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"Pronto, Raffaella": parte dalla Carrà il nuovo corso di Vanity Fair
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"Pronto, Raffaella": parte dalla Carrà il nuovo corso di Vanity Fair

«Pronto, Raffaella?». È iniziata così, racconta il direttore di Vanity Fair Simone Marchetti, la telefonata surreale che ha portato la Carrà, nell’inedita versione di modella, in copertina di quello che è il primo numero del nuovo corso del magazine Condé Nast, in edicola da domani, mercoledì 13 febbraio. Raffaella non ne voleva sapere di posare: «Sai come mi chiamano davvero? La Signora no, perché dico sempre di no». Marchetti ha insistito perché era convinto che lei incarnasse alla perfezione la mission del nuovo Vanity Fair: «Ricucire lo strappo tra la grande tradizione – quella dei giornali, del cinema, della televisione, dell’arte, dell’intrattenimento – e la rivoluzione dei social». Raffaella infatti, in un momento in cui la televisione dei reality perde i pezzi, lascia da parte balletti, canzoni, coreografie e torna con un programma (da fine marzo su Rai 3) di interviste a grandi personaggi, scommettendo su qualità, contenuti, approfondimento. «Non è cambiata lei, è cambiato il mondo», dice Marchetti. «La sua è una lezione del fatto che la grande tradizione va riscoperta, usata però in un modo totalmente nuovo: ed è quello che vogliamo fare con Vanity Fair Italia».

Ai personaggi, spiega il direttore, non si chiede più solo di posare per una bella foto, ma di sedersi a un tavolo per costruire un progetto artistico. Che, come già successo per Fedez, Negramaro e ora succede per Raffaella, parte dall’elemento virale – un contenuto, una performance, un’idea, una provocazione che viene lanciata sui social all’inizio della settimana e che diventa virale, riporta Vanity Fair al centro della conversazione, ne fa un giornale che, contro tendenza, torna a generare tanta rassegna stampa – per poi approdare al secondo atto che è l’edizione cartacea, e che invece di scimmiottare Instagram torna a essere un giornale “radicale” ispirato al pop degli anni 70 e 80. Il terzo atto, che vedrà il suo pieno compimento nei mesi a venire, è la performance, il teatro, «la cosa più moderna e contemporanea», dice Marchetti, «perché dopo l’esperienza virtuale – lo dimostra il successo recente della prima edizione di Vanity Fair Stories – è con l’esperienza reale che oggi conquisti le persone e ricuci lo strappo che la tecnologia ha creato tra passato e presente». Attraverso questa offerta esperienziale – panel, performance, mostre come quella già in cantiere per il Salone del mobile, spazi di incontro anche nella sede Condé Nast dove ieri sera cento lettori hanno scoperto il giornale in anteprima – l’obiettivo è quello di andare oltre il brand, di creare «un network».

Il nuovo look dell’edizione cartacea – curato dal direttore creativo Massimo Pitis, che per Condé Nast ha già firmato quel Wired insignito a New York del titolo di miglior magazine del mondo – si ispira all’arte «dagli anni 70 indietro, un lavoro sull’archeologia, sul trapassato dell’editoria più che sul passato, perché questo è un momento in cui si deve tornare a guardare l’antico per trovare gli strumenti per capire e interpretare e raccontare la contemporaneità». La prima novità è in copertina, con lo slogan sopra la testata, “quello che è non è quello che sembra”, che è già un manifesto.

Il magazine si apre con le pagine della nuova sezione Visioni, «una riflessione sulla contemporaneità, però fondata sull’idea della sorpresa anche un po’ folle, di creare aspettativa – i lettori devono chiedersi che cosa abbiamo combinato questa settimana – e di riportare emozione nella lettura: a volte i giornali peccano di serietà, invece la leggerezza e l’arte sono strumenti profondissimi». In questo numero, per esempio, aprono lo sfoglio l’artista Maurizio Cattelan, l’editorialista Mattia Feltri, lo scrittore israeliano Eskhol Nevo (La simmetria dei desideri). C’è anche una riflessione di Daria Bignardi, che torna a occuparrsi di libri e che fa un paragone tra il 1938 e il 2019 con un libro di Elio Vittorini che sembra scritto oggi.

Il cuore del giornale, l’attualità e le grandi storie, viene valorizzato da un design pensato “su misura” per ogni pagina, e c’è il ritorno di un marchio di fabbrica di Vanity Fair Italia, il tempo di lettura. Debuttano come firme Ambra Angiolini e l’enigmatica astrologa Maria Rivolta Celeste, tornano Roberto D’Agostino e Costantino della Gherardesca. Altri nomi si aggiungeranno nelle prossime settimane.

Cambiano radicalmente moda e bellezza, «all’insegna dell’inclusività, del culto della differenza, del desiderio di usare abiti e makeup non come rappresentazione di uno status o di un’appartenenza ma come espressione di sé, come strumenti identitari, veicoli di valori e convinzioni, anche politiche». La moda attinge a un nuovo parco stylist e fotografi, per la maggior parte giovani under 30, con il sogno di mettere insieme un hub creativo come quello di Fiorucci negli anni 80 in via Torino.

La bellezza torna a occuparsi fieramente di prodotti per far vedere, senza paure né stereotipi, come aiutano l’espressione di sé: si parte dall’ispirazione che è l’arte, la natura, perché tutto si fonda sull’emozione, e da lì si passa al prodotto, concepito come la tavolozza che ognuno ha in mano per esprimere la propria differenza.

«Il nuovo progetto di Vanity Fair vede al centro la produzione di contenuti d’eccellenza e la creazione di contesti emotivi aggreganti», dice Francesca Airoldi, direttore generale Sales & Marketing di Condé Nast Italia. «L’editoria contemporanea deve essere laddove sono i fruitori di contenuti e dove le aziende possano dialogare con la community del brand, che siano nostri fan/follower o nostri lettori o utenti, o i fortunati che parteciperanno alle nostre numerose experience».

Gli investitori, pur avendo visto del nuovo progetto solo un moodboard, hanno dimostrato di credere alla scommessa: il primo numero del nuovo corso, quello con Raffaella Carrà in copertina, ha raccolto 158 pagine di pubblicità, con un fatturato superiore del 50% rispetto a quello dello stesso numero del 2018.

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