L’esponente dem Simona Bonafè: “La riforma delle legge elettorale è un segnale di debolezza politica. Il referendum? Non risolverà i problemi della giustizia”
“Quando si cambiano le regole del gioco, e la legge elettorale è la regola del gioco per eccellenza, lo si dovrebbe fare con la più ampia maggioranza possibile. Siamo invece di fronte a un testo già depositato, senza alcun confronto preventivo con le opposizioni. Ce lo siamo trovati davanti senza alcuna condivisione”. Così, Simona Bonafè, deputata alla Camera per il Partito Democratico, commenta ad Affaritaliani la riforma della legge elettorale che punta a superare l’attuale modello, il cosiddetto Rosatellum, introducendo, tra gli altri, un impianto proporzionale accompagnato da un meccanismo di governabilità predeterminato.
Un metodo, quello usato dalla maggioranza, che non sarebbe certo nuovo: “È già successo con altre riforme, penso alla separazione delle carriere in magistratura, uscita dal Parlamento senza possibilità di modifiche sostanziali. Anche in quel caso il confronto è stato ridotto al minimo. Qui accade lo stesso”, commenta l’esponente del Pd, che inserisce la riforma in un più ampio “segnale di debolezza politica”. “Cambiare ora la legge elettorale significa temere l’esito del 2027. E forse significa anche avere timori rispetto ai prossimi appuntamenti referendari”.
Bonafè richiama poi il tema delle priorità. “Oggi la notizia è che Trump bombarda l’Iran. Ma i problemi del Paese sono altri: una crisi internazionale in corso, una situazione economica complessa”.
“Premio di maggioranza incostituzionale”
Nel merito, la critica è altrettanto dura. “Il testo prevede un premio di maggioranza che, a nostro avviso, presenta profili di incostituzionalità e mette nelle mani della coalizione vincente un peso determinante tale da poter incidere sugli equilibri istituzionali”, afferma Bonafè. Altro punto contestato è l’eliminazione dei collegi uninominali senza l’introduzione delle preferenze. Un meccanismo che toglie “strumenti ai cittadini”.
Il nodo giustizia
Quanto al referendum, l’esponente Dem ribadisce un secco “no”. “La riforma non risolve i problemi veri della giustizia, a partire dalla lunghezza dei processi, così come ammesso dallo stesso ministro Carlo Nordio. L’obiettivo sembra piuttosto quello di indebolire la magistratura e intaccare un principio fondamentale del nostro ordinamento”, conclude.

