Milano Moda Uomo Autunno/Inverno 2026-27: il bilancio di una edizione complessa e matura - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 12:50

Milano Moda Uomo Autunno/Inverno 2026-27: il bilancio di una edizione complessa e matura

Eredità, ricerca e identità: il menswear italiano tra continuità e nuovo slancio

di Krystel Lowell

Milano Moda Uomo Autunno/Inverno 2026-27

La Milano Moda Uomo Autunno/Inverno 2026-27 si chiude con un’immagine più complessa e matura di quanto potesse apparire a prima vista. Non una stagione dominata da una singola tendenza, ma un sistema che lavora per stratificazioni: le grandi maison riflettono sul proprio lascito, i marchi di ricerca spingono sulla materia e sulla tecnologia, mentre l’indipendente chiede spazio con una progettualità ormai adulta. Milano non alza la voce, ma consolida il proprio ruolo di laboratorio del menswear contemporaneo.

Il passaggio simbolico più osservato è stato quello di Giorgio Armani, che ha affidato a Leo Dell’Orco il primo debutto solista alla guida creativa dell’uomo. Una responsabilità enorme, gestita senza strappi ma con una consapevole variazione di luce. Il segno scelto è “cangiante”: l’eleganza fluida e disinvolta della maison resta intatta, ma si arricchisce di riflessi cromatici più decisi. Il viola melanzana, il verde oliva e alcune tonalità più profonde emergono all’interno di una base storica fatta di grigi, beige, blu e neri. La materia è centrale: velluto, crêpe, ciniglia, cashmere garzati, lane battute e pelli opache danno corpo a una collezione che non rompe l’eredità, ma la fa vibrare. Le linee restano morbide, le giacche destrutturate, i cappotti avvolgenti, i pantaloni fluidi. È un Armani che cambia senza cambiare, trovando il coraggio di uscire restando fedele a sé stesso.

A dialogare con questa idea di continuità è la visione più concettuale di Prada, che anche questa stagione sceglie la tensione come motore creativo. La sfilata, ambientata in uno spazio trasformato in interno borghese, mette in scena un contrasto costante tra quiete e inquietudine. I capi sembrano familiari, ma sono sempre leggermente spostati: polsini extra che fuoriescono dai cappotti, tasche cucite più in alto, cappelli compressi e decostruiti, cappe tecniche sovrapposte ai trench. La silhouette è asciutta, allungata, precisa. In un tempo definito “scomodo”, la collezione propone la chiarezza come antidoto: non una risposta definitiva, ma una postura. La bellezza, qui, non consola; aiuta a orientarsi.

L’idea di tempo lungo e di responsabilità attraversa con forza la proposta di Zegna, che apre la settimana trasformando l’heritage in racconto concreto. L’allestimento di un grande armadio di famiglia, popolato da capi appartenuti a più generazioni, non è scenografia ma dichiarazione di metodo. La collezione nasce da questo principio: creare abiti destinati a durare, a essere custoditi, adattati, tramandati. Il cappotto è il capo chiave, declinato in diverse lunghezze e soluzioni, mentre blazer lunghi e morbidi, pantaloni fluidi e materiali tracciati costruiscono un guardaroba pensato per uomini che non consumano moda, ma la collezionano. È un’eleganza che rallenta, in controtendenza con l’urgenza del presente.

Sul fronte del lusso classico, Brunello Cucinelli e Brioni offrono due declinazioni complementari di modernità. Cucinelli porta a Milano la figura dell’esploratore contemporaneo: un uomo radicato nei valori, elegante senza ostentazione, dinamico ma sempre sartoriale. La giacca torna centrale, con spalle leggermente costruite e linee morbide; la cravatta riemerge come segno di equilibrio, mentre dettagli utility e pantaloni tinto capo introducono libertà di movimento. Tweed e Donegal vengono alleggeriti, la maglieria assume un ruolo architettonico, i cardigan diventano protagonisti del look. È un lusso gentile, consapevole, che mette l’uomo al centro.

Brioni, per l’Autunno/Inverno 2026-27, immagina invece il guardaroba come un Grand Tour intimo, capace di accompagnare l’uomo in ogni momento della giornata. La collezione gioca su una nonchalance raffinata, dove sartoria e casual dialogano senza gerarchie. Cashmere, lana, seta e cotone definiscono un guardaroba H24, mentre la palette cromatica si accende con toni di melanzana, rosa antico, verde pavone e bordeaux, bilanciati da grigi urbani. I completi doppiopetto convivono con giacche militari, il Principe di Galles eleva il quotidiano, mentre la sera torna il glamour controllato di smoking e giacche da sera arricchite da texture preziose.

Il racconto del patrimonio artigiano prende una direzione diversa con Ferragamo, che sceglie di partire dalla calzatura per ribadire i propri valori. Il progetto Legends, reimagined celebra la Tramezza come simbolo di un sapere manuale che richiede tempo, precisione e competenza. Non è nostalgia, ma riaffermazione del metodo: oltre 160 fasi di lavorazione manuale diventano il cuore di un messaggio che parla di integrità strutturale, durata e ricerca della perfezione.

Nel territorio del contemporaneo, Stone Island e Dsquared2 rappresentano due estremi necessari. Stone Island rinuncia alla sfilata per mostrare il processo, portando la maglieria al centro del progetto Prototype Research. La prima maglia con laminazione ad aria, ottenuta tramite un processo 3D che accoppia una membrana performante alla ciniglia, diventa manifesto di un’estetica generata dalla funzione. Ogni capo è unico, la superficie si increspa, la trama resta visibile. L’installazione che accompagna la presentazione chiarisce il messaggio: qui la ricerca non è un plus, è l’identità stessa del brand.

Dsquared2, al contrario, sceglie lo spettacolo come linguaggio. La sfilata co-ed si trasforma in una pista da sci, con riferimenti dichiarati ai Giochi Olimpici invernali e un ritorno alle radici canadesi del marchio. Piumini oversize, denim “ghiacciato”, shearling, latex, paillettes e volumi esasperati costruiscono una moda che non chiede discrezione. È “couture in montagna”, dove sport, glamour e performance si fondono in un racconto ad alta energia, rivendicando l’eccesso come forma di identità.

Accanto ai grandi nomi, Milano ha dato spazio anche a una nuova voce indipendente che non appare più emergente, ma strutturata. Il debutto ufficiale di Domenico Orefice nel calendario sfilate di Camera Nazionale della Moda Italiana con la collezione Lumen segna un passaggio chiave. Orefice lavora per sottrazione, affinando un linguaggio che tiene insieme streetwear e sartorialità, con silhouette più pulite, una palette dominata da nero e beige arricchita da accenti cromatici, e una centralità della pelle reinterpretata attraverso materiali upcycled e collaborazioni industriali. L’introduzione di borse, calzature e camiceria indica una crescita pensata sul piano commerciale e creativo, mentre il dialogo con la musica resta un tratto identitario che non soffoca il prodotto, ma lo rafforza.

Se c’è un filo rosso sotterraneo di questa AI 2026-27, è l’outerwear come linguaggio principale del menswear. Non più “ultimo strato”, ma nucleo estetico e tecnico.

MooRER spinge sull’idea di eccellenza come somma di micro-decisioni: baby cashmere per jersey e panni velour, dettagli premium, costruzioni sartoriali su bomber, blazer e cappotti ultralight. Interessante la doppia direzione: da un lato la “Linea Eccellenza” con materiali rari e finiture maniacali, dall’altro un progetto filato (Long Yarn) pensato per resistenza e riduzione del pilling, cioè qualità percepibile nel tempo, non solo al tatto in showroom. L’estetica è pulita, l’ambizione è chiara: capi “non effimeri”.

Valstar lavora invece sulla coerenza dei volumi e sulla materia come firma: tessuti italiani e giapponesi, lane britanniche più dense, suede e shearling, con il cracked leather come lavorazione identitaria. Il cappotto lungo diventa pezzo chiave, e il nuovo doppiopetto oversize esplora proporzioni contemporanee senza diventare trend-driven. Il Valstarino torna come oggetto-codice: cambia materiale, non cambia funzione—capo versatile, statement ma concreto.

TRC porta la conversazione sul terreno della responsabilità e della circolarità, con un racconto tecnico che non suona “greenwashing”. La capsule Glacier nasce da una riflessione pratica sul tema microplastiche: geotessili biodegradabili, recupero e trasformazione del materiale a fine vita, filiera che coinvolge partner e lavorazioni denim d’eccellenza. E accanto alla parte concettuale, c’è una proposta leggibile: colori stagionali, materiali performanti, e una capsule Freestyle che prende il linguaggio snowboard e lo traduce in lifestyle urbano.