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Milano
Ricognizione sulla cultura a Milano. Del Corno: 'Il Castello? Ecco cosa fare'

di Fabio Massa

Filippo Del Corno è, al secondo mandato, l'assessore alla Cultura del Comune di Milano. In una lunga intervista ad Affaritaliani.it Milano risponde a una serie di domande originate da articoli di Affari critici rispetto alla gestione di alcune politiche da lui attuate. L'INTERVISTA

Prendiamola larga. Lei è stato uno dei riconfermati dopo l'esperienza pisapiana. Però potrebbe essere l'ultimo giro.
Io penso che il limite fisiologico dei due mandati sia vero...

Derive grilline?
No no, oddio no. Il tema non è quello di dover abbandonare la politica dopo due mandati, come dicono loro. Il tema è diverso: visto che l'unico apporto che posso dare è quello di assessore alla Cultura, io non mi vedo a fare l'assessore a un'altra cosa, o il deputato, quindi finita questa esperienza smetto.

Un cambio di delega non le piacerebbe?
No, non mi piacerebbe. Faccio presto ad ammetterlo: non sono capace di fare altro. Mandatemi all'Urbanistica e questa città andrà in pezzi (ride, ndr). Voglio troppo bene a Milano. Quindi, quando finirà questa esperienza finirà anche la mia esperienza politica.

Due cose delle quali è orgoglioso di questi anni di amministrazione.
Sicuramente l'aver dedicato all'infanzia il teatro Bruno Munari, in piazza Maciachini. E poi l'altra cosa di cui sono orgoglioso è di essere riuscito a realizzare la triade di mostre a Palazzo Reale Leonardo, Giotto e Caravaggio. Sono mostre che per motivi diversi entreranno nella Storia.

Passiamo alla parte critica. Noi di Affari Milano pensiamo che chi ama qualcosa la critica anche. C'è una sorta di "pornografia" nel racconto della città, dove tutto è bello per forza, acriticamente, senza difetti. Premesso questo, in una Milano che quasi supera Roma per numero di turisti perché i musei civici tutti insieme superano di poco la sola Venaria Reale di Torino?
La Venaria Reale di Torino è un complesso museale articolato. Viene visitato non solo per la sua offerta culturale ma anche perché è una struttura architettonica di grande pregio e di grande fascino. Credo che la misura reale e concreta dell'offerta culturale di una città non stia nel suddividerla in compartimenti: privati da una parte, civici dall'altra, eccetera. Bisogna capire qual è la massa critica complessiva. Io rivendico un modo di fare l'assessore ben preciso. Io cerco di non fare l'assessore alla Cultura del comune di Milano ma della città di Milano. Quindi di fare in modo che tutte le componenti che offrono e producono cultura in città siano valorizzate e inserite in una sorta di alleanza. I numeri vanno giudicati in quest'ottica, non nel raffronto tra musei civici e Venaria Reale. Dopodiché i musei civici hanno accresciuto i loro visitatori di oltre il 45 per cento. Ma mi faccia ritornare sul concetto di base...

Prego.
Credo di aver interpretato bene il ruolo di assessore della città, creando una cabina di regia molto agile ma riconosciuta da tutti gli interlocutori, privati e pubblici, in modo tale da produrre progetti che coinvolgono l'intera collettività.

Cerchiamo di guardare l'economia che sta dietro la cultura. Abbiamo ospitato, durante il Salone, un pezzo sul nostro giornale nel quale si comparavano due foto scattate nel medesimo istante che ritraevano l'ingresso del cortile di Brera e quello dell'accesso alle biglietterie. La prima mostrava una marea umana, la seconda due persone. Non crede che la gratuità sia diseducativa?
Bella domanda, perché mi offre la possibilità di introdurre un concetto che ho teorizzato tempo fa. La gratuità è utile se aiuta a invitare qualcuno a usufruire di qualcosa al quale non avrebbe avuto accesso senza gratuità. Dopodiché la gratuità estesa a ogni proposta culturale è ampiamente diseducativa. Noi dobbiamo trovare il bilanciamento tra forma di invito gratuita, togliendo la barriera di accesso costituita dal pagamento, ma facendo rimanere la contribuzione per chi usufruisce dei servizi culturali in modo continuativo. Io credo che a Milano questo equilibrio lo stiamo trovando. Ci abbiamo lavorato molto, cercando di mutuare i programmi di altre città europee. Faccio un esempio. Problema: l'età degli spettatori dei teatri è alta. Quindi noi facciamo un programma specifico, una Poltrona per te, con regole d'ingaggio chiare: possibilità agli under 25 di andare gratis a teatro, ma purché ci vadano un massimo di tre volte, e purché si faccia l'esperienza del teatro ogni volta in una struttura diversa tra quelle convenzionate. Avete ragione su questo, però: la gratuità indiscriminata non va bene.

Passiamo al Castello Sforzesco. Su Affari abbiamo attaccato a fondo, dicendo che è poco valorizzato. Pare ci sia la volontà di prorogare la convenzione senza rimetterla a gara. Dopo 20 anni di gestione da parte dello stesso soggetto è una cosa giusta?
Sarebbe profondamente sbagliato, anche perché la concessione scade e la legge ci impone di rimetterla a gara. Però per fare una gara che ci consenta di essere al massimo rispondente alle nostre richieste, la proroga che verrà fatta sarà principalmente tecnica, per pochi mesi.

Le piace come è gestito il Castello Sforzesco?
La gestione scientifica assolutamente sì. Credo che ci siano pochi altri in Italia che possono vantare la trasformazione che abbiamo fatto noi sul Castello. Abbiamo una grande crescita di visitatori, e una grande capacità di innovazione. Abbiamo realizzato la caffetteria, i servizi accessori sono stati rinnovati. E finalmente abbiamo conferito al Castello lo status di un centro di cultura che abbiano a che vedere con la promozione culturale di oggi, per esempio è il cuore pulsante di Bookcity. Oggi è impensabile che avvenga quel che è successo otto anni fa.

Che cosa è successo otto anni fa?
Provi a dirmelo lei. Si ricorda?

Avevano rubato se non sbaglio un'opera o un reperto...
No, una cosa molto più clamorosa a mio modo di vedere.

Non saprei.
Otto anni fa il Castello aveva ospitato una festa di partito.

Ah, sì, mi ricordo: quella del Pdl. E poi ci fu la Lega. Perché clamorosa?
Oggi questa cosa sarebbe impossibile per tutti. Sarebbe impensabile abitare un luogo come il Castello Sforzesco che è diventato un centro di cultura con una festa di partito. Questo perché il Castello è diventato un centro di proposta culturale che verrebbe sporcato dalla festa di qualunque partito. Il tema che però voi ponente è su alcuni servizi accessori, che possono costituire un soggetto forte di valorizzazione. L'idea che mi è venuta, leggendo anche i vostri articoli, è di promuovere un dibattito pubblico coinvolgendo gli operatori culturali della città per capire qual è oggi il valore simbolico del Castello per la città. Secondo me da questo punto di vista ci può aiutare ad avere più innovazione anche nei servizi accessori. Ritengo che oggi il servizio accessorio del Castello, inteso come il non sfruttamento di alcune sue potenzialità, è deficitario. Però bisogna anche dire che siamo fortemente sperimentatori. Quindi a volte gli insuccessi sono dietro l'angolo.

A proposito di Bookcity. Il Salone del Libro di Torino ha retto alle intemperie, anche grazie ai robusti fondi pubblici che ogni anno lo foraggiano. Milano si frammenta su Bookcity e Tempo di Libri, due rassegne minori rispetto a Torino, con fondi pubblici minori. Non va cambiato qualcosa?
Assolutamente no. Milano fino al 2010 era azzerata sul tema dell'editoria e della lettura. In sei anni siamo arrivati addirittura al riconoscimento dell'Unesco. Come abbiamo fatto? Con una serie di azioni che hanno avuto attenzione per le politiche attive. Bookcity non è una fiera dell'editoria, ma una festa dei lettori. Bookcity è l'iniziativa del Comune di Milano. Tempo di Libri è un'iniziativa dell'associazione degli editori, che legittimamente si è staccata da Torino e ha trovato un partner in Fiera Milano. Ma la nostra azione come Comune è Bookcity. Là mettiamo il cuore. Tempo di Libri ci piace, tifiamo per loro, e speriamo che abbia un rapporto di sistema con le altre manifestazioni, non di guerra. Non sono tra quelli che è contento se il Salone di Torino va male, e non condivido i toni anche da Torino, di conflitto tra le due manifestazioni.

A proposito di Milano e Torino, mi viene in mente MiTo. Ha letto il finanziere melomane Micheli? Diceva che un esperimento come quello di MiTo non è alle viste sul libro. Che cosa ne pensa?
Ha ragione. Perché Tempo di Libri non è una emanazione del Comune. Quindi, a differenza del festival musicale, che aveva nei due Comuni gli attori principali, qui semplicemente noi con il Salone e con Tempo di Libri, non c'entriamo. Insomma, Micheli ha ragione: però le due città devono parlarsi.

A proposito di rapporti: quali sono i suoi rapporti con Torino (M5S) e con la Regione (Lega)?
Io sono sempre leale e non ho mai avuto difficoltà nè con Torino né con la giunta scorsa e la giunta presente di Regione Lombardia. Dopodiché proprio perché sono leale istituzionalmente mi riservo tutto il diritto di criticare le scelte politiche.

Quali sono le critiche alla Regione?
Nel momento in cui la Regione ha scelto una linea che divide e che non include, per me è un problema. Il Family Day, la lotta contro il gender...

Potremmo dire che voi fate la stessa cosa al contrario.
No, noi non abbiamo mai discriminato le famiglie tradizionali. Noi lasciamo la libertà a tutti. Volete andare all'Oratorio? Benissimo. Volete andare agli spettacoli del festival LGBT? Benissimo. Invece la giunta regionale ha caricato di ideologia alcuni temi sensibili. E sbaglia.

Parliamo del proliferare delle week. Per ogni cosa c'è una week.
E' una cosa che abbiamo teorizzato e che portiamo avanti. Ci sono quattro week per quattro ambiti disciplinari diversi, le abbiamo progettate mettendo in relazione gli operatori e facendo in modo che proponessero una massa critica.

Mi dica una cosa che non funziona sulla cultura.
La nostra lentezza rispetto al rendere agibili i luoghi di cultura. Ci sono diversi luoghi della cultura che hanno lentezze inaccettabili.

Chiudiamo sulla politica. Ho criticato spesso, e andrò avanti a farlo, il suo amico
Pierfrancesco Majorino. Ricordo una frase di Gori all'iniziativa politica di Majorino a Radio Popolare. Diceva: a forza di guardare gli ultimi ci siamo scordati i penultimi e i terzultimi. Non è della vostra area. Ma è tanto sbagliato quello che dice Gori? Io credo che la forza della sinistra è sempre stata quella di essere coerente con i propri ideali. Ma coerente in maniera pragmatica. Per questo quello che stiamo sviluppando a Milano è esemplare, perché è pragmaticamente progressista. Per questo la difesa degli ultimi è importantissima: se non difendiamo gli ultimi non riusciamo ad avere un vero progresso. Per questo le iniziative Senza Muri che abbiamo promosso sono funzionali a questo. Mi permetta di dire che la lettura caricaturale che anche voi fate su questo, ovvero la sinistra è un covo di radical chic che dal centro della città non vedono le periferie, non coglie la realtà.

Il voto ci dà ragione però...
Mica troppo, a guardare i plessi. Dove abbiamo fatto peggio è Corso Monforte, dove abbiamo fatto meglio sono le zone di piccola borghesia, nella middle-low class che abita dove abito io, intorno alla linea della 90. Quella lettura del radical chic è caricaturale e forza il punto senza coglierne la lettura politica.

Ma Gori quindi dice cose sbagliate?
Gori ha perso male perché non è riuscito a interpretare il pragmatismo progressista che questa città ha sviluppato.

Vi ha stupito Sala? Alle primarie lo dipingevate come qualcosa d'altro.
Io personalmente no. Majorino faceva il suo, giustamente. Era una campagna elettorale. Non mi ha stupito Sala, basta guardare come era finito il rapporto tra Sala e Moratti. Ricordo che quando Sala era commissario di Expo e Regione Lombardia aveva tolto il suo logo al Pride, lo recuperò lui. La coerenza valoriale del sindaco è sempre stata molto forte.

fabio.massa@affaritaliani.it

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