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"Il Codice del Capitale", come il diritto crea ricchezza e disuguaglianze

"Il Codice del Capitale", come il diritto crea ricchezza e disuguaglianze

The Code of Capital: How the Law Creates Wealth and Inequalities” è un libro giuridico accessibile a tutti e che ha attirato grande attenzione in tutto il mondo. Il punto di partenza dell’autrice, la giurista Katharina Pistor, è una denuncia: gli studi legali piegano le legislazioni nazionali a favore dei ricchi clienti, la conseguenza è un’iniquità in aumento.

Le ragioni del successo di questo libro possono essere ricondotte nella enorme novità rappresentata dallo stesso. Pistor, infatti, critica apertamente non solo il sistema di potere cui fanno parte gli studi legali, ma anche quello a cui appartiene la propria facoltà (è docente alla Columbia Law School di New York) ed i propri studenti, fra i massimi protagonisti di tale sistema. L’autrice descrive la lunga marcia del diritto verso la sempre più forte protezione del capitale, ripercorrendo, in un lungo excursus, la storia della proprietà fondiaria in Inghilterra quando fra il Cinquecento ed il Seicento, al tempo delle enclosure, le terre comuni passarono esclusivamente ai proprietari terrieri.

Pistor parte dall’analisi di assunti noti per lo più a giuristi, tra i quali quello secondo cui il diritto nasce per dare ordine alle cose presenti in natura perseguendo obiettivi razionali, come la convivenza pacifica tra gli uomini, ma approda ad evidenze ulteriori che possono essere così sintetizzate: “i detentori di risorse, con i migliori avvocati al loro servizio, possono perseguire i propri interessi con ben pochi limiti” (Pistor, p. 20). Secondo Pistor questo meccanismo è ancora più accentuato nei paesi di common law, dove l’evoluzione giuridica, grazie alle spinte degli avvocati e alla recettività delle corti, ha portato a una forte espansione del perimetro e delle prerogative attribuite ai diritti di proprietà. Come ben evidenziato nella postfazione del libro, la tesi di Pistor si innesta nel filone di pensiero che contesta la visione tradizionale del diritto inteso come “strumento tecnico neutrale” (soprattutto in certe materie come il diritto dei contratti, il diritto antitrust, o le regole operanti in materia di privacy), considerandola deformante, per avanzarne una in cui il diritto, lungi dall’essere uno strumento neutrale, “è invero concepito come grimaldello per estendere il dominio del capitalismo attraverso l’ampliamento dei mercati e della logica mercatile in ambiti ove, prima, altre erano le grammatiche istituzionali prevalenti” (si veda, postfazione, a cura di Ciommo, Di Nola, Vatiero). Tale fenomeno è ancora più evidente fra gli avvocati inglesi ed americani che hanno goduto per secoli non solo di un’autonomia dallo stato più significativa, ma anche di un più stretto rapporto con il sistema delle corti, composte da ex avvocati. Ed è qui che maggiormente si comprende il ruolo ed il significato del titolo del libro “codifica del capitale” che è un processo più decentralizzato di quanto si pensi. La legge, infatti, almeno in parte, rappresenta, sempre più, un sistema di codificazione privatizzato, nel senso che i ‘consumatori di regole’ più ricchi, ingaggiando i migliori studi legali al mondo, concorrono a determinare una codificazione del tessuto normativo per la quale sia “possibile guadagnare dappertutto, e allo stesso modo le perdite [possano] essere lasciate in ogni dove” (Pistor, p. 21). Quello che emerge chiaramente è che il sistema capitalistico si associa a un processo di codificazione decentralizzato e privatizzato, che tende a polarizzare le posizioni giur-economiche e ad accentuare le diseguaglianze sociali. Ed è proprio da questa prospettiva che si può cogliere il messaggio più dirompente di questo libro: “la legge è la stoffa dalla quale viene ricavato il capitale” (Pistor, p. 213) in quanto sono le regole giuridiche a creare “i nuovi asset” e cioè i beni a cui viene riconosciuto valore di mercato e con quali, dunque, si genera ricchezza. L’originalità di Pistor sta, in particolare, nel fatto che tale pensiero approda in un’epoca in cui viene annunciato, ormai da decenni, il tramonto del diritto come tecnica in grado di svolgere efficacemente il controllo sociale. Il diritto di cui parla Pistor è un diritto diverso da quello di matrice statuale e se è vero che la norma politico-giuridica (ma anche religiosa e morale) è stata il principio ordinatore del capitalismo, senza alcun dubbio il capitalismo tende alle deregulation, o meglio tende – e lo ha fatto magistralmente negli ultimi lustri – a sottrarre le dinamiche privatistiche al dominio del diritto inteso in senso tradizionale.

In definitiva, dalla lettura di questo libro, si coglie che il diritto statuale, anche in ragione della c.d. concorrenza normativa che a causa della globalizzazione imperante opera tra gli Stati (Pistor, p. 229), si è arreso ogni giorno di più all’autonomia dei privati e alle nuove tecnologie, sicché chi dispone dei migliori avvocati e di maggiori risorse da investire può dal nulla creare nuovi beni o appropriarsi di nuova ricchezza, così aumentando ulteriormente le proprie disponibilità e, di conseguenza, le disuguaglianze sociali.

 

 

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