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Milano
Milano, la paralisi propositiva e la supercazzola dei fratelli bandiera. L’analisi

di Fabio Massa

C’è una strana fenomenologia nel percorso che sta portando alle elezioni di Milano 2016: la paralisi propositiva. Iniziamo a mettere dei punti fermi, di una tale lineare lapalissianità da risultare banali: Milano, insieme a Roma, Torino e Genova, è la partita di Matteo Renzi nel 2016. Quindi, di pensare che Matteo Renzi non ci metterà il naso, non c’è neanche da parlarne. E di questo devono rendersi conto tutti quelli in campo. Allo stesso modo, pensare che Silvio Berlusconi non farà lo stesso a destra, è pura follia. E infatti scalda Paolo Del Debbio, uno che alla sinistra fa davvero paura (perché vincerebbe e non di poco), e che ha fatto un solo errore: farsi sfuggire una pur remota disponibilità invece di avanzare a fari spenti mentre gli altri si schiantano sul tema primarie-non primarie con una dichiarazione dal sen fuggita alla presentazione del libro di Paolo Pillitteri. E qui, proprio sul tema primarie-non primarie, sull’”identikit valoriale del candidato” (che non si capisce che cosa sia, e se neppure gli addetti ai lavori riescono a spiegartelo forse è solo una supercazzola per prendere tempo e bisogna che ce lo diciamo), sui nomi che vorrebbero ma non sanno, vorrebbero ma non possono, vorrebbero e si candidano. Insomma, su tutta questa massa di cazzate che alla gente non gliene frega niente perché vorrebbe sentirsi parlare di città, il centrosinistra rischia di andare a sbattere. E in fondo, tutti lo sanno. E infatti tutti a parole dicono, con voce impostata e anche un po’ scandalizzata, “basta fare totonomi, partiamo dai programmi”. Oppure: “Quale idea di Milano vogliamo avere, tra continuità e innovazione?”. Oppure una qualunque di quelle cose noiosissime perché ripetitive all’infinito e soprattutto vacue. E’ come quando si apre un libro, si legge Capitolo 1 e poi dentro non c’è niente salvo, la pagina successiva, un altro “Capitolo 1” e poi un altro ancora “Capitolo 1”. Bella roba.

Tutto questo mi fa venire in mente una storiella che raccontava in redazione il direttore di Affaritaliani.it, Angelo Maria Perrino. Quella di una insegnante che interroga un alunno impreparato chiedendogli chi siano i Fratelli Bandiera. E quello, balbettando, comincia: “Allora, i Fratelli Bandiera. Parliamo dei Bandiera, che erano due fratelli. Sì, fratelli. Fratelli Bandiera”. E così a menar il can per l’aia. Solo che mentre la maestra ti manda a casa con un tre, qui i cittadini manco ti ascoltano, salvo poi tenere gli occhi bene aperti al momento del voto. La cosa incredibile è che non si può neanche dare la colpa ai media (i giornalisti sempre sporchi e cattivi, e che si vestono pure male e che si prendono troppi cocktail prima del calar della sera e quando vanno in pensione postano su Fb delle fantastiche foto che ti viene voglia di scappar via, eh Rudi - ndr: annotazione per cronisti di Milano only), perché le uniche volte (rarissime) in cui c’è stato qualche contenuto, lo si è pure esaltato. Per esempio, il tema della sicurezza con Fiano. Per esempio, recentissimamente, il tema dello Stadio con Majorino. Oppure MI030 di Boeri (che aveva l’unico difetto di essere troppo concentrato e troppo poco notiziabile). Ma anche la flebilissima voce di Roberto Caputo, il vero outsider delle primarie, che ieri - scorato - minacciava il ritiro, qualcosa di giusto e utile l’ha detto. Ma nel complesso, la somma totale degli addendi di tutti recita sempre una cifra troppo vicina allo zero. Ecco, allora c’è da dirsi che forse invece di dire “parliamo di Milano e di che cosa vogliamo di Milano”, ci sarebbe da iniziare a farlo sul serio.

Volete essere seri? Partite dai quartieri. Uno per uno: Stadera, Barona, Giambellino, per dirne una e per dire solo di quelli ai quali sono più legato affettivamente. Che cosa facciamo del dormitorio di via Selvanesco? E come pensiamo di affrontare il degrado di via Asturie? E come pensiamo di risolvere i problemi di via Padova, che sarà pure un mix sociale incredibile ma dopo le 23 diventa una casbah di spacciatori e puttane (e a chi dice il contrario gli si può fare un tour guidato senza troppo sforzo)? Oppure davvero non siete capaci di pensare ad altro che non sia Expo e il dopo Expo, che sta tra l’altro a Rho e non a Milano? Vogliamo parlare di Santa Giulia, che non è e non deve essere il feudo di nessuno? O del fatto che una volta per tutte bisognerebbe sbattersene della continuità con Pisapia, che se davvero Pisapia avesse voluto la continuità si sarebbe ricandidato, no? E quando si dice “parlarne” non vuol dire “raccogliere le idee” in qualche manifestazione segreta e poco condivisa. Vuol dire sparare il tema sui giornali con tutta la forza della quale si dispone, che non è poca. Vuol dire ammazzarsi sul serio, senza gentilezze da signorine, ma sui temi concreti, sul confronto delle idee. Non sul fatto che le primarie sono a turno secco o a doppio turno, o sulle fisime dettate dal fatto che c’è un sondaggio in giro piuttosto che un altro. Che poi i sondaggi sono divertenti e anche abbastanza indicativi (anche noi ne pubblichiamo tutte le settimane), ma per i giornali sono una parte di un mix, per la politica a volte sono la totalità del dibattito (ma lo sapete che tra majoriniani e fianani stanno a ancora a litigarsi sul sondaggio Tecné? Incredibile). Salvo poi recitare, come quello studente del mio direttore: “Allora, parliamo di Milano. Milano, sì, dobbiamo parlarne. Ecco, allora Milano”. Meglio accampare qualche scusa (che ne so: “Mi fanno male i capelli”), e ritirarsi. Ci si fa più bella figura.

@FabioAMassa

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