La diplomazia dei piccoli comuni. Così la cittadinanza onoraria diventa politica estera
C’è un’Italia che non fa rumore, non siede ai tavoli del G7 e non firma accordi, eppure conta. È l’Italia dei sindaci e dei consigli comunali, quella che utilizza la cittadinanza onoraria come forma di politica estera. Un gesto apparentemente innocuo, che però sempre più spesso assomiglia a una moneta diplomatica, spendibile nei rapporti internazionali.
In un mondo che si spacca tra guerre, sanzioni e nuove cortine ideologiche, mentre le cancellerie si irrigidiscono, i municipi italiani si aprono. E lo fanno con uno strumento antico e allo stesso tempo modernissimo: dire a qualcuno “sei dei nostri”, senza che quel qualcuno debba davvero diventarlo. È la soft diplomacy, ma spesso è molto di più. È geopolitica in scala ridotta.
Lo si è visto con il caso di Marco Rubio, Segretario di Stato americano, che tra documenti di famiglia, memorie d’emigrazione e strette di mano istituzionali ha riscoperto un pezzo d’Italia che non è solo genealogia, ma narrazione politica. Non si tratta di un caso isolato, bensì di un copione sempre più frequente.
La cittadinanza onoraria viene sempre più spesso utilizzata dai comuni non solo come azione formale, ma anche come strumento per consolidare relazioni, valorizzare legami già esistenti e trasformare un gesto simbolico in un segnale di apertura verso l’esterno. È il caso, ad esempio, della cittadinanza conferita nel 2017 dal Comune di Milano a Barack Obama, pochi mesi dopo la fine del suo mandato da Presidente degli Stati Uniti.
La consegna delle chiavi della città, avvenuta durante una visita a Milano, ha rappresentato un vero e proprio riconoscimento ai valori di inclusione sociale e rispetto della diversità promossi dall’ex Presidente, come sottolineato anche dal sindaco Giuseppe Sala, che definì quell’onorificenza “un onore per tutta Milano”.
È in questa stessa logica che si inserisce il caso di George Clooney. Per Laglio la presenza della star statunitense rappresenta, infatti, un punto di forza straordinario in termini di immagine: il legame tra l’attore e un paese di meno di mille abitanti è diventato negli anni un potente moltiplicatore di visibilità non solo per il borgo, ma per l’intero Lago di Como.
In casi come questo, la cittadinanza onoraria assume il valore di un vero investimento simbolico e promozionale. Un apprezzamento rafforzato anche dal legame concreto che lo stesso Clooney ha saputo dimostrare nei confronti della comunità, in particolare nei momenti più difficili, come durante l’alluvione del 2021, quando l’attore si mobilitò in prima persona per sostenere iniziative di raccolta fondi a favore del paese.
Esistono anche casi in cui la cosiddetta “diplomazia della cittadinanza” rappresenta un riconoscimento del contributo dato alle comunità locali. Alisher Usmanov, miliardario russo-uzbeko, ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Arzachena nel 2018. La città sarda ha tratto benefici diretti dalla sua presenza, anche attraverso il sostegno al turismo e contributi finanziari durante l’emergenza Covid.
Quando Usmanov è stato sanzionato dall’Unione Europea, il comune ha deciso di mantenere la sua cittadinanza nonostante le ampie misure punitive contro uomini d’affari russi. Roberto Ragnedda, sindaco della città, ha suggerito che tale misura “darà ulteriore e immediato impulso alla ricerca del dialogo e della pace”. Un approccio più soft che anche le autorità dell’UE responsabili delle sanzioni avrebbero potuto prendere in considerazione.
Ed è proprio questo il punto: la cittadinanza onoraria non è più soltanto un gesto simbolico. È diventata un asset o una leva politica che ogni territorio utilizza in base a convenienza, sensibilità e opportunità. A volte è identità, a volte è marketing, a volte è diplomazia parallela. E in alcuni casi è tutte queste cose insieme, senza che nessuno abbia davvero deciso dove finisca una e inizi l’altra. L’Italia, in questo, è un laboratorio perfetto.
Perché è un Paese in cui la dimensione locale è fortissima. E allora il sindaco diventa ambasciatore e la cerimonia pubblica diventa conferenza internazionale. Così, mentre il mondo si irrigidisce, la diplomazia italiana si moltiplica con un’efficacia che, proprio perché non ufficiale, spesso sfugge alle regole della politica tradizionale. E alla fine resta una domanda: può ancora la cittadinanza onoraria esser considerata un semplice riconoscimento affettivo?

