Milano
Domenico, figlio d’Italia
Domenico è figlio d’Italia perché il suo nome riguarda tutti. Perché davanti a lui non possiamo dividerci. Dobbiamo fermarci. Guardare il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Pretendere verità senza cedere all’odio

Domenico, figlio d’Italia
Nel 1981 l’Italia rimase sospesa sopra un pozzo. Alfredino Rampi, a Vermicino, divenne il figlio di tutti. Oggi l’Italia resta immobile davanti a una sala operatoria. E il nome è Domenico. Ogni tragedia innocente ha qualcosa di evangelico. Non per retorica, ma per quella nudità del dolore che non ammette difese. Sul Golgota c’era una madre ai piedi della Santa Croce. Non gridava vendetta. Restava. Vegliava. Custodiva una sofferenza più grande delle parole.
Oggi ci sono due madri.
C’è la mamma di Domenico, che ha implorato, sperato, resistito accanto a un letto fatto di macchine e monitor, come nel sudario di Cristo. Ha consegnato suo figlio alla scienza con l’unica certezza che una madre può avere: la fiducia. E quando quella fiducia si è spezzata, si è spezzato il mondo.
E c’è un’altra madre. Quella che, nel momento più atroce, ha perso il proprio bambino e ha scelto di donare il suo cuore. Un gesto che somiglia a un’offerta silenziosa. Dare vita mentre la propria si è appena fermata è un atto che appartiene alla sfera più alta, intensa e intima dell’umano. Anche quel dolore oggi pesa. Anche quel sacrificio è stato travolto.
Due madri. Due figli. Un unico Calvario.
Domenico è figlio d’Italia perché il suo nome riguarda tutti. Perché davanti a lui non possiamo dividerci.
Dobbiamo fermarci. Guardare il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Pretendere verità senza cedere all’odio. Come davanti ad Alfredino, un Paese si scopre fragile. Ma la fragilità può diventare coscienza. E la coscienza deve diventare responsabilità.
Perché il dolore di una madre non è mai privato. È un grido che attraversa e sferza una nazione. E chiede, con dignità, una sola cosa: giustizia!











