Politica
Legge elettorale, Meloni impone l'accelerazione e il modello Regionali agli alleati. Nessun compromesso stavolta, Lega e FI senza scelta
Proporzionale con premio di maggioranza, via i collegi

Meloni vuole blindarsi fino al 2032 a Palazzo Chigi ed eleggere il primo presidente della Repubblica di Centrodestra, probabilmente Guido Crosetto, nel 2029
La battaglia è solo all'inizio e i fedelissimi di Giorgia Meloni assicurano che la presidente del Consiglio questa volta non cederà di un millimetro rispetto ai dubbi e alle titubanze degli alleati della Lega e di Forza Italia. La riforma della legge elettorale sul modello delle Regionali, come confermato ieri ad Affaritaliani da Alberto Balboni, è una priorità per l'Italia. E si farà. Punto. Si farà nello spirito del premierato, l'elezione diretta del presidente del Consiglio che al 100% non vedrà la luce prima delle prossime elezioni politiche del 2027.
I partiti guidati da Matteo Salvini e da Antonio Tajani, per motivi differenti, frenano sulla nuova legge elettorale ritenendola non una priorità e se fosse per il Carroccio andrebbe bene anche tornare a votare con il Rosatellum. Ma Meloni non vuole scherzi. Vuole blindarsi fino al 2032 a Palazzo Chigi ed eleggere il primo presidente della Repubblica di Centrodestra, probabilmente Guido Crosetto, nel 2029. La cancellazione dei collegi uninominali con i quali con la legge attuale si eleggono un terzo di deputati e di senatori è per FdI assolutamente una necessità che non può essere differita o derubricata.
Le ultime elezioni regionali hanno dimostrato che a Napoli come a Bari, a Roma come a Milano e a Bologna e a Torino o Firenze o a Palermo - da Nord a Sud - il Centrosinistra o campo largo vincerebbe in quasi tutti i collegi delle grandi città rendendo la maggioranza di Centrodestra - sicura stando ai sondaggi - in bilico soprattutto al Senato. E quindi nessun tentennamento. Fratelli d'Italia, proprio con Balboni, accelererà nelle prossime settimane per una legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza alla prima coalizione (55% dei seggi oltre il 42% dei voti) per assicurarsi di rimanere altri cinque anni alla guida del Paese.
Non ci sono mediazioni, non ci sono compressi. Su questo punto Meloni e i suoi sono categorici. Al massimo la premier potrebbe concedere di non indicare sulla scheda elettorale il nome del candidato alla presidenza del Consiglio (che però verrà sancito nel programma di governo da presentare agli elettori), lasciando così la regola ufficiosa introdotta da Silvio Berlusconi che il premier è il leader del partito della coalizione che prende più consensi.
Tanto la leader di Fratelli d'Italia sa perfettamente che il suo partito vale più del triplo di Lega e Forza Italia e che non ci sarà nessuna discesa in campo di Pier Silvio o Marina Berlusconi alle elezioni del prossimo anno. E quindi può anche permettersi di fare questa "concessione" agli alleati, ma sulla modalità di voto Meloni farà valere la sua forza e il fatto di essere la leader del primo partito del Centrodestra e d'Italia. Proporzionale con premio di maggioranza ed eliminazione dei collegi elettorali. Non ci sono alternative. Salvini e Tajani dovranno tacere e accettare.
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