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Fort Apache attaccato dai “buoni” visi pallidi: ombre e luci sul caso La Russa

Al bar e casa, in tv e sui social: tutti parlano del figlio del presidente del Senato, Apache La Russa. Ma chi è davvero questo ragazzo? Il commento

Fort Apache attaccato dai “buoni” visi pallidi: ombre e luci sul caso La Russa
Leonardo Apache e Ignazio La Russa

Caso La Russa e il presunto stupro, la rete non ha ancora messo le penne da Apache in testa a Ignazio, ma occhio alle prossime mosse

A casa, al bar e la sera in TV, tutti a parlare di Apache. Fino a una ventina d’anni fa questo nome si riferiva o alla famosa nazione d’Indiani d’America, ancora esistente in alcune riserve del Nuovo Messico o nel Texas occidentale, oppure a malviventi, teppisti parigini. Queste le notizie dalla rete. Ora sappiamo che questo nome, sta ad indicare anche il figlio del Presidente del Senato, Apache La Russa.

Nome reso famoso dai film western americani, dove gli indiani, i pellerossa, erano descritti come ferocemente cattivi e incivili, in cerca di scalpi, mentre gli “arrivano i nostri”, americani che s’erano insediati nei loro territori, erano quasi di regola, i buoni visi pallidi, portatori di civiltà.  

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Esattamente come ora: modello di vita e di democrazia da esportare: un Presidente rimbambito, isterico, che non ne azzecca una a tal punto da non avere le idee chiare nemmeno sulla nazione contro cui combatte. Tanto a lui interessa solo vendere armi e intrugli spacciati per vaccini.

Il suo sfidante repubblicano è uno che, con circa 40 capi d’accusa (finora) dovrebbe finire dritto dritto in galera, magari in una cella ridipinta di fresco, per dargli il contentino d’esser finito, se non alla Casa Bianca, almeno alla Cella Bianca.

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Sappiamo anche che Ignazio La Russa ha voluto creare in casa sua una piccola riserva indiana, chiamando gli altri due figli, Geronimo e Cochise. Il Presidente del Senato ha spiegato il perché già con la prima moglie aveva iniziato a creare la riserva indiana in casa. Ma non si è addentrato nei meandri psicologici delle motivazioni che possono aver spinto un genitore vissuto, fino al 1993, tra gli appestati del ghetto della politica, a voler onorare, con i nomi dei tre rampolli, la memoria degli abitanti nelle riserve indiane d’America. Quanto poi questa singolarità possa aver influito sulla formazione della personalità dell’ultimo figlio, quello post sdoganamento, è argomento da esperti psicologi.

Intanto sembra che finora la rete non abbia ancora messo le penne da Apache in testa a Ignazio. Ma gliele metteranno, specialmente se farà altri casini col cellulare dato al figlio. Come alcuni hanno già detto, avrebbe dato un bell’esempio di comportamento se, ripreso il cellulare dalle mani dello scapestrato, fosse stato lui a darlo agli inquirenti. Non averlo fatto e addirittura non stroncare la voce di un voto al Senato per un “sequestro” del telefonino, aggrava la posizione di padre e figlio, non essendo il cellulare “cosa nostra”, come non doveva essere considerata “cosa nostra” la casa del Presidente del Senato, usata dal rampollo Apache come casa di tolleranza con gli amici, per accorgersi solo dopo, ora, che, giustamente, per certi usi è una casa d’intolleranza.

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Tutti criticano l’intervento del padre in favore del figlio, quando dice “Ho parlato con lui e gli credo. È innocente.” Critiche anche dalla Piaciona, nominatasi modello di riferimento su tutto: “Io  non l’avrei detto”, “Io non l’avrei fatto”, “Io avrei fatto entrare immediatamente nella Nato, il mio amico”. Io dico “Dipende da cosa gli ha detto il figlio. Ma Ignazio La Russa, avvocato noto anche come Ignazio La Rissa, dovrebbe sapere benissimo che le guardie addette alla sicurezza del Presidente del Senato e che controllano chi entra e chi esce dalla sua casa, potranno testimoniare entrate ed uscite. Ma quello che poi è successo dentro casa, lo sanno solo i ragazzi. Haugh!”. 

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Certo, se La Russa si affida ad avvocati come la Bongiorno, che ha fatto assolvere, contro ogni evidenza la Knox e Sollecito, Apache potrà anche essere assolto per non aver commesso il fatto (violenza carnale di gruppo), ma per chi sostiene giustamente che solo i partecipanti al “festino” sanno come siano andate le cose, resterà sempre il dubbio sulla sua colpevolezza. E l’azione di cui è accusato è “ributtante, spregevole, vergognosa” e chi più ne ha, più ne metta.

Ma, oltre a disprezzare Apache, bisognerebbe sapere se c’è stato un comportamento da far disprezzare anche lei, sapendo che la parità tra sessi ha comportato spesso atteggiamenti e comportamenti femminili che solo 30 anni fa, erano impensabili. Una possibile spinta per far rotolare verso gli abissi una testa calda? Se, un po’… molto… alticci entrambi, lei avesse detto “Apasce ma quante si capasce de fanne ‘n fila? Sì, daje, annamo ‘n po’ a casa tua… vojo proprio vede’ che c…o si capasce de fanne!”

Esagerato? Allora, per scendere con i piedi per terra e constatare i progressi fatti dalle aspiranti Schlein che si vanta di farne di tutti i colori, dal masculo alla fimmena, passando pure per i neutri, rispetto al romanticume di non tanti anni fa, aggiornatevi col video che mostra due fidanzati attuali: mentre lei si trucca col rossetto marrone, lui le chiede: “Sonia, cos’è che volete dagli uomini voi donne… la dolcezza o la simpatia?” E lei, sicura, mentre continua a truccarsi, “Il c …o!” Lui si dà uno scappellotto in fronte e va via dicendo Giusto! Il c …o! M’ero scordato!” Esagerata come barzelletta, ma come tutte le barzellette, con un fondo di verità: la volgarità è una conquista delle donne emancipate che, si dice, hanno sempre il c …o in bocca.

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Un commento ascoltato quasi sempre per un caso come quello di Apache: non vorrei essere nei panni del giudice. Con gli avvocati da una parte e dall’altra a complicare ancora di più il quadro già iper squallido dall’inizio. S’i’ fosse ‘l giudice, consapevole di finire interdetto, o magari al manicomio, emetterei un verdetto esemplare che di certo, se seguito da altri, farebbe crollare il numero di questi comportamenti sotto animaleschi che costituiscono un incubo e un’ossessione per genitori, nonni, parenti e tutti i ragazzi normali. 

Senza tirare in ballo gli articoli in base ai quali si baserebbe la sentenza, perché gli articoli bisognerebbe aggiornarli, condannerei Apache e gli altri eventuali autori della schifezza compiuta, a 5 anni di carcere di rigore, da non poter essere ridotti per buona condotta o altri meriti mostrati a solo scopo di veder ridotta la pena. Metterei nella loro cella di rigore una perfetta imitazione, a dimensione reale, della ragazza stuprata. Oltre al ricorso all’autoerotismo, avrebbero la possibilità di sfogare la loro libidine, con un manichino identico alla stuprata, a ricordo della bravata. Che differenza c’è tra sfogarsi con un manichino e approfittare d’una ragazza stordita da droghe e alcol che, inerte, sembra un manichino? Capiranno mai, questi Apache, animali viziati, l’abissale differenza che c’è tra un bacio tra innamorati e uno con un manichino? Ah, s’i’ fosse ‘l giudice!