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Politica
Pd, con Letta addio al proporzionale. “Maggioritario? Ipotesi di lavoro”
(fonte Lapresse)

Dai temi messi in campo alle indicazioni nette per un nuovo corso del Pd. Il giorno dopo il discorso di Enrico Letta all’assemblea nazionale che lo ha portato ad essere incoronato segretario, Affaritaliani.it fa il punto con Franco Mirabelli. Il senatore dem, braccio destro del ministro Dario Franceschini, intervistato dal nostro giornale, dice subito di aver condiviso “e non formalmente” l’approccio del neo-inquilino del Nazareno.

Senatore, cosa intende quando parla di condivisione non formale?
Ho trovato il merito, il linguaggio utilizzato e l’atteggiamento innovativi e positivi. Letta ha posto le questioni con grande nettezza. Mi pare abbia fissato non solo le priorità su cui il Pd deve continuare ad impegnarsi, dalla centralità della transizione ecologia e dell’Europa all’azione del partito, ma anche i confini dentro cui ci muoviamo. Quando il segretario parla di progressisti nei valori, riformisti nella politica e radicali nei comportamenti personali dà indicazioni molto chiare. Che rappresentano anche le novità più importanti messe in campo. Insieme, naturalmente, al rifiuto del partito del leader. Un aspetto sul quale Letta ha mandato un messaggio forte, sottolineando che abbiamo bisogno di un partito nuovo e non solo di un segretario nuovo.

A proposito dei confini in cui dovrà muoversi il Pd, il segretario ha aperto al confronto con tutti i soggetti di centrosinistra fuori dal partito. Si aspettava l’apertura a Renzi?
Io mi aspettavo da Letta la netta volontà di aprire in ogni direzione e di dare al Pd la giusta centralità nel centrosinistra. Ci sta, quindi, la scelta degli interlocutori che ha indicato. E’ coerente con la sua impostazione. Nella quale rientra l’attenzione al dialogo e all’evoluzione del Movimento cinque stelle. Un elemento, questo, di continuità rispetto alla segreteria Zingaretti.

La discontinuità, invece, sta nella piena adesione all’agenda Draghi, rispetto alla quale forse l’ex segretario Zingaretti ha mostrato una maggiore timidezza?
Non è così. Già da tempo, anzi subito dopo il discorso d’insediamento di Draghi, avevamo detto che ci riconoscevamo davvero nell’agenda di Draghi. Una posizione espressa sia dai gruppi che dallo stesso segretario. Non solo, ma dal primo momento abbiamo fatto notare che se c’era qualcuno che doveva faticare, rispetto alla sua storia, nell’aderire a quel programma era la Lega e non noi.

Dallo ius soli, che già ha provocato le reazioni di Salvini, all’attenzione ai territori e alle pmi, da sempre nel core della Lega: Letta tenta di togliere ossigeno al Carroccio?
Noi portiamo avanti le battaglie che riteniamo giuste e nell’interesse dei cittadini. Il nostro problema non è certo quello di trovare argomenti per contrastare la Lega. Poi, che temi come lo ius soli confliggano con il programma leghista è evidente. Non a caso siamo forze alternative, che convivono ora nello stesso governo. Ma ogni partito deve essere libero di avere la propria identità e avanzare le proprie proposte in Parlamento.

Partiamo dall’attenzione ai territori. Su questo, però, negli ultimi anni il Pd ha ceduto il passo alla Lega, non le pare?
Letta vuole rilanciare l’azione del Pd nella sua ispirazione originale: noi sui territori ci siamo, abbiamo più amministratori di quelli della Lega. Ora si tratta di utilizzare meglio il loro contributo. Quanto alle piccole e medie imprese, il discorso è molto semplice.

Qual è?
Ad un forte impegno per il Sud, dichiarato dal segretario, ne corrisponde uno altrettanto netto a sostegno delle piccole e medie imprese e, quindi, al sistema produttivo del nord perché l’obiettivo finale consiste nel superare il divario nord-sud che non aiuta il Paese.

Passiamo allo ius soli. Converrà che è stato sempre nell’agenda del Pd, ma appunto lì è rimasto. Non crede che sia ancor più difficile fare passi avanti su questo fronte in un governo di unità nazionale?
Intanto, posso dirle che ho apprezzato molto l’intervento di Letta su questo perché non ha nascosto la nostra attenzione e volontà di porre il tema dei diritti civili al centro della nostra identità. Così come ho apprezzato il suo riferimento all’ordine del giorno approvato in Europa che dichiara l’Ue territorio Lgbt free.

Il segretario non ha nascosto la sua preferenza per un sistema di voto di tipo maggioritario. In particolare, apprezza il Mattarellum. La direzione presa dal Parlamento va invece in direzione del proporzionale. Come si prefigura ora il dibattito sulla legge elettorale?
Credo che dovremo ragionare su ciò che sarà possibile fare in questo Parlamento e quale può essere il punto caduta con le altre forze politiche. Una cosa è certa: Letta ha affermato la nostra volontà di diventare costruttori di una coalizione ampia che possa vincere le prossime elezioni contro il centrodestra. Dire questo vuol dire che il maggioritario può essere e deve essere un’ipotesi su cui lavorare. Non so se ci sono le condizioni per tornare al Mattarellum, ma bisogna lavorare in Parlamento per assicurare al Paese un sistema di voto migliore di quello che c’è.

Letta dovrà ora definire la sua squadra. Intanto, c’è chi sostiene la necessità di una sostituzione anche degli attuali capigruppo di Camera e Senato. Cosa ne pensa?
Sugli assetti discuteremo, anche nei gruppi. Ma penso che ieri Letta abbia voluto mandare a tutti noi un altro messaggio, più importante. E cioè che il rilancio del Pd si realizza attraverso le cose che saremo in grado di fare, di costruire e mettere in campo. Io credo che occorra superare l’idea che il rilancio passi attraverso semplici modificazioni o cambiamenti dei gruppi dirigenti. Il tema vero è cosa si fa quotidianamente, utilizzando proprio quel cacciavite di cui ha parlato il segretario.

Dal “mi vergogno” di Zingaretti alla “torre di babele” evocata da Letta, però, il problema delle correnti esiste…
il problema che abbiamo davanti è il modo in cui si discute, il modo in cui si manifesta il pluralismo all’interno di una forza politica. Io penso sia utile che in un partito si confrontino idee diverse. Se tale confronto, però, si traduce in mero correntismo, finalizzato a promuovere le persone sulla base di appartenenze piuttosto che sulla forza delle idee, allora è sbagliato. Abbiamo già pagato un prezzo alto per questa cattiva interpretazione del pluralismo all’interno del Pd.

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