Milano
Quando finì il mondo degli dei
Il “Götterdämmerung” di Wagner alla Scala

Il Götterdämmerung di Wagner alla Scala (foto: Brescia e Amisano © Teatro alla Scala)
Quando finì il mondo degli dei
Ogni volta che il vostro cronista assiste a un'opera di Richard Wagner ha la sensazione di essere ghermito da un'onda gigantesca e portato in alto mare. Di notte. Con le onde grosse e scure (gli ottoni, i timpani, i contrabbassi) sopra le quali – facendosi spazio ogni tanto tra le nuvole – brillano le stelle (gli oboi, i flauti. le arpe). Sballottato e insieme cullato; sempre sul punto di affogare e sempre con la testa sopra i flutti, naufragar gli è dolce in questo mare, per dirla alla Leopardi. O, con altra metafora, gli è dolce galleggiare nel liquido amniotico della musica, di questa musica. Perché poche cose possono procurare gioia come l'entrare nella dimensione “altra” che sola può dare il grande teatro musicale, quello wagneriano in particolare.
Sensazione provata anche giovedì sera alla Scala nella penultima recita del “Götterdämmerung”, ultimo capitolo della Tetralogia wagneriana con regia di David McVicar, in scena sul palcoscenico del Piermarini nel corso dell'ultimo anno.
In questa sede analizzeremo solo gli aspetti musicali dello spettacolo, riservandoci di parlare delle scelte e dei risultati registici alla fine del nuovo “Ring des Nibelungen” programmato in versione “concentrata” ( il prologo e le tre giornate in una settimana, secondo i voleri di Wagner) per marzo, nella rinnovata “staffetta” tra i due direttori, l'inglese Alexander Soddy e l'australiana Simone Young. che ha caratterizzato anche la scorsa stagione.
Giovedì 12 febbraio sul podio c'era Simone Young, che ha proposto una lettura diversa da quella del collega inglese, secondo quanto abbiamo potuto leggere in questi mesi. Se Soddy sceglie tempi spesso molto spediti e sonorità muscolari e robuste (come scrive Stefano Balbiani su “Connessi all'Opera”), Young opta per una lettura più densa, corposa, avvolgente. L'orchestra è calda e compatta, le tube wagneriane fanno le tube wagneriane – tube in Si bemolle a quattro pistoni dal timbro ovattato e delicato nel piano, squillante e maestoso nel forte -; le 8 arpe 8 ci portano verso gli spazi infiniti dove scopriamo le stelle. Un'interpretazione che al vostro cronista è apparsa convincente e coinvolgente.
Di livello eccellente, salvo qualche eccezione, il cast vocale. Sugli scudi due voci femminili da anni riferimento nell'interpretazione wagneriana a livello planetario: Camilla Nylund come Brünnhilde, vocalità più lirica che drammatica, timbro luminoso e morbido nelle mezze voci, associato a ottime doti interpretative. Ma la star della serata è stata quell'autentica leonessa wagneriana di Nina Stemme nella parte di Waltraute; parte ahimè troppo breve, perché avremmo voluto godere della masterclass di canto della grande cantante svedese per tutti gli atti della lunga opera: voce sontuosa, profonda, luminosa, ricca di armonici in tutti i registri; presenza scenica magnetica. Da sola valeva il prezzo del biglietto.
Armoniose e musicalissime le tre figlie del Reno Lea-Ann Dunbar, Svertlina Stoyanova, Virginie Verrez. Di ottimo livello anche il terzetto delle Norne: Christa Mayer, Szylvia Vorose, Olga Beszmertna, che interpreta anche Gutrune.
Il cast maschile è dominato dal Siegfried di Klaus Florian Vogt: anche lui, al pari di Camilla Nylund, voce limpida, morbida e luminosa, ancorché in alcuni passaggi dal volume troppo debole per non farsi sovrastare dall'orchestra; timbro più lirico che drammatico, ha poco dell'“heldentenor” della più classica tradizione wagneriana, ma forse per questo ci appare più “umano” e vicino alla sensibilità contemporanea. Una vocalità per molti aspetti simile a quella di Dmitry Korchak, magnifico interprete del “Lohengrin” romano di fine 2025 diretto da Michele Mariotti.
Meno convincenti gli altri interpreti maschili, a partire da Günther Groissböck nella parte di Hagen, il cattivo del dramma; nel corso degli anni abbiamo più volte ammirato il basso austriaco come Barone Ochs del “Rosenkavalier”, parte che gli si è cucita addosso come una seconda pelle. Probabilmente gli mancano le profondità e lo spessore che richiede la parte del personaggio wagneriano, e l'emissione è apparsa ruvida e diseguale. Abbastanza anonimo il Gunther di Russel Braun. Alla fine la migliore delle voci maschili è risultata quella di Johannes Martin Kränzle come Alberich.
Come per la parte di Waltraute, anche il coro ha poco spazio in termini di puro cronometro; ma sentire il Coro della Scala istruito da Alberto Malazzi negli interventi elettrici, incisivi, chirurgici del secondo e terzo atto vale sempre “il viaggio”, come si usa dire.
La considerazione finale, fermo restando che l'analisi drammaturgica e registica la riserveremo alla fine dell'intero ciclo del “Ring” a cui assisteremo il mese prossimo, la prendiamo in prestito da Alberto Mattioli, come sempre lucido e cristallino nelle sue analisi: “Nel crollo del Walhalla, la reggia che Wotan ha costruito con il furto e con l'inganno, sta il nuovo inizio del mondo, mentre l'oro maledetto che aveva scatenato la brama di potenza di dei e nibelunghi torna alle profondità del Reno tedesco.”
Ultima rappresentazione martedì 17: se potete non perdetela.











