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Del Corno: "Milano ha fame di cultura, ma cambierà la sua fruizione"
Filippo Del Corno

Del Corno: "Milano ha fame di cultura, ma cambierà la sua fruizione"

Primo settore a chiudere, quello della cultura e dello spettacolo è anche tra i settori più incerti per la riapertura. Eppure per Milano è sempre stato un comparto trainante. A raccontarci le politiche del Comune di Milano per la ripartenza della Cultura è l’assessore Filippo Del Corno.

Assessore Del Corno, musei teatri e fondazioni sono stati i primi a chiudere: possiamo già quantificare economicamente il danno?
Adesso è molto difficile quantificarlo perché non ci sono ancora dati economici, si potrà fare solo quando si avrà cognizione delle condizioni della riapertura. Sappiamo naturalmente che è ingente. Oltre al danno materiale c’è poi quello derivante dall’esser stati costretti a interrompere in maniera brutale il rapporto con la città. Certo, molte istituzioni hanno mantenuto il filo diretto con l’utenza grazie a delle iniziative online, che certo non sono sostitutive dello spettacolo o dell’evento, ma almeno mantengono il ruolo di funzione pubblica, la continuità con la comunità cittadina. Se vogliamo sforzarci di cercare un lato positivo, questo tempo ha fornito a molti l’occasione per sviluppare tecnologie, materiali, archivi. Ma è chiaro che tutti aspettano il momento di riaprire, anche se gradualmente e con cautela. Dal 18 maggio potranno riprendere musei, biblioteche e attività espositive. In commissione consiliare abbiamo spiegato il nostro piano di riapertura: bisognerà procedere con grande gradualità. Le riaperture non ci riporteranno chiaramente come una macchina del tempo immediatamente alle condizioni di gennaio, dobbiamo aspettarci un ritorno graduale e progressivo in cui sperimentare anche nuovi modelli e protocolli di accesso e di sostenibilità economica, è evidente che ci vorranno nuovi processi produttivi sostenibili. Però c’è una cosa da dire che questa interruzione dell’esperienza culturale ne ha dimostrato l’insostituibilità. La città ha fame di cultura.

Per la riapertura e il sostegno alle imprese culturali sono previsti degli stanziamenti?
Dividerei il ragionamento in due fasi: prima di tutto l’emergenza. Il ministero ha stanziato un fondo di emergenza nel Cura Italia, e così noi abbiamo assunto la determinazione già annunciata dal sindaco Sala di destinare una parte del fondo di mutuo soccorso raccolto con le donazioni ai soggetti culturali della città, con particolare attenzione ai più fragili. È un sostegno a fondo perduto. Secondo piano di azione: per il 2020 va sganciato il principio di amministrazione dalla valutazione dell’attività effettivamente svolta. Ovvero: la prassi era destinare contributi agli enti in base al lavoro svolto, ai progetti. È evidente che per il 2020 questo non può essere fatto, e la pianificazione va fatta sul passato. Riparametrare la contribuzione pubblica sulla valutazione storica ci permette di guardare con un minimo di serenità al fatto che le strutture culturali potranno passere il 2020 senza un eccesso di danno. Il perimetro di spesa delle amministrazioni comunali è e sarà molto limitato: è opportuno ricordare che le entrate proprie del Comune e di cui il Comune può disporre sono l’imposta di soggiorno, che è azzerata, le tasse sull’occupazione suolo pubblico, che sono ridotte, la pubblicità, che è ridotta anch’essa, i dividendi delle partecipate, anche quelli ridotti basti pensare agli aeroporti, e poi la biglietteria del servizio pubblico locale. Il perimetro di spesa è molto limitato.

Quali soluzioni allora? Interventi statali?
Basterebbe che il governo stanziasse dei fondi importanti per ristorare le mancate imposte di soggiorno, per sostituire quella parte di trasporto pubblico non pagata, e che abbassasse la percentuale da accantonare per il credito di dubbia esigibilità. Mi spiego: un Comune attualmente deve tenere “in un cassetto” una cifra pari a coprire il 95% dei crediti che non è certo di poter riscuotere. Basterebbe che il governo decidesse di abbassare questa soglia, almeno per i Comuni che si sono rivelati più virtuosi, e già questo sbloccherebbe qualche somma.

Milano è ricchissima in termini di offerta culturale: tanto varia da contemplare sia istituzioni “too big to fail”, pensiamo alla Scala, sia piccoli teatri e piccole associazioni che ora si trovano in difficoltà. Quale futuro?
Istituzioni che versano in condizioni complicate ce ne sono molte al momento. Le grandi istituzioni più che essere “too big to fail” hanno degli asset che permettono loro di non essere a repentaglio. Per altre realtà ci sono dei rischi: occorre intervenire subito a garantire un flusso di cassa, per affrontare il momento difficile senza conseguenze troppo gravi. La vera sfida è ripensare la città del futuro. Negli anni ’10 Milano ha vissuto una stagione d’oro: questa crisi inattesa ha dimostrato anche le fragilità di quel sistema. Milano era dinamica, ma anche frenetica; plurale, ma anche bulimica. La sfida ora è capire cosa conservare di quel modello di sviluppo e chiudere i conti con quello che c’era di negativo. La città sarà in grado di superare il momento grazie al fatto che dovranno essere gli operatori ad assumersi questa responsabilità, con la cabina di regia dell’Amministrazione, che manterrà un principio di indipendenza.

Come cambierà la fruizione di spettacoli e cultura in città?
Difficile dirlo finché non ci viene data una cornice chiara. Ho sempre detto che bisogna rimettersi alle disposizioni medico sanitarie, e aspettiamo le indicazioni per questa fase. Sicuramente non possiamo immaginare le piazze affollate, gli accessi anche un po’ dell’ultimo momento a spettacoli e mostre, tutto sarà più disciplinato e programmato. Anche noi utenti non potremo più decidere dieci minuti prima di andare a vedere uno spettacolo. Cambierà il rapporto tra masse critiche di spettatori e offerta culturale, la criticità renderà forse lo spettatore più selettivo. Ma mi permetto un accenno polemico: Milano non era un “eventificio”, come più volte è stato detto. Era ed è un sistema culturale curioso aperto a una varietà complessa. Ora bisogna essere ottimisti: cerchiamo di capire come sviluppare un altro tipo di curiosità, più mirato e consapevole, per non perdere quella curiosità.

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