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Milano

di Franco D'Alfonso

Da buon riformista, al momento di entrare a far parte della prima Amministrazione di sinistra del Duemila pensavo di dover presidiare, assieme ai colleghi di Giunta ed al Sindaco , proprio la frontiera di un ideologismo di ritorno che al grido di “adesso tocca a noi” avrebbe cercato di spingere l’amministrazione su una strada di demagogia populista e di un estremismo “malattia infantile del comunismo” che ha accompagnato tutta la storia del movimento socialista . Pensavo insomma che il problema fosse il vecchio “nemico interno” , l’estremismo  di chi da giovane  faceva dello smascherare i socialtraditori il suo principale obiettivo politico, trovando poi buone ragioni per criminalizzarne nuovamente anche la  storia unendosi alla destra  populista e forcaiola dopo “ Mani pulite” . Non era passato troppo tempo dal disastro dell ‘ Unione di Prodi e non si aveva la sensazione che la lezione derivante dalle sconfitte in serie  determinatesi per la divisione nel campo della sinistra fosse stata completamente superata dalla svolta “arancione”.

Il pericolo “sinistra – ista – ista “ si è rivelato essere invece un problema minore, limitato al ceto politico che si muove da anni tra le diverse sigle della sinistra antagonista , nella quale  è rientrata a pieno titolo anche quello raccolto intorno a Vendola e Sel , che con la scelta di non aderire al Pse in occasione delle ultime elezioni europee ha prima perso  gli elettori e gli eletti in Europa e poi i parlamentari italiani . Certo, i consiglieri  che a Milano fanno riferimento a questa area hanno costante difficoltà a ricordarsi di essere maggioranza, avendo come riferimento il “cursus onorum“ del decano del consiglio, Basilio Rizzo, costituito da trenta anni di onorata  e tenace opposizione senza se e senza ma . Scatta sempre  il riflesso condizionato di adesione a qualsiasi  presa di posizione dei sindacati ed in generale il rispondere ai “richiami della foresta” che negli anni Ottanta erano dissacranti e stimolanti ma oggi sono solo gli ultimi fuochi del conservatorismo che  ha tenuto la sinistra italiana su un binario secondario per non dire morto nel dibattito politico europeo.  L’ossessione di essere i guardiani di una presunta purezza li ha comunque portati a supportare quattro scioperi del pubblico impiego contro i cambiamenti organizzativi e le politiche del Comune, a fronte di zero nel corso dell’ultimo quinquennio di amministrazione di centrodestra, nonché a parlare di delusione, rivoluzione tradita e via trombonando già dalle prime sedute di consiglio, quando si discuteva del destino di Expo e delle aree , ma non si può dire che sia stata questa la sabbia nel motore delle riforme  che ritarda ancora il cambio di passo  a Milano.
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Il “nemico interno” invece era ed è ancora il vecchio ceppo culturale di derivazione Pci-Pds-Ds che era anche formalmente  dominante nel Pd milanese fino a poco meno di un anno fa, quel connubio fra i rivoluzionari  aderenti al movimento di “Tutti da Fulvia il sabato sera” che le vignette fulminanti di Tullio Pericoli inchiodavano settimanalmente alle loro contraddizioni  e quello che resta di una vecchia struttura  di apparato trasformatasi negli ultimi tre decenni  in un gruppo di pianificazione carriere peraltro sempre meno entusiasmanti  ed attraenti, che si trovò ad  assumere nel 1994 una leadership politica e culturale senza aver combattuto alcuna battaglia politica.
(….)
Se a livello di esecutivo di Giunta il dibattito permette generalmente di  ridurre drasticamente le tensioni  politiche ,  il riflesso condizionato alle parole d’ordine ed alle parole chiave di una sinistra perennemente ferma al fotogramma precedente o che, peggio, si fa condizionare dai primi quattro commenti su facebook, ha  un effetto decisamente maggiore a livello di consiglio comunale dove si combinano con grande facilità con uno spirito che benevolmente possiamo chiamare di competizione nei confronti  degli assessori del proprio stesso partito ( pratica rigorosamente bipartisan, questa dinamica è sempre presente in Consiglio da quando l’elezione del Sindaco e dell’esecutivo è diventata diretta) e con lo spirito “revanchista “ degli sconfitti delle primarie che aumenta  man mano che si attenua il ricordo di quei giorni. L’effetto visibile è che tutti gli accordi con la minoranza consiliare per mettere fine all’immancabile filibustering  di aula devono  concludersi con una dichiarazione “abbiamo migliorato l’equità del provvedimento tutelando i più disagiati, i disabili, le donne , i bambini , le famiglie numerose , le periferie, i dannati della terra etc “  attraverso il formidabile strumento di una riduzione di euro 16, 22 a  persona sulle tasse comunali ( non è uno scherzo, è lo “sconto” sull’irpef comunale “imposto” dopo dieci sedute per quasi cento ore di aula  nel bilancio 2013…) .
Anche questo aspetto  della gestione della maggioranza di governo , pur con la sua notevole carica di autolesionismo politico al limite del masochistico, non può essere classificato come ostacolo insormontabile ed infatti tale non è stato . Ma è osservando il comportamento d’aula del gruppo consiliare di maggioranza che ci si accorge del vero pericolo  che minaccia l’unità politica del centrosinistra, milanese e no .La convergenza sempre più frequente su singoli provvedimenti , mozioni ed iniziative con le posizioni dei consiglieri di minoranza, il silenzio in aula e sui giornali osservato dal complesso del Pd come massimo elemento di consenso all’azione della Giunta sui provvedimenti politicamente più importanti trascende chiaramente l’ostilità personale, che tende naturalmente ad aumentare nella fase finale della legislatura, nei confronti  della compagine assessorile e dello stesso sindaco  ed indica  l’esistenza di una differenza politica  fra il maggior partito organizzato del centrosinistra e chi amministra la città.
(….)
Non è più pensabile  per una sinistra degna di questo nome assecondare il “pensiero unico contabile” che da Bruxelles a Roma fino ai singoli Comuni  ha preso il posto della politica. L’idea che il governo delle città e dell’intero Stato sia una questione sulla quale giudicano e governano la Banca Centrale e la Corte dei conti equivale a sancire l’impossibilità della democrazia rappresentativa e partecipativa, riducendo i partiti e i movimenti politici a comparse balbettanti intorno al grado di abolizione di una tassa con la stessa capacità di incidere che avevano le mamme di una Italia che non c’è più quando volendo arginare la rabbia del capofamiglia padrone affermavano che “si, la ragazza è incinta, ma solo un po’ ”..
Il sistema delle autonomie locali basato su una fiscalità centralizzata ed un sistema di redistribuzione dei fondi che ha caratterizzato il nostro Paese nello scorso secolo non funziona più da tempo, ma gli interventi di “manutenzione” del nuovo millennio , caratteristici del centrosinistra, così come quelli di “cambiamento” spesso sconfinanti nel “sovvertimento”, caratteristici invece del ventennio Berlusconi-Bossi, hanno peggiorato la situazione rendendola ormai quasi irrimediabile.
L’inserimento di un neocentralismo regionale inteso come un ulteriore livello di intermediazione e perequazione territoriale cui non è seguita alcuna capacità innovativa da parte di un ente che si è rivelato addirittura meno efficiente delle vituperate Province, ha finito per essere un danno e non un aiuto al funzionamento del sistema.

(Brani tratti da “Il Partito della Città”, edito da L’Ornitorinco, 211 pagine, 20 euro)

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