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H&M, e-commerce e F.lli Orsero. Tra crack, virus e licenziamenti. Inchiesta

H&M, e-commerce e F.lli Orsero. Tra crack, virus e licenziamenti. Inchiesta

"Grazie Re Giorgio” dice il sindaco Beppe Sala in uno degli ultimi quotidiani appuntamenti mattutini con i cittadini su Instagram. A gennaio 2021 la sfilata della collezione Armani Privé si terrà a Milano e non a Parigi. Per la prima volta. Ecco un segnale dato da “un grande milanese” – ribadisce Sala – per la ripresa. Già. Pronti, partenza, via: le prime a riaprire lunedì in Lombardia sono state le attività di ristorazione, turismo e strutture ricettive, servizi alla persona (parrucchieri, estetisti), commercio al dettaglio, mercati, fiere, uffici aperti al pubblico, musei e biblioteche. Dal 31 maggio anche palestre, piscine e centri sportivi. La città è chiamata alla sua sfida più grande. Ma per un Armani che torna – o che arriva – dentro la cerchia dei Navigli, tanti sono i nodi su economia e occupazione nel capoluogo. H&M non riapre due negozi nelle centralissime arterie dello shopping via Torino e corso Buenos Aires 56. Dentro a una strategia che prevede la chiusura entro l'anno di almeno sette punti sulla penisola. E che ha visto dall'inizio della pandemia il marchio svedese sospendere l'attività di 3.050 negozi, il 60 percento dei 5.061 totali del gruppo nel mondo, e le vendite complessive diminuire del 57 per cento, mentre aumentava di un terzo la quota del proprio mercato su internet. Con l'Italia nel triste primato internazionale di un meno 80 per cento. Le chiusure milanesi e italiane le ha annunciate la Uiltucs, sindacato di categoria della Uil. Contestando tempi e modi della decisione. Ma per il colosso del “fast fashion” è una scelta legata alla sostenibilità economica di ogni singolo punto vendita. Ci sono 70 persone a rischio posto di lavoro. Tutto il mondo commercio e retail è in subbuglio e la stampa di settore abbonda di notizie. Sulle 270 insegne che dominano su corso Buenos Aires, ridisegnato dall'amministrazione comunale a misura di biciclette, l'elenco delle attività a rischio o che hanno già annunciato chiusure è lungo: da Conbipel, che ha portato i libri in tribunale a marzo presentando domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo; passando per Spizzico che aveva già cessato l'attività prima dell'11 marzo e non riaprirà; fino a Moleskine che chiude in estate e Upim in attesa delle ristrutturazioni nel palazzo che la ospita. In via Torino invece è Marlboro Classics a lasciare i locali al civico 21 occupati da 40 anni. In questo caso per cedere il testimone a Salmoiraghi&Viganò del gruppo Luxottica, che ha tenuto alcuni negozi aperti su appuntamento per urgenze (per esempio rotture degli occhiali) anche durante il lockdown.

Il gigante internazionale guidato da Leonardo Del Vecchio ha garantito la cassa integrazione al 100 per cento dello stipendio ai propri dipendenti durante la crisi. Ma ora deve comunque fronteggiare i tagli di budget su progetti che prevedevano una mole di investimenti importanti. Proprio come il mondo di trucchi e cosmesi si confronta con il proprio peggior incubo: la mascherina. Fino a quando non si sa. Così i principali gruppi della distribuzione di cosmetici, i laboratori e gli stabilimenti produttivi della filiera fuori Milano, dopo aver letto indagini di mercato e report sulle tendenze in atto, si lanciano nelle sperimentazione di nuove linee e gamme. Per esempio rossetti compatibili con le mascherine chirurgiche e che non rechino danni alle labbra. Uno degli slogan? “Meno bocca e più occhi”, racconta con una battuta un chimico del settore.

Nelle vie dello shopping non tira una bella aria. Lo si vede da quali colloqui di lavoro ripartono. E quali sono fermi al palo. I negozi non assumono, non rinnovano i contratti a tempo determinato di fatto eludendo il blocco dei licenziamenti sancito dal Governo, e organizzano turni ridotti per il personale alle riaperture, allungando la cassa integrazione oppure segnando le ore non lavorate da contratto come ferie, permessi e rol. Chi si lancia in nuove assunzioni, per ora, sono i servizi di customer care per l'e-commerce. Affidati da grossi clienti come Zalando a società esterne. Che offrono due settimane di formazione da remoto sui gestionali, rimborsate a 3,5 euro l'ora nell'ambito delle “politiche attive” come il fondo Forma.Temp, e una potenziale assunzione successiva con contratti di somministrazione part time. Del resto è lì che corre l'economia del fashion: basti pensare che ai lavoratori Inditex, come i commessi di Zara da lunedì richiamati in servizio due giorni a 16 ore a settimana (le restanti in cassa integrazione), già da tempo sono garantiti incentivi economici e bonus in busta paga per non chiudere la vendita del capo con il cliente in negozio, ma convincerlo ad acquistare online attraverso i tablet messi a disposizione nel punto vendita. Più e-commerce però significa meno negozi fisici. O negozi più piccoli e diversi per obiettivi e manodopera.

E allora sulle strade del commercio milanese aleggia un punto di domanda: per usare un neologismo, assisteremo a una progressiva “Montenapoleizzazione” delle vie del centro? Con il negozio fisico che diventa sempre più “esperienza” e meno acquisto? Dove le vetrine a rimanere aperte e scintillanti sono solo quelle di chi ha un target clienti alto, tale da poter sostenere i costi di affitti milanesi e forza lavoro? Mentre il segmento dello shopping per ceti medi, bassi e popolari si riversa su siti, magazzini di stoccaggio e corrieri che consegnano a casa?

Altro capitolo: dal centro ci spostiamo in periferia. Zone meno chiacchierate e simboliche dello “storytelling” meneghino ma altrettanto, se non più, strategiche. Via Fantoli. Nodo logistico dove s'incrociano le direttrici di vari punti strategici per la città: la Tangenziale est, uscita CAMM (Consorzio Autostazione Merci Milano), l'aeroporto di Linate, il Centro di produzione Rai di via Mecenate, il Consorzio Ageas di via Quintilliano che lavora per l'Ortomercato e per la controllata del Comune di Milano, Metropolitana milanese. Ma anche quartiere oggetto di importanti piani di riqualificazione, o “gentrificazione”, a seconda dei punti di vista e delle letture politiche. Come il social housing “Quid District” oppure l'hub “Guccio Gucci”, realizzato nel 2016 dentro l'ex fabbrica aeronautica Caproni, che raggruppa gli uffici della Maison insieme agli showroom e allo spazio dedicato alle sfilate.

E proprio in via Fantoli vi è una storica proprietà della famiglia simbolo della moda italiana: il capannone industriale affittato per anni alla TNT a 400mila euro annui, riconducibile a Silvana Barbieri Reggiani, “Nonna Gucci”, madre di quella Patrizia Reggiani condannata come mandante dell'omicidio del marito e che sarà interpretata da Lady Gaga in un film sulla saga familiare diretto da Ridley Scott che è stato annunciato nell'autunno 2019. Bene. In questo contesto, economico, urbano e di storie milanesi, è arrivata in Prefettura come un fulmine a ciel sereno la notizia della chiusura del magazzino Fruttital. Società di Albenga del gruppo Orsero Spa da un miliardo di fatturato. Leader nell’Europa mediterranea per l’importazione e la distribuzione di prodotti ortofrutticoli freschi e operante attraverso un network di società con base in Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Grecia, Costa Rica, Colombia e Messico. Oltre 750.000 tonnellate di frutta e verdura commercializzata nel 2019, 1.500 fornitori e il proprio marchio firma “Fratelli Orsero” per i prodotti di gamma più alta. Ma i clienti sono sopratutto grande distribuzione organizzata con marchio proprio, istituzioni e grosse aziende private.

La mole di lavoro è aumentata durante il lockdown e allora cosa è successo? La produzione è organizzata su tre livelli. L'impianto Fruttital si appoggia a un general contractor, Skill spa di Roma, società di ingegneristica che si occupa della progettazione dei magazzini e dei flussi di lavoro. Skill a sua volta subappalta la manodopera a Mizar srl di Milano, l'operativa che si occupa di logistica e mette il personale. Con un contratto sui volumi. Per ogni chilogrammo di frutta gestita e stoccata si stacca fattura a Fruttital. I lavoratori sono una sessantina, a maggioranza stranieri, transitati negli anni attraverso varie cooperative di lavoro con il meccanismo delle clausole sociali che impone il riassorbimento degli stessi quando cambiano gli appalti. Da quattro anni gli operai si sono organizzati in un piccolo ma agguerrito sindacato di base, come spesso avviene nella logistica: il Sol Cobas. A marzo il magazzino resta aperto in linea con le disposizione sulle filiere di prima necessità. Gli operai già dal 16 del mese pretendono le mascherine Ffp3 e l'adeguamento a tutta una serie di dispositivi di protezione individuale come gel, distanziamento sul lavoro superiore a un metro, misurazione febbre in ingresso, igienizzazione giornaliera degli ambienti e dei mezzi di trasporto. Lo fanno presente con una lettera di diffida e una pec inviata sia a Mizar che per conoscenza a Fruttital. Mizar non riesce a reperire sul mercato le Ffp3 e continua a lavorare con le chirurgiche.

A fine mese il Sol Cobas denuncia casi di contagio Covid. Un lavoratore con sintomi come febbre a 39.5, tosse ed astenia, alterazione del gusto e scarsa espettorazione con emottisi. Un altro a cui viene diagnosticata una polmonite interstiziale bilaterale dopo TC al torace. Affaritaliani.it Milano è in possesso di tre fascicoli sanitari. Due tamponi positivi e un “paziente con verosimile infezione da Covid, mai eseguito tampone”. L'avvocato dei lavoratori, Tania Lombardo, parla di “almeno cinque casi”. Molti si rifiutano di lavorare, si mettono in malattia e in magazzino a inizio turno si presentano in 34 su oltre 60. Le attività vengono sospese dal 28 marzo. Fruttital sposta la movimentazione e il confezionamento delle merci sui siti di Verona e Firenze. Lo scontro fra lavoratori e azienda si consuma su motivazioni e date di questa scelta. Per il Sol Cobas dettata dalla volontà di eliminare la forza lavoro più sindacalizzata – assente in altri magazzini – che ha fatto entrare il contratto nazionale della logistica e dei trasporti in azienda. Fruttital scrive invece alla Prefettura di Milano il 15 aprile che “sin dai primi giorni di marzo Skill e Mizar non si erano mostrate in grado di completare tutti gli ordini giornalmente passati da Fruttital a causa di una crescente assenza di personale, culminata, nell'ultima settimana del mese con punte, a detta delle due società, pari al 50 per cento del personale per loro necessario”.

“Oggi – si legge ancora nella missiva giunta in corso Monforte – a due settimane dalla chiusura del magazzino di Milano, abbiamo potuto verificare che le altre piattaforme hanno assorbito senza problemi l'aumento di lavoro, con una semplificazione dal punto di vista organizzativo, una maggiore fluidità della catena logistica e una migliore risposta alle esigenze dei clienti, a cui si aggiunge anche un risparmio dei costi”. Lo stesso giorno Mizar scrive a lavoratori e sindacato. In seguito al “recesso del contratto d'appalto ci vediamo costretti a chiudere il rapporto di lavoro con tutti i nostri dipendenti operativi sul Cantiere a far data dal 30 aprile 2020”. Non è chiaro come questo possa avvenire oggi visto il blocco dei licenziamenti collettivi. I lavoratori sono in presidio fisso davanti al magazzino di via Fantoli da inizio maggio. I loro avvocati hanno presentato un esposto in procura.

Ma a prescindere dagli strascichi giudiziari rimane il nodo lavoro sulla città: che fine fanno le attività di Fruttital sul capoluogo lombardo? Contattata, la società fa sapere di “essersi adoperata per garantire la consegna di frutta e verdura su tutto il territorio nazionale, nel più rigoroso rispetto delle normative vigenti e delle best practice in tema di salute dei propri dipendenti e collaboratori, sia interni che esterni”. E che per ciò che riguarda Milano “venuta meno la garanzia di un servizio adeguato per la mancanza di personale gestito dalla società appaltatrice, Fruttital ha dovuto riorganizzare i processi operativi, allocando su altri siti l’attività. In questo modo, è stato possibile garantire le consegne di frutta e verdura a clienti e consumatori serviti da Milano che altrimenti avrebbero rischiato di non ricevere la merce in un momento socialmente tanto delicato. La società nel medio termine valuterà il miglior impiego del sito produttivo di Milano in funzione della sua localizzazione strategica anche eventualmente allocando nuove linee di business ovvero tipologie di nuovi servizi ai clienti”.

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