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L’orgoglio di Milano e la leadership politica

Archiviato il successo delle Olimpiadi (celebrato mondialmente, molto meno dalla politica locale), Milano affronta ora la fine di un ciclo amministrativo. Il rinnovamento non può che nascere dalla continuità. E da una leadership politica che deve manifestare coraggio e orgoglio della propria diversità

L’orgoglio di Milano e la leadership politica
Milano skyline paesaggio

di Beppe Merlo, presidente Patto Civico Lombardia

‘La musica è finita gli amici se ne vanno’: così la grande milanese Ornella, avrebbe salutato la fine degli esaltati XXV° Giochi Olimpici invernali. Sì, amici, quelli che hanno più che apprezzato l’accoglienza che la città ha riservato ad atleti, accompagnatori e delegazioni al seguito, che hanno ricambiato con stupita amicizia quello che la città ha loro proposto e offerto. Uno stupore enfatizzato su ogni media e rete del proprio Paese, e che ha fatto il giro del globo. La città ha assistito ad un contegno appropriato al contesto, gli inconvenienti assorbiti nell’assoluta compostezza, esempio di pura pedagogia civica per una comunità soffocata da una pregiudiziale insofferenza e dalla morbosa necessità di trovare un colpevole fuori dalla propria circonferenza.

Il sistema Milano ancora una volta trionfa, le infrastrutture predisposte sono risultate funzionali, le connessioni tra sedi ed impianti razionali ed efficienti, da capitale proiettata nel futuro e non città soggiogata dal passato. La stragrande maggioranza dei milanesi ha accolto, con paziente senso di appartenenza, l’allegra intromissione dei Giochi nella loro quotidianità, e chi lo ha metabolizzato in positivo non può ritenersi orgoglioso, sia per il grande successo dell’evento sia per l’immagine di una città la cui reputazione rafforza il ‘place to be’ distinguendolo dal turistico al ‘to be to go’.

Di fronte al crescente impatto emotivo provocato dai Giochi, si sono silenziati i crogiuoli dell’avversione alla Milano modernizzata e globale, quella di una certa borghesia retorica che ricorre alla metafora della Mosca di Dostoevskij per raccontare la città, che, con il pervicace supporto di una certa dieta mediatica protenderebbe ad ergersi a ’intellighenzia di garanzia’, nei confronti della presunta protervia politico amministrativa, dalla diffusione di disabilità di lettura dei fatti. Eppure, Zygmund Bauman aveva messo in guardia, la modernità sarebbe stata irrefrenabile in una società globale, salvo si rinchiuda nell’autarchia.

Se Milano ancora una volta riesce a stupire il globo, è assai strano che in politica qualcuno rifugga dall’ inorgoglirsi per propendere invece al ‘nemo propheta acceptus est in patria sua’. Che Milano fosse il ‘totem’ per poter assegnare i giochi olimpici era più evidente per il CIO che non per i milanesi, che nemmeno potevano sapere che il CIO, assegna il più grande evento mondiale per l’attenzione che suscita, a una città e non a un Paese, e nel caso milanese, alla prima in assoluto di giochi diffusi.

Milano ‘Totem’ era la reputazione di affidabilità per la buona riuscita, la riuscita è stata esaltante, ma la politica milanese, per altri versi loquace, in questo caso tace, adombrando confusione da pregiudizio ideologico, preoccupazione degli impatti, e non usufruibilità per la propria identità alla vigilia delle olimpiadi politiche. Mentre il Governo secondo i canoni delle declinazioni patriotarde cerca d’intestarsi meriti che pregiudizialmente non ha, i veri protagonisti, tranne il Sindaco Sala, preferiscono attendere le evoluzioni per salire sul carro del successo.

Fra un anno a Milano si chiude un ciclo amministrativo, la coalizione attuale parrebbe riconfermare l’intento, ma sembra sottrarsi dal voler essere parte attiva per una leadership politico-amministrativa per una ‘global city’ divenuta ‘global capital’, che configura una asimmetria rispetto al resto del Paese. Uno status che impone complessità diverse a chi svolge il ruolo di traino per il Paese, ipotizzarne un ridimensionamento, come potrebbe emergere dall’ascolto di tutto e tutti nella comunità, potrebbe indurre all’azzardo. Una città carente di leadership non può resistere come capitale globale, riducendo la propria attrattività. La leadership non si costruisce con le tessere di un puzzle che non rappresenti la realtà locale. Le tessere non sono compatibili per stare in due cornici diverse, in quanto diverse sono le aspirazioni alla sostenibilità, l’indispensabile algoritmo per governare le società liquide.

Milano 2027 ha necessità di ricostruire come ai tempi del ‘rito ambrosiano’ quella sommatoria di pensieri coerentemente indirizzati a creare la leadership politica della comunità. Senza identità localizzate a prevalere sarà la riproposizione di stereotipi che non inducono ad accrescere la credibilità di ciascuna identità, è l’orgoglio per i successi conseguiti a fungere da propellente per i nuovi (Julio Velasco) rifiutare o mettere in dubbio successi oggettivizzati, per anteporre l’ombra del retro della medaglia non è da classe dirigente, ma più da riserva ostile. Ogni rinnovamento, indispensabile a fine di ogni ciclo, non può che nascere dalla continuità, lo affermava anche Gramsci.

La leadership o è politica o non lo è, non può essere surrogata con pretese di tipo organizzativo. La leadership di una capitale non può prescindere dal coraggio e dall’orgoglio della propria diversità, ancor più se suffragata da risultati positivi per la comunità e per il Paese. Leadership politica impone di saper creare classe dirigente, rinsaldata dai risultati ottenuti nonché adeguata ad affrontare le prospettive. La classe dirigente, se è convinta di esser tale, rifugga da ogni tentazione di accettare surrogazioni da ‘signorotti dell’auditel’, perché sarebbe un segnale di non leadership ma di debolezza.

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