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Milano
La "Winterreise" di Schubert: lied leopardiano alla Scala
Markus Werba e Michele Gamba (foto: Brescia-Amisano)

La "Winterreise" di Schubert: un lied leopardiano alla Scala

Non c'è niente di più leopardiano, in musica, del “Viaggio d'inverno (“Winterreise”) che Franz Schubert compose su versi di Wilhelm Müller nel 1827, l'anno prima della morte. Leopardiano inteso come visione nichilistica della vita, consapevolezza della vacuità del tutto, meditazione sul vuoto dell'esistenza umana. Il viandante protagonista del ciclo di 24 lieder cammina nel freddo gelido dell'inverno, verso nemmeno lui sa quale meta, per accompagnarsi alla fine allo spettrale suonatore di organetto contro il quale, sulla strada ghiacciata, ringhiano i cani. Non c'è speranza, non c'è luce, non c'è redenzione in questo viaggio verso gli inferi di se stesso. Eppure quanta straordinaria invenzione poetica, quanto pathos in una scrittura musicale rarefatta, scarna, scabra, che fa di questo ciclo schubertiano uno dei punti più alti della intera storia della cultura occidentale.

Winterreisse alla Scala: convince l'interpretazione di Werba e Gamba

Per eseguire la “Winterreise” ci vogliono due grandi artisti, perché il pianista non è un accompagnatore, ma un co-interprete. Alla Scala ieri sera (domenica 8 gennaio) è toccato al baritono austriaco Markus Werba e al pianista e direttore d'orchestra milanese Michele Gamba ripetere il miracolo, tenendo inchiodato il pubblico alle poltrone per un'ora e dieci minuti di musica ardua: “Winterreise” non intrattiene, soggioga con la sua metafisica riflessione sulla vita e sulla morte. Gamba è straordinario nell'asciuttezza e rarefazione del suono, nel rendere la febbrile inquietudine del viandante, Werba si conferma interprete sensibile, raffinato, elegante: negli ultimi anni ha superato l'unico limite  che aveva nella prima fase della carriera, cioè lo scarso volume vocale. Se il meglio di sé lo dà nelle note smorzate, sussurrate, è sicuro anche nel momenti in cui il suono si espande e la voce assume maggiore spessore.

Il difficile rapporto del pubblico italiano con il repertorio liederistico

Il vostro cronista, che è cresciuto a pane e Fischer-Dieskau (il baritono tedesco massimo interprete nel secondo '900 del repertorio liederistico, e non solo), è uscito da teatro convinto e felice (sì, la musica può rendere felici anche quando parla della morte, o del vuoto della vita). Peccato solo che la Scala fosse piena a metà. O vuota a metà, fate voi. È l'eterno problema del repertorio liederistico in Italia: nel settembre 2018, per scaldare il pubblico al termine di un sublime recital di Liszt, Wolf, Mahler (Rückert Lieder) e Richard Strauss (Vier letzte Lieder), il tenorissimo Jonas Kaufmann concesse come bis arie di Verdi e Puccini, rompendo la magia della serata ma finalmente facendo tremare la sala dagli applausi. Alla Carnegie Hall di New York nell'ottobre 2021, con un programma simile, Kaufmann cantò invece come bis altri lieder di Strauss. Così va il mondo.

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