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Primarie, Schlein debole. E Conte sorride. Ecco perché è lui il problema numero uno del governo Meloni

Mentre il leader del M5s spinge sulle primarie, si intensificano i problemi per il Governo Meloni dopo l’esito del referendum. Ma c’è ancora spazio per una risalita

Primarie, Schlein debole. E Conte sorride. Ecco perché è lui il problema numero uno del governo Meloni

Calo dei consensi, crisi economica ed effetto guerra: ma il vero problema del governo Meloni è Giuseppe Conte (che spinge sulle primarie)

È Giuseppe Conte l’uomo che oggi inquieta davvero la destra, molto più di quanto riesca a fare Elly Schlein. Ed è anche per questo che, negli ambienti vicini a Palazzo Chigi, si lavora – più o meno esplicitamente – a un rafforzamento indiretto della leader democratica. Un rilancio discreto e misurato, comunque insufficiente a vincere, ma potenzialmente utile a offuscare la traiettoria del pentastellato, la cui capacità di intercettare consenso appare, al momento, più insidiosa. Da settimane, ormai, il clima tra i corridoi della politica è tutt’altro che disteso e, a dispetto della primavera, ciò che sembra spirare sono i venti di un temutissimo inverno, quasi un riflusso stagionale che riporta il sistema politico dentro coordinate meno rassicuranti.

L’esito del referendum ha colpito Giorgia Meloni più di quanto si è voluto ammettere, costringendo il Presidente del Consiglio non solo a doversi leccare le ferite ma anche a fare i conti con la sconfitta più dura dopo anni di successi. La prima incrinatura visibile in una narrazione di un’azione di governo costruita, fino ad oggi, su una continuità di vittorie. E se è vero, come sosteneva Simón Bolívar, che “l’arte di vincere la si impara nelle sconfitte”, è altrettanto evidente che la politica contemporanea ha ridotto al minimo il valore pedagogico dell’errore. In politica perdere significa perdere, e gli insuccessi hanno un potere di recupero memoriale molto più forte dei successi, perché diventano il punto debole sul quale gli avversari possono riorganizzarsi, pur in assenza di una loro forza o autonomia interna.

Insomma, un assist che ogni sconfitta può finire per offrire a chi sta dall’altra parte, creando opportunità che nascono più dalle difficoltà altrui che da reali meriti propri. In questo senso, anche il risultato referendario potrebbe aver rappresentato un’occasione d’oro per le opposizioni. È una logica elementare e meccanica, l’ingranaggio di gioco-forza che regge tutto il sistema. E infatti Meloni sembra aver smarrito, almeno in parte, quell’aura di invincibilità di cui godeva da quattro anni a oggi. La leader abituata a vincere ha conosciuto una battuta d’arresto nella sua prima chiamata alle urne di carattere nazionale davanti allo stesso elettorato che l’ha sostenuta: un passaggio che, pur non essendo inedito in senso assoluto, segna comunque una discontinuità non trascurabile. Questo è bastato a modificare il registro complessivo del racconto politico che la riguarda. Fino a ieri si poteva indulgere in una narrazione lineare, quasi romanzesca; oggi i toni si sono fatti più opachi e ambigui, più esposti alle trame di un giallo a tinte fosche. Intanto, il merito del quesito referendario è già evaporato. Quasi nessuno sembra più ricordare su cosa si è votato, né tanto meno il problema relativo alle falle della giustizia sembra occupare spazio ai tavoli, né a destra né a sinistra. Ciò che resta è il segno della sconfitta, sedimentato in un elettorato che ora guarda al centrodestra stringendo una mano ma arricciando le labbra.

A cambiare è stata soprattutto la sua immagine, la sua mancata capacità di ritrovare nel referendum la fiducia del proprio elettorato: forte, sì, ma non abbastanza da mangiare il fronte del “no”. Un fronte che ha giocato una campagna debole e priva di idee proprie, attaccandosi come un’ancora al fronte dei Magistrati – loro sì, che hanno vinto davvero – e che può ora spacciare quel successo come proprio e usarlo come un cavallo di battaglia per presentarsi al voto il prossimo anno. Quel fronte è stato comunque capace di riprendersi il target più ambito, quello dei giovani, gli stessi che da Genova la Sindaca Salis prova a impugnare a suon di musica e Dj. Proprio loro, che hanno trovato, inaspettatamente, nel quesito referendario la spinta per recarsi alle urne, anche solo per dire no all’operato del governo. La storia, in questo senso, offre due indicazioni utili: la destra fatica strutturalmente nei referendum e, soprattutto, l’elettorato referendario non coincide con quello delle politiche. È uno scarto che lascia margini di recupero. E infatti lo spazio per una ricomposizione esiste ancora.

Consenso ed effetti della guerra

Al netto dei sondaggi – pari a uno specchio che restituisce sempre l’immagine di chi lo tiene in mano – ciò che emerge dai dati più recenti è un rallentamento nella tenuta del consenso, pur all’interno di un quadro ancora favorevole. Le rilevazioni YouTrend del 15 aprile sulle intenzioni di voto mostrano, rispetto al 23 marzo, una crescita del Partito Democratico (22,9%, +0,9) e della Lega (6,6%, +1,2), a fronte di un calo più marcato di Forza Italia (8,0%, -2,0) e Alleanza Verdi Sinistra (6,0%, -1,1). Fratelli d’Italia resta sostanzialmente stabile al 26,4%, ma perdendo lo 0,4%, così come il Movimento 5 Stelle al 14,1%, mentre il resto del quadro politico si conferma frammentato e sotto la soglia di rilevanza. Sul piano del giudizio complessivo sull’esecutivo, prevale ancora una lettura critica: il 57% degli intervistati esprime un’opinione negativa sul governo contro il 34% di giudizi positivi. Per SWG, Fratelli d’Italia è al 29,3%, in lieve calo rispetto a fine marzo, con una perdita dello -0,2. Un dato che restituisce l’immagine di un consenso ancora solido ma non privo di segnali di rallentamento, in una fase più di consolidamento che di crescita. Post referendum, si è aperta la “fase due” del governo Meloni, una fase non prevista ma che obbliga ora a una gestione più difensiva, meno lineare, ma certamente diversa. Perché, se questa dinamica dovesse consolidarsi, il rischio è che la maggioranza continui a perdere terreno, mentre le altre forze politiche potrebbero progressivamente recuperare consenso.

Come fare, allora, per salvarsi? Paradossalmente, una via di alleggerimento può essere arrivata da Donald Trump, che prendendo le distanze da Giorgia Meloni può averle implicitamente fatto tirare un sospiro di sollievo. Il “gemellaggio” tra i due è stato una delle componenti meno gradite all’opinione pubblica, capace di alimentare più malumori che consenso. Tocca ammetterlo: questa guerra non piace a nessuno, e non tanto per ragioni ideologiche, quanto per gli effetti concreti. Secondo le stime di Confindustria contenute nella Congiuntura flash di aprile, uno scenario di conflitto prolungato fino al 2026 potrebbe tradursi in un aggravio fino a 21 miliardi di euro per le imprese italiane in costi energetici.

Già oggi la manifattura paga una bolletta più elevata rispetto ai principali competitor europei, con un’incidenza dei costi energetici in aumento rispetto al periodo pre-Covid. Il caro energia si riflette sulla fiducia delle famiglie e delle imprese, sulle aspettative dei settori industriali e dei servizi, e sulle condizioni finanziarie generali. I mercati hanno reagito con un aumento degli spread e una risalita dei tassi sovrani in Europa, mentre il costo del credito per le imprese è destinato a salire, anche in un contesto in cui la politica monetaria resta restrittiva per effetto delle pressioni inflazionistiche. Il prezzo del petrolio, sostenuto dal conflitto, si mantiene su livelli elevati, trascinando anche il gas e contribuendo a un quadro di inflazione più persistente. La conseguenza è una compressione del potere d’acquisto e in una maggiore incertezza sulla domanda interna. A ciò si aggiunge un rallentamento dei servizi e una produzione industriale ancora fragile, mentre l’export, pur in ripresa in alcune componenti, resta esposto sia alle tensioni geopolitiche sia all’effetto dei nuovi dazi.

Insomma questa guerra, molto più di altri conflitti, è entrata nelle dinamiche dell’economia reale e della vita delle persone, e in questo scenario il posizionamento internazionale dei governi diventa più esposto. Non fa sorridere né chi la fa, né chi sta con chi la fa. E anche se Meloni ha più volte negato una vicinanza politica al Tycoon, l’essere percepita come alleata di Trump, dopo i sospetti di vicinanza a Benjamin Netanyahu, le ha portato più danni che benefici. Ecco allora che la rinnovata distanza può diventare una risorsa, una correzione implicita politicamente funzionale, una grazia non richiesta che potrebbe offrire respiro all’esecutivo. Il clima, a destra, è quello di una cabina di regia sotto stress, una fase ad alta tensione. Ma sarebbe fuorviante leggerla solo come una fase di arretramento. Non sempre in politica le scosse rallentano: a volte comprimono il tempo e obbligano a decisioni più rapide. Si potrebbe, ad esempio, spingere verso un orizzonte elettorale più ravvicinato, nel tentativo di capitalizzare il consenso prima che si eroda. Dall’altra parte, le opposizioni si troverebbero a dover stringere i tempi di una convergenza ancora incompiuta. Sullo sfondo resta il nodo della legge elettorale, che continua a funzionare come la vera mappa degli equilibri futuri, mentre il campo largo si trova a riflettere sul dossier più scottante sul tavolo: quello delle primarie.

Le primarie

Un’ipotesi che non piace ai più fragili, Schlein su tutti, ma fa sorridere chi da anni non aspetta altro che riprendersi quello spazio negato. Lui, Giuseppe Conte, l’uomo che ha dovuto affrontare la pandemia da Coronavirus mentre era al governo, quello che piace alle nuove generazioni con tanto di seguito sui social. Il bello e impossibile, capace di parlare e di farsi ascoltare, e che tuttavia sembra avere anche la stoffa per guidare un Paese, cosa che ha già fatto. Per lui, questo sembra essere il momento più propizio per tentare una rimonta. Non a caso, ospite da Fabio Fazio a “Che tempo fa”, Conte ha ribadito che le primarie, pur non essendo nella tradizione del M5s, sono il “modo più efficace per trovare l’interprete migliore, ma solo dopo aver condiviso il programma”. 

In vista delle elezioni, che sembrano lontane solo all’apparenza, il campo largo trovasse un accordo, sarebbe una catastrofe per il centrodestra. Ma è un’ipotesi che si scontra nuovamente con una costante storica: la difficoltà della sinistra a trasformare la pluralità in coesione. L’unità, a sinistra, non si è mai davvero raggiunta. La destra sa fare da sempre ciò che alla sinistra riesce difficile: mettersi d’accordo e convivere, fosse anche solo per convenienza. Dall’altra parte, invece, si discute e ci si azzuffa in una modalità quasi sempre bambinesca e infantile, tranne nelle piazze dove i temi radical chic trovano un terreno teorico fertile per suonare la stessa musica.

La speranza, per la destra, è allora che a sinistra continuino a prendersi a schiaffi, così che nella frammentazione possa sopravvivere l’unica vera forza del centrodestra: l’unità. E poi c’è la variabile Silvia Salis, su cui spinge lo stratega di Matteo Renzi. Un profilo, il suo, ancora in fase di definizione, e che viene letto soprattutto per la capacità di intercettare consenso in segmenti elettorali non tradizionali e per la costruzione di una figura percepita come esterna ai classici schemi di partito. Basta questo per diventare un problema serio, l’ennesimo per il centrodestra, che intanto deve pensare a come sbarazzarsi del leader del M5s. La politica non si muove mai nel pieno, ma nei vuoti che si aprono. E se c’è qualcuno che, più di tutti, sembra pronto a passarci attraverso, quello è Giuseppe Conte.

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