Milano
Pinocchio/Non vado al cinema ma protesto se chiude

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C’era un Paese che non andava al cinema. Punto. A Milano, il cinema non è più un punto di ritrovo fisso. Una volta c’era l’appuntamento del mercoledì per gli studenti, e le coppiette il sabato sera si davano appuntamento davanti all’Odeon. C’erano anche gli spettacoli alla mattina. Ricordo una bigiata da scuola per andare a vedere il film proibito Trainspotting all’Odeon. Lo stesso Odeon che adesso chiude i battenti. Così come l’Apollo. E si levano, dai milanesi, le stesse identiche voci di quando iniziarono a chiudere i teatri. Di quando a posto di qualche palcoscenico importantissimo è arrivato il supermercato di lusso (Eataly, ad esempio). Il problema è che gli stessi che levano le voci contrite ad accusare questo e quello, dall’amministrazione fino allo stato fino al destino cinico e baro, sono gli stessi che - visto che sono più comodi, e si trova posto in macchina semplice semplice, e ci sono anche i ristoranti dentro - hanno iniziato ad andare ai multisala sparsi in tutto l’hinterland. Ricordo di una gigantesca contestazione, in provincia di Milano, sulla chiusura di una farmacia. L’amministrazione locale aveva deciso di chiuderla perché non ci andava nessuno e i costi superavano di gran lunga i ricavi. Alla fine, sull’onda delle proteste, prostrata da mille veleni, si decise di tenere aperto ancora un po’. Risultato finale: a quella farmacia non ci andava comunque nessuno e dopo qualche anno fallì. Insomma, la morale della favola è semplice: gli esercizi commerciali funzionano finché commerciano. Stop. I cinema, come i giornali, come i libri, funzionano così. Non ci si lamenti se - non comprando i giornali e non comprando i libri - poi questi siano costretti a chiudere. Perché oltre a incivili ignoranti si aggiunge anche la qualifica di ipocriti.













