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Medio Oriente, l’impatto del conflitto su Milano: turismo in calo, costi in salita e imprese in difficoltà

Confcommercio: 3 aziende su 4 colpite. Dal commercio alla ristorazione, fino ai carburanti: rincari, logistica in crisi e consumi in frenata

Medio Oriente, l’impatto del conflitto su Milano: turismo in calo, costi in salita e imprese in difficoltà

La guerra in Medio Oriente è lontana geograficamente, ma sempre più vicina nei conti delle imprese milanesi. A certificarlo è un’indagine di Confcommercio Milano, Lodi, Monza Brianza su oltre 500 aziende: il 75% dichiara effetti negativi diretti. I settori più colpiti sono il turismo (30,9%), l’import di beni e materie prime (26,4%), i servizi (22,4%) e l’export (7,6%). Ma il dato più significativo riguarda le prospettive: il 93% delle imprese ritiene che il conflitto influenzerà l’attività nei prossimi 12 mesi. Per il 2026, quasi la metà delle aziende (49%) prevede un calo di fatturato tra il 5% e il 15%, mentre il 35% teme contrazioni ancora più pesanti, oltre il 15%.

Costi alle stelle: energia, trasporti e materie prime

L’impatto più immediato è sui costi operativi: l’84% delle imprese segnala aumenti, superiori al 5% per il 63% degli operatori. A pesare sono soprattutto i trasporti e l’energia. Secondo Confcommercio, l’elettricità è già aumentata del 22%, il gas del 38% e il gasolio del 18%. Il costo energetico incide oggi tra il 5% e oltre il 20% dei costi aziendali. Nel frattempo, crescono anche i costi assicurativi e logistici, mentre la volatilità dei prezzi delle materie prime coinvolge oltre il 32% delle imprese.

Logistica in crisi: merci ferme e consegne in ritardo

Uno degli effetti più pesanti riguarda le catene di approvvigionamento. Il 63% delle imprese segnala blocchi o rallentamenti nelle consegne dall’Asia. I tempi si allungano: per il 24% degli operatori superano le tre settimane, mentre per un ulteriore 22% arrivano fino a tre settimane. Solo un terzo delle aziende non registra ritardi. Come racconta il Corriere, le tensioni stanno colpendo direttamente le rotte commerciali: container e merci restano bloccati nei porti e negli aeroporti del Golfo, mentre le compagnie di navigazione deviano verso scali più lontani e costosi. Moda, food e cosmetica faticano a rispettare i contratti: aumentano i costi e scattano le penali per le consegne in ritardo.

Turismo e ristorazione: flussi in calo e clienti che spariscono

Gli effetti della guerra si fanno sentire anche sul turismo. Gli hotel segnalano un calo delle prenotazioni legato all’incertezza internazionale e ai rischi nei viaggi. Il settore registra anche un fenomeno più sottile: il cosiddetto “rischio di appartenenza”, per cui alcune nazionalità evitano strutture percepite come legate a determinati Paesi. Ancora più diretto l’impatto sulla ristorazione di fascia alta. In centro a Milano, alcuni locali segnalano la scomparsa della clientela proveniente dai Paesi arabi, che in alcuni casi rappresentava fino a un terzo degli incassi.

Carburanti e consumi: meno auto e meno pieni

La crisi si riflette anche sui distributori di carburante. I prezzi sono in aumento — fino a 2,2 euro al litro per la benzina e 2,3 per il diesel — e i comportamenti dei consumatori cambiano. Dopo una prima corsa al pieno, ora gli automobilisti riducono gli spostamenti e limitano l’uso dell’auto. Secondo Figisc Milano, in alcuni impianti le vendite di diesel risultano quasi dimezzate. Un segnale chiaro: la guerra si misura anche nei litri che non si vendono.

Anche il settore alimentare lancia l’allarme. I fornai milanesi temono un aumento dei costi di produzione legato soprattutto all’energia e alla logistica. Oggi il costo di trasformazione — energia e lavoro — rappresenta oltre il 60% del prezzo finale del pane. Il rischio è che i rincari si scarichino direttamente sui consumatori, con prezzi destinati a salire.

Imprese in difesa: meno margini e investimenti rinviati. Il nodo export: un miliardo a rischio

Di fronte a questo scenario, le aziende cercano di adattarsi. Il 43% mette in conto una riduzione dei margini di profitto, mentre il 37% rinvia gli investimenti. Alcune imprese diversificano i fornitori (20%) o rivedono i contratti (18%), ma il clima resta incerto. Come sottolinea Confcommercio, la guerra colpisce anche la fiducia: senza stabilità, imprese e famiglie riducono consumi e investimenti.

Il Medio Oriente rappresenta un mercato strategico per il territorio. Nel quarto trimestre 2025 le esportazioni da Milano e area metropolitana verso l’area hanno superato il miliardo di euro, con una crescita del 31,6%. Anche Monza Brianza (+23,4%) e Lodi (+27,8%) registravano performance in crescita. Un trend che ora rischia di interrompersi bruscamente.

L’allarme di Confcommercio: “Serve intervenire subito”

Le imprese chiedono interventi urgenti: il 79% sollecita misure per ridurre il costo dell’energia, il 57% chiede interventi fiscali e il 18% un accesso più facile al credito. Il messaggio è chiaro: la guerra non è solo un tema geopolitico, ma un fattore economico immediato. E a Milano, capitale del terziario e dell’internazionalizzazione, gli effetti si stanno già vedendo — tra conti che non tornano, investimenti congelati e consumi che iniziano a rallentare.

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