I Hate Milano

di Mister Milano

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I Hate Milano
All’Anteo finisce un’epoca. Ecco perché. I Hate Milano
Giuseppe Sala, Pierfrancesco Majorino, Francesca Balzani

La prova che un’epoca sia finita per sempre sta nel fatto che c’era più coda ieri davanti all’Anteo per il primo dibattito delle primarie del centrosinistra che domenica a San Siro a vedere il Milan. Salvo cataclismi, chi vince questa vince tutto, a Milano il centrodestra sta come d’autunno, sugli alberi Mihailovic. 

Mentre si aspetta l’arrivo dei due candidati, la mia attenzione e’ catturata da due dei tre intervistatori. Il primo a salire sul palco e’ il sociologo Bonomi, che per l’occasione ha deciso di vestirsi da prete. Per meglio entrare nella parte, in mano stringe un libricino tipo Vangelo e per tutta la serata, invece che fare domande si lancerà in prediche fumose, sforando lui stesso il limite dei tre minuti che in teoria sarebbe riservato alle risposte. Ci si chiede allora a cosa serva imbrigliare il dibattito in regole all’americana che impediscono ai candidati di interagire fra loro - e al pubblico di capire - se poi a fare le domande al posto di Anderson Cooper c’e’ una specie di logorroico Don Matteo. 
L’altro intervistatore e’ Jacopo Tondelli, che al look da sagrestia di Bonomi risponde con giacca e occhiale in stile “Romanzo Criminale”: impossibile non immaginarselo al Bar Basso, mentre davanti a uno Sbagliato nel bicchierone pianifica con Renato una rapa all’Ortica. 

Sulla destra del palco c’e’ una sorta di tendone verde scuro, da cui ogni tanto - come succede a Disneyland quando all’improvviso, da porte laterali, spuntano i pupazzi dei personaggi dei film - fanno capolino draghi e virago della politica milanese: e’ la cara vecchia compagnia di giro in perenne ricerca di un posto al sole o, almeno, di un posto di lavoro, che dopo un quinquennio sfangato a suggere Giuliano, ora ci riprova con Giuseppe, e pazienza se Giuliano e Giuseppe in comune hanno solo la G: per loro e’ una mera questione di sopravvivenza. 

Finalmente si apre il dibattito, e la prima domanda verte sulla cultura.  In coda a un discorso, Majorino cita il caso dell’Apple Store al posto del cinema Apollo come esempio di ciò che in futuro non dovrà più accadere, ovvero cultura contro tecnologia, tradizione contro innovazione. Dalla reazione del pubblico alla parola “Apple” - mugugni e qualche applauso di scherno, anche se il concetto di Majorino era tutto tranne che critico verso la multinazionale americana - si capisce lo schema della serata e, probabilmente, dell’intera campagna elettorale: duri e puri dietro al Majo, moderati con Sala.

La prima fiammata del dibattito avviene quando Sala afferma che “chi governa Milano dovrà essere indipendente da chi governa a Roma”. Una frase giusta nella sostanza, ma e’ strano che a dirlo sia lui, dato che come tutti sanno e’ stato proprio l’uomo che governa a Roma a nominarlo candidato del centrosinistra. Così’ come strano e’ che, chiamati a indicare dei nomi per una futura giunta, Sala faccia quello di Ferruccio De Bortoli, ovvero colui che sulla prima pagina del primo quotidiano d’Italia ha accusato il premier di far parte della massoneria e poche settimane fa gli ha dato del duce su twitter. Chissà, di tutto questo, cosa ne pensa Renzi. 

Ma e’ a questo punto che capisco il perche’ del look di Tondelli, quando all’improvviso alza la testa, guarda verso gli intervistati, e spara una domanda che, avesse usato una P38, avrebbe fatto meno male.
“Che ne pensate di Comunione e Liberazione?” chiede come se nulla fosse.
Cala il gelo. Sala, con microfono in mano, fa la stessa faccia che farebbe Peter Parker se, nel mezzo di un volo tra un grattacielo e l’altro, si accorgesse di colpo di aver finito il flacone di ragnatele. Dopo attimi di silenzio che dal vivo sono sembrati eterni, mister Expo la prende larga, larghissima, e dice che lui “capisce che c’e’ ampio spazio per le categorie del pensiero”  e pero’ poi bisogna “andare a vedere la realtà’”. Il pubblico, compresi i suoi sostenitori, non capisce così’ lui, esplicitando, chiede ai presenti di “andare a vedersi cosa ha fatto Comunione e Liberazione quando governava perche’ quello che conta e’ la realtà’ dei fatti”. 

Per capire la portata di questa frase bisogna fare un passo indietro, e tornare al 2011, alle primarie di Boeri contro Pisapia. All’epoca, fu proprio la vicinanza di Boeri con Comunione e Liberazione a essere l’oggetto sociale della campagna elettorale dell’allora outsider Giuliano, il mantra ripetuto a ogni sospiro da tutti i suoi sostenitori. Ora, cinque anni dopo, quegli stessi per i quali un candidato di sinistra vicino a Comunione e Liberazione era un’eresia sono li, sorridenti e in prima fila, schierati a sostegno di un candidato che non ha problemi a incitare gli elettori del centro sinistra “ad andarsi a vedere che cosa ha fatto Comunione e Liberazione quando governava a Milano”.  Insomma: bene fa, Giuseppe Sala, a difendere la sua storia, ma il problema - anzi il problemone - e’ la totale mancanza di coerenza di quelli che gli stanno attorno. 
Ma a questo punto e’ perfino troppo facile per un Majorino ringalluzzito come lo Stregatto ricordare al Sala-Alice che qui, nel Paese delle Meraviglie tutti ricordano benissimo Comunione e Liberazione e soprattutto si ricordano Formigoni, che di CL e’ stato per due decenni deus ex machina assoluto. Il pubblico esplode in un boato, Sala-Alice tace magari pensando ai Panco e Pinco dei suoi addetti alla comunicazione, e io mi guardo attorno pensando che da un momento all’altro, come nei match di MMA, entrera’ un arbitro a fermare l’incontro per K.O. tecnico. 

Invece si va avanti, e poco dopo quando Sala ricorda di un suo piano riguardante le municipalizzate presentato all’epoca della Giunta Moratti dal non felicissimo titolo “Ambrosianamente Ambreus”, Majorino affonda di nuovo ricordando a tutti che il piano se lo ricorda poco perche’ mentre Mister Expo era city manager della Moratti lui era impegnato a fare il capogruppo del Pd. Questa mera constatazione di curricula scatena i fischi dei sostenitori di Sala, e allora di nuovo noi davvero non capiamo: o si accetta l’idea del candidato manager che, scevro da ogni ideologia, lavora ieri per la destra e oggi per la sinistra in virtu’ della sua competenza, oppure si fa una scelta identitaria, stabilendo che alcuni valori non sono negoziabili e che no, il city manager di Letizia Moratti detta “La Petroliera” non lo si può sostenere. 

Pretendere di avere Sala e appiccicargli addosso il profilo del vecchio compagno marxista risulta grottesco, sia a rigor di logica sia per lo stesso Sala, che non e’ credibile -  e non lo sara’ mai - quando dice cose tipo “dobbiamo vincere senno’ questi qui del centrodestra ce li becchiamo altri vent’anni” perche’ un domani per un Salvini, un Del Debbio o chi per loro sara’ un gioco da ragazzi chiedergli “scusi, compagno, ma allora lei perche’, mentre la città’ questi del centro destra se li beccava, lavora per loro e ne veniva profumatamente pagato?”.
Non e’ un caso che Sala il meglio di se’ lo dia nell’ultima parte del dibattito, quando parla a braccio di numeri, quando viene fuori la vocazione internazionale del dirigente il mondo lo ha girato in business class: quando fa, di fatto, il candidato che piacerebbe anche al centrodestra. 

Cosi’ si arriva in fondo, e la sensazione e’ che le attese della vigilia siano state esattamente confermate: da una parte il progetto di Majorino con al centro i valori e le persone, dall’altro quello di Sala con al centro cifre e i bilanci in attivo. 

Sembra di assistere a un qualcosa di simile alle primarie in corso nel Partito Democratico americano, con Majorino nei panni di Bernie Sanders - il candidato del popolo con al centro un programma incentrato sul sociale - e Sala in quello di Hillary - la candidata dell’establishment in grado di sfondare al centro.
Non e’ detto che i due programmi siano così antitetici come possano sembrare. Vedremo come, in tutto questo, si inserirà  la Balzani, il senso della cui candidatura resta ad oggi un mistero avvolto da tenebre arancioni.

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