui non lo è ancora, anche se ottiene grandissimo successo tenendo testa a Gerry Scotti”, dice Davi. Ma la conduzione del 2027 potrebbe sorprendere con le donne: “C’è già stata la Carrà, la Ventura. Potrebbe essere una donna che viene da un Tg, non per forza da un varietà. Magari, chissà, Lucia Ocone o Paola Cortellesi. E, perché no, Maria De Filippi“. E c’è poi l’incognita Fiorello che però, sostiene il giornalista, “non ama prestarsi più di tanto”.
“Un altro nome che vedrei bene? Sigfrido Ranucci“, dice Davi. “Pensiamo anche che la Rai d’oro mandava in onda Renato Zero dei primi anni ’80, non era una scelta da poco. La Rai era formalmente democristiana, ma è sempre stata inclusiva. Zero era un personaggio di grande trasgressione, il David Bowie italiano. Non dobbiamo essere sempre iperclassici”, prosegue il critico. Quanto alla vittoria, Davi punta su Fedez e Masini, un abbinamento che funziona. Un voto al Festival? “Nel complesso non male. 7 e mezzo, e sto”.

