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Politica, abbiamo perso l’uomo e ci siamo tenuti i numeri: la crisi di una classe dirigente senza visione

Ecco perché il dibattito pubblico si è impoverito. Non è un problema di ideologie contrapposte — è, semmai, il contrario

Politica, abbiamo perso l’uomo e ci siamo tenuti i numeri: la crisi di una classe dirigente senza visione

Politica, abbiamo perso l’uomo e ci siamo tenuti i numeri

Per decenni abbiamo discusso, litigato, costruito intere architetture politiche ed economiche attorno a una domanda che sembrava decisiva: quale sistema funziona meglio? Il mercato o lo Stato? Il pubblico o il privato? La redistribuzione o la crescita? Oggi continuiamo a farlo.

Continuiamo a usare le stesse parole, le stesse categorie, gli stessi riflessi condizionati. Ma nel frattempo è accaduto qualcosa di più profondo, e forse di più grave: abbiamo smesso di chiederci per chi tutto questo dovrebbe funzionare.Comunismo, socialismo, liberismo non erano semplicemente modelli economici. Non erano, almeno all’origine, delle formule per organizzare la produzione o distribuire la ricchezza. Erano visioni dell’uomo. Idee di libertà, di giustizia, di responsabilità.

Erano tentativi — riusciti o falliti, virtuosi o criminali — di rispondere a una domanda che precede qualsiasi tecnica: che cosa significa vivere insieme? Poi, lentamente, qualcosa si è consumato. Quelle visioni si sono irrigidite, si sono semplificate, hanno perso il loro fondamento umano e si sono trasformate in schemi. Il liberismo è diventato un meccanismo automatico di allocazione delle risorse. Il socialismo una funzione di redistribuzione.

La politica, nel suo complesso, una gestione sempre più tecnica di indicatori. Abbiamo perso l’idea di uomo e ci siamo tenuti i modelli. Oggi l’economia parla un linguaggio che sembra preciso, rigoroso, quasi rassicurante. Crescita, inflazione, occupazione, produttività. Numeri che si muovono, grafici che salgono e scendono, proiezioni che si aggiornano in tempo reale. Tutto appare misurabile, tutto appare governabile.

Eppure mai come oggi la distanza tra ciò che misuriamo e ciò che viviamo è così evidente, così bruciante. Possiamo avere crescita senza benessere diffuso. Possiamo avere occupazione senza sicurezza. Possiamo avere stabilità dei prezzi senza alcuna percezione di stabilità nella vita quotidiana. Non è che i numeri siano falsi. È che non bastano. Non riescono più a raccontare la realtà nella sua interezza, e soprattutto non riescono più a orientarla.

Misuriamo tutto, ma non misuriamo ciò che conta davvero.Il punto, allora, non è tecnico. Non è una questione di indicatori più raffinati o di modelli più sofisticati. È una questione più radicale, quasi filosofica: abbiamo cambiato il punto di partenza. Abbiamo smesso di partire dalla persona e abbiamo cominciato a partire dai sistemi. E quando parti dal sistema, l’uomo diventa una variabile dipendente. Non il centro, non il fine — una voce nel modello.

Questo spiega perché il dibattito pubblico si è impoverito. Non è un problema di ideologie contrapposte — è, semmai, il contrario. È il risultato del fatto che le ideologie, nel senso alto del termine, non esistono più. Al loro posto abbiamo procedure. Automatismi. Risposte standardizzate a problemi che per loro natura non si lasciano standardizzare. Non governiamo più l’economia. La amministriamo. E l’amministrazione, per definizione, non ha visione: ha regole, ha vincoli, ha obiettivi quantitativi. Ma non ha una direzione che nasca da una domanda sull’uomo e sulla società.

È qui, forse, che si gioca la partita dei prossimi anni. Non nel scegliere tra i modelli esistenti, ma nel ricostruire il metodo con cui quei modelli vengono pensati e legittimati. Ripartire dall’individuo non è una formula retorica, né un richiamo astratto alla centralità della persona. È una scelta concreta di metodo e di priorità. Significa chiedersi — prima di ogni altra cosa — che tipo di lavoro vogliamo generare, non solo quanti posti. Che tipo di sicurezza vogliamo garantire, non solo quale livello di spesa pubblica sostenere. Che tipo di mobilità sociale vogliamo rendere possibile, non solo quale tasso di crescita del PIL ottenere.

Significa accettare che alcune domande non hanno risposta nei modelli econometrici, e che proprio quelle domande sono le più urgenti. Solo dopo queste domande può nascere una politica degna di questo nome. E solo dopo la politica può nascere un’economia coerente con quella visione — e non il contrario, come abbiamo fatto per trent’anni.Le grandi ideologie del Novecento avevano un difetto evidente: pretendevano di essere definitive.

Ma avevano anche una forza che oggi manca: partivano da un’idea di uomo. Per quanto discutibile, per quanto a volte pericolosa, quella era la loro radice. Oggi abbiamo sistemi più sofisticati, dati più precisi, strumenti più avanzati. E abbiamo perso quella radice.Non è perché manchino le risposte. È perché non facciamo più le domande giuste. Perché senza un’idea di uomo, ogni teoria economica finisce per diventare una contabilità. E la contabilità, da sola, non costruisce una società.