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Fitto nel mirino per riflesso condizionato. Ma dov’è il reato?

Da un’inchiesta locale al tiro al piccione nazionale. Senza prove, senza logica. E intanto l’Italia si indebolisce da sola proprio mentre avrebbe bisogno di peso in Europa

Fitto nel mirino per riflesso condizionato. Ma dov’è il reato?
Raffaele Fitto

Il punto vero, però, è un altro, ed è più scomodo. Raffaele Fitto oggi è uno dei pochi politici italiani che conta davvero in Europa…

“A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”, diceva Andreotti. Ma qui il punto è un altro: si pensa male senza nemmeno la materia prima. L’arresto di Pietro Guadalupi è una notizia. Grave, da approfondire, da seguire con attenzione. Ma trasformarla in un caso politico nazionale che coinvolga, anche solo per suggestione, Raffaele Fitto è un salto logico che non regge. Perché i fatti sono semplici: non c’è alcuna accusa a Fitto, non c’è alcun coinvolgimento, non c’è alcun elemento giudiziario. C’è solo una parola, “vicinanza”, che in politica locale significa tutto e niente.

Eppure basta questo per attivare il meccanismo, quello che in Italia conosciamo bene: prima si associa, poi si insinua, infine si colpisce. È il solito copione, e funziona sempre allo stesso modo. Un amministratore locale finisce nei guai? Si sale di livello, si cerca il nome pesante, si costruisce un’ombra. Non importa se quell’ombra non ha sostanza.

Il punto vero, però, è un altro, ed è più scomodo. Raffaele Fitto oggi è uno dei pochi politici italiani che conta davvero in Europa. Non per narrazione, ma per posizionamento reale, dossier, relazioni, credibilità costruita negli anni. E allora la domanda è inevitabile: è un caso che il tiro parta proprio adesso?

Perché in Italia abbiamo un talento particolare: colpire chi emerge, soprattutto se ha riconoscimento fuori dai confini nazionali. Lo abbiamo fatto con manager, imprenditori, tecnici. Lo facciamo con i politici. Sempre allo stesso modo: non si attacca il merito, si costruisce il sospetto.

Attenzione però: qui il rischio non è solo personale, è sistemico. In una fase in cui l’Italia ha disperato bisogno di voce, peso e rappresentanza a Bruxelles, indebolire chi quella voce ce l’ha significa fare un favore a qualcun altro, non a noi.

Perché il punto non è difendere Fitto. Il punto è difendere un principio minimo di razionalità: le responsabilità sono individuali, non per contiguità geografica o politica.

Altrimenti il messaggio è devastante: chiunque abbia fatto politica vera, sul territorio, è automaticamente esposto a essere trascinato nel fango per qualunque cosa accada intorno.

E allora sì, torniamo al punto di partenza, non quello di Andreotti, uno più semplice: davvero vogliamo continuare a spararci sui piedi, proprio quando servirebbe stare in piedi in Europa?