In vista delle elezioni comunali di Milano del 2027, con i candidati ancora tutti da definire, il dibattito sul futuro della città resta aperto. Per Lucia Tozzi, studiosa di politiche urbane e giornalista, autrice del libro “L’invenzione di Milano” (Cronopio, 2023), il punto di partenza non dovrebbe essere tanto il nome quanto il modello di città che si vuole costruire.
Tra le figure che circolano nell’area progressista, come Mario Calabresi o Pierfrancesco Majorino, Tozzi vede una continuità con l’attuale quadro politico. “Entrambi rappresentano due modi diversi di stare nello stesso campo – spiega -. Calabresi incarna quel mondo lì, l’idea di una continuità politica che oggi esiste a Milano anche se finora ha fatto altro. Majorino si rappresenta come più uno ‘schleiniano’, più a sinistra. Ma questo, sul piano materiale, non significa molto rispetto ai temi che sono emersi in città, a partire dalla questione delle disuguaglianze”. Sempre il capogruppo dem in Consiglio regionale, “è stato assessore per anni assecondando e implementando pienamente la linea politica di Pisapia e Sala, fondata su un inclusività di facciata”, aggiunge.
Inoltre, secondo Tozzi, proprio su questi temi la politica nazionale non ha dato segnali chiari. La stessa segretaria dem Elly Schlein “non ha fatto alcun cenno o distanziamento rispetto a ciò che è successo a Milano con le vicende dell’urbanistica”. Essere “schleiniani”, da questo punto di vista, dunque, “non dice nulla“. D’altra parte, continua, “Majorino si è persino schierato a difesa della ‘Salva Milano’. Poi dopo aver visto la campagna elettorale di Zohran Mamdani a New York, fondata su temi sociali che vanno nella direzione opposta al governo urbano milanese, ha iniziato a parlare di case popolari e politiche simili, ma non è credibile”.
Milano e la mancanza di una vera rappresentanza politica a sinistra del Pd
Ma il vero nodo resta un altro: chi potrebbe davvero rappresentare un’alternativa. “Esiste una parte di cittadinanza orientata a destra del Partito democratico, ma esiste anche una parte oramai ampia di abitanti che è consapevole di un altro possibile modello di sviluppo per Milano – sottolinea Tozzi -. E chi non ne è ancora consapevole spesso vive comunque molto male la città e potrebbe rispondere a politiche diverse”.
Per questo, secondo la studiosa, la politica dovrebbe almeno assumersi l’impegno di mettere questi temi al centro del dibattito. “Non è detto che tutto ciò che si dice in campagna elettorale riesca a essere poi realizzato ma prendersi carico di certi impegni è fondamentale”. L’esempio è (ancora una volta) quello di New York: “Mamdani potrebbe anche non riuscire a fare tutto quello che ha promesso perché le città non sono isole e sono vincolate alle leggi nazionali. Ma il fatto che abbia vinto con una campagna di contenuti improntati alla redistribuzione della ricchezza, di matrice socialista, rappresenta già una svolta politica importantissima”.
A Milano, invece, questa prospettiva non si intravede ancora. “Non capisco come mai, in città o nel resto d’Italia non riesca a emergere una forza politica in grado di raccogliere le istanze di uguaglianza e diritti sul lavoro, sulla trasformazione del territorio e sul ritorno al welfare pubblico – prosegue Tozzi – che pure sono manifeste da anni. Eppure in Spagna, in Francia, in Germania e persino negli Usa, anche se non hanno conquistato la maggioranza nazionale, esistono e si moltiplicano”.
Tozzi: “Candidatura civica per Milano? Più a rischio di restare intrappolata nei meccanismi che si vogliono cambiare”
E una possibile candidatura civica, spiega, rischia di essere fragile rispetto a una politica. “Paradossalmente sono più esposte a equivoci. Il lavoro fatto da comitati e movimenti in questi anni è stato straordinario e ha costruito una vera cultura dello sviluppo urbano sostenibile – precisa -. Ma quando si chiama una figura esterna alla politica è più facile che venga intrappolata nei meccanismi che si volevano cambiare”.
Prima ancora dei nomi quindi, per Tozzi, la vera svolta dovrebbe essere culturale e programmatica. “Mi piacerebbe vedere qualcuno che rigetta esplicitamente il paradigma della città attrattiva che subordina il benessere della popolazione alla competizione per attrarre investitori rapaci, sottomettendosi come una colonia a fondi esteri che accumulano ricchezza senza restituire nulla”. E quindi si “rimetta al centro le politiche per gli abitanti. Quando una città funziona bene per chi ci vive, l’attrattività diventa una conseguenza”, sottolinea.
Da qui discenderebbe anche una diversa politica urbanistica. “Bisognerebbe ristabilire piani e regole orientate alla città pubblica: regole chiare sulla destinazione dei suoli, strumenti per calmierare la rendita e permettere agli abitanti di continuare a vivere in città senza essere costretti ad andarsene”. Ma anche una maggiore attenzione agli spazi pubblici. “Devono restare pubblici – continua -: servizi, impianti sportivi, biblioteche, musei, parchi”. E tra i casi simbolo anche lo stadio di San Siro. “È stato venduto e io spero ancora che non venga abbattuto. Si potrebbe immaginare, anche qui, un percorso molto più pubblico”.
Il discorso riguarda il welfare urbano. “Le case popolari devono restare popolari. Certo, va ripensato il sistema di assegnazione, di manutenzione e di gestione ma devono rimanere pubbliche. Dalla casa alla scuola, fino ai servizi sociali: è tutto un sistema di welfare urbano che questa giunta ha progressivamente disgregato”. Per invertire la rotta, conclude, “occorre rafforzare il sistema delle regole a favore della pianificazione pubblica. Anche quando ci sono partnership con il privato, il pubblico deve essere più forte e avere la capacità di governare davvero lo sviluppo della città“.

