"La memoria che il corpo contiene": le poesie di Ana Vicent Colonques per gli emarginati e contro l'indifferenza - Affaritaliani.it

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Ultimo aggiornamento: 18:57

"La memoria che il corpo contiene": le poesie di Ana Vicent Colonques per gli emarginati e contro l'indifferenza

"Viviamo un tempo di guerre e di prepotenze, mi sento chiamata a denunciare e a prendere posizione attraverso ciò che scrivo": l'intervista alla poetessa spagnola Ana Vicent Colonques

di Mario Furlan

Imprenditori, leader del terzo settore, grandi interpreti dell'associazionismo e del civismo. Persone impegnate a costruire qualcosa di significativo. Protagonisti. A Milano, in Lombardia, in Italia. Su Affaritaliani.it Milano una nuova rubrica dedicata al racconto di donne e uomini che con le loro iniziative, le imprese, la loro visione, forgiano quotidianamente la nostra realtà. A curare questo spazio, Mario Furlan: fondatore dei City Angels, ma anche attivista, giornalista, scrittore, coach motivazionale. Insomma, uno che di protagonisti se ne intende eccome.

"La memoria che il corpo contiene": le poesie di Ana Vicent Colonques per gli emarginati e contro l'indifferenza

Ana Vicent Colonques è una poetessa spagnola nata a Valencia, in Spagna, che ora vive in Italia. La sua ultima opera “La memoria che il corpo contiene”, dedicato ai bambini di Gaza e a tutti quei bambini costretti a subire guerre, ad immigrare, a soffrire a causa di questo mondo rotto. "Viviamo un tempo difficile, di guerre, di prepotenze, di mancanza di rispetto, di solidarietà, di empatia - ci ha raccontato -. Mi sento chiamata a denunciare, a prendere posizione attraverso ciò che scrivo. Perciò parlo di bambini che scappano da guerre, di profughi annegati in mare, e di persone indifferenti a tutti questi drammi". L'INTERVISTA

Come descriveresti il tuo percorso poetico e come hai iniziato a scrivere poesie? 
Ho iniziato a scrivere poesie da piccola. Mio padre, che era un attore e regista teatrale amatoriale, la domenica pomeriggio ci leggeva delle poesie e così mi ha trasferito il suo amore per la letteratura. Juan Ramon Jimenez, Federico Garcia Lorca, Rafael Alberti… alcuni degli autori che ho conosciuto da piccola.  A 13 anni ho vinto il premio di poesia delle scuole della mia cittadina natale con un componimento dedicato a una vecchia chitarra abbandonata, molto influenzato dal romanticismo e di Gustavo Adolfo Bécquer. Ho sempre scritto poesie, solo in età adulta ho cominciato a pensare che potessero piacere, ho steso un libro e l’ho fatto leggere a una cara amica. Lei mi ha spronato a cercare un editore. Così nel 2011 è nato “45 baci nell’acqua” pubblicato da Albalibri editore, il primo uscito grazie a due poeti che hanno creduto in me e che ringrazio, Alberto Filgiolia e Clirim Muça. Leggere poesia mi nutre, ne ho bisogno fisico, senza leggere non è possibile scrivere.

Qual è il tuo rapporto con il tempo che passa e come influisce sulla tua scrittura?
Mi sembra che con gli anni la mia scrittura sia diventata più asciuta e meno cinica. Il tempo per me è mutevole, stropicciato, soggettivo. Me lo immagino come una curva che si sposta continuamente. È fatto di ricordi, ma anche di presenza nel presente e di progetti futuri. Ci rende consapevoli della morte, dell’impermanenza ed è anche un lusso, il lusso di fermarsi, di rallentare, di riflettere. Il tempo è un orizzonte sul mare, che sfugge sempre ed è fatto da ciò che abbiamo vissuto, di respiri, gioie, cicatrici, ferite. Il ticchettio dell’orologio ci ricorda che dobbiamo morire, come succedeva nel film di Troisi “Non ci resta che piangere”.  Nei miei libri ho sempre affrontato il tema della morte. Forse è un tema tabù in questa nostra epoca concentrata sul mantenersi giovani e sulla longevità. Ma la finitudine fa parte della nostra essenza, le divinità greche invidiavano la mortalità agli umani. Perciò la morte, il senso della vita, il disorientamento spazio-temporale sono sempre presenti nella mia creazione artistica.

Le tue poesie sono spesso considerate una riflessione sulla società e sulla condizione umana. È questo un tema che ti sta a cuore e come lo affronti nella tua scrittura?
Sono molto sensibile alle ingiustizie sociali. La mia attenzione è concentrata sulle persone che sono emarginate, povere, che fanno fatica, che scappano inseguendo una speranza. Mi fa arrabbiare la colpevolizzazione della povertà che rende il problema qualcosa di individuale e non una conseguenza di questa società che ha reso i soldi l’unica divinità d’adorare. Mi preoccupa la salute del nostro pianeta e argomenti come le guerre, l’uguaglianza, la libertà, la schiavitù del consumismo sfrenato. Penso che ognuno nel proprio piccolo abbia il dovere di denunciare e di parlare di tutto ciò che sembra ingiusto o che considera un male. Ci sono situazioni che mi costringono a scrivere perché scrivere è il modo che ho per fare qualcosa. Viviamo un tempo difficile, di guerre, di prepotenze, di mancanza di rispetto, di solidarietà, di empatia. Mi sento chiamata a denunciare, a prendere posizione attraverso ciò che scrivo. Perciò parlo di bambini che scappano da guerre, di profughi annegati in mare, e di persone indifferenti a tutti questi drammi.

Il tuo ultimo libro: "La memoria che il corpo contiene" è una raccolta di poesie brevi ma potenti che esplorano la relazione tra il corpo e la memoria. Da dove viene l'ispirazione per queste poesie e come descriveresti il processo di scrittura di questo libro?
Il corpo è la nostra casa in questo mondo e, nonostante ciò, non sappiamo ascoltarlo, rispettarlo, amarlo. Il corpo porta i segni di ciò che viviamo e sa molte cose di noi che noi non conosciamo. L’emozioni, ad esempio, si sentono prima nel corpo e qualche secondo dopo la mente capisce che emozione stiamo già provando. Anche il nostro pianeta è un corpo che respira con il respiro di tutti noi. Siamo tutti collegati, interconnessi e se riusciamo ad ascoltare il nostro corpo svegliamo delle memorie che la mente ha dimenticato. Memorie anche transgenerazionali, traumi antichi. Senza memoria non abbiamo un’identità, la memoria ci definisce, ci costruisce come umani. Il libro è figlio di un processo di riscoperta del mio corpo che ho fatto attraverso la mindfulness, lo yoga e lo studio delle neuroscienze in cui mi sono immersa ultimamente con passione. Le poesie nascono dalle viscere del corpo, e come nelle emozioni, la testa arriva dopo.

Il tuo spettacolo di lettura di poesie con Andrea Piovan è un’esperienza unica e coinvolgente, con la musica e con la lettura in italiano e spagnolo. Come ti senti a vedere il pubblico che ti segue e interagisce con la tua poesia? 
Nonostante mi consideri una persona timida, sono sempre abbastanza a mio agio quando faccio lo spettacolo. Con l’attore Andrea Piovan, che è una delle voci più belle e intense in Italia, si è creata una bella intesa. Ci emozioniamo e ci entusiasmiamo a vicenda. MI fa molto piacere vedere che le persone apprezzano il mio lavoro e si sentono coinvolte in ciò che raccontiamo. A volte mi sorprende come il pubblico riesca a sentire le poesie, a sentire la nostra energia, la nostra verità. La poesia è trasformativa ed è molto più vicina a noi di quello che si pensa, perché parla alla parte più antica delle persone, a quella più profonda, che nella fretta delle nostre vite a volte dimentichiamo di avere.

La tua poesia preferita?
Se la domanda riguarda le poesie che fanno parte del mio ultimo libro sono molto legata a quella scritta pensando a mia madre: “Le mani di mia madre”. In generale ci sono autori e poesie che ho incorporato nella mia carne e che amo visceralmente. Wislawa Szymborska, Jose Tolentino Mendoça, Eugenio Montale, Louise Gluck, ma tra tutte quella che è più vicina al mio stato d’animo ora è una di Luis Cernuda, malinconica e profonda, che parla della tristezza esistenziale di un uomo in esilio, “Essere stanco”:

Essere stanco ha piume

Piume buffe come un pappagallo,

piume che sicuramente non volano mai

ma balbettano come un pappagallo.

Sono stanco delle case

Prontamente in rovina senza un gesto,

sono stanco delle cose,

con un battito di seta volte poi di spalle.

Sono stanco di essere vivo

Ma più stanco sarebbe l’esser morto

Sono stanco dell’esser stanco

Fra piume leggere, sagacemente

Piume di quel pappagallo così familiare o triste,

quel pappagallo del sempre essere stanco.