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Milano
Coronavirus, non entrate nei negozi cinesi. Il messaggio psicosi delle mamme

 

Il Coronavirus sta peroducento tanta paura. Al limite della psicosi ingiustificata. Come nel caso di chi diffonde allarmismi ingiustificati nei confronti delle persone, bambini compresi, di origine cinese. Ne sono un esempio le chat che circolano su WhatsApp e che invitano gli italiani a non entrare nei negozi cinesi. Perché i gestori sarebbero appena stati a Wuhan per questione di affari. Ma l'Italia ha messo in campo controlli molto accurati per chi proviene dalla Cina, quindi secondo gli esperti si tratta di allarmismo ingiustificato che non fa che accrescere paure incontrollate.
 

Cinesi: “Fontana e Sala ci aiutino”. Scatta la psicosi nelle scuole

Di Amelia Cartia

La psicosi contagia Milano. È arrivato anche qui il clima di sospetto cresciuto intorno al coronavirus che, partito dalla città cinese di Wuhan, ha già ucciso 170 persone e infettate altre 7.700: e la caccia alle streghe raggiunge vertici di irrazionalità.
Affaritaliani.it Milano ne ha parlato con Francesco Wu, imprenditore nel settore della ristorazione e della consulenza, cinese, milanese, e punto di riferimento per l’imprenditoria straniera presso la Confcommercio.
«Se fino a domenica avrei detto di no, che non bisognava alimentare allarmismi e vittimismi, adesso devo dire che sì, il calo di lavoro si avverte sensibilmente: la psicosi ha vinto sulla razionalità, la gente ha paura e non sta frequentando gli esercizi commerciali cinesi a Milano. La razionalità ci dice che la situazione è grave e seria, in Cina, ma in Italia ci sono i controlli agli aeroporti, c’è un protocollo, un sistema sanitario che si è attivato subito, non ci sono stati casi in Italia. E la percentuale di contagio, noché la possibilità di morire, in questo momento sono più basse che per l’influenza. Le faccio un esempio: il coronavirus ha una letalità del 2-3%, e ha una capacità di diffusione tale per cui ogni persona ne contagia circa tre, con il morbillo l’infettività sale a otto».

La comunità cinese si sta sentendo additata, evitata?
«Sì, a Milano ci sono alcune migliaia di attività commerciali intestate a cinesi, perfettamente integrati, che sono disertate in questi giorni. Con un danno per l’economia locale, non solo cinese: le materie prime che noi compriamo vengono in massima parte dall’Italia, infatti, se noi chiudiamo il danno economico non riguarderebbe solo noi. La psicosi colpisce poi nelle scuole: nelle chat di gruppo delle scuole, ci sono mamme che si dicono preoccupate per i compagnetti di scuola dei figli, che sono di origini cinesi. E lo scrivono nelle stesse cita dove magari c’è la stessa mamma del bimbo cinese».

Come se fosse contagiosa la cittadinanza stessa.
«Ma è irrazionale: il più delle volte quei bambini sono nati in Italia e non sono mai stati in Cina, così come noi stessi non andiamo in Cina da mesi, qualcuno da anni. In Cina bisogna stare attenti, è vero, ma da lì ad aver paura di ogni cinese che passa per strada a Milano ce ne passa».

Come stanno affrontando questa emergenza la politica e le amministrazioni?
«Mi meraviglia il silenzio delle istituzioni, della politica. Anche perché ripeto: il danno economico è per l’Italia stessa. I controlli ci sono, ci sono anche tanti italiani di ritorno, ma non sto vedendo rassicurazioni da parte della politica, nemmeno a livello locale. Comune e Regione, Beppe Sala e Attilio Fontana, dovrebbero attivarsi sul piano della comunicazione per non lasciare da soli i cittadini, italiani e cinesi. Diffondere i dati dei controlli, rassicurare chi ha paura. Al momento non c’è una comunicazione adeguata, rispetto ai consigli da dare e alle emergenze reali».


 

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