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Il ponte-Turchia con l’ingranaggio inceppato

La mia prima volta in Turchia risale al 1978, quando insieme ad alcuni amici - dalla Puglia -arrivammo a Istanbul in macchina, attraversando la Grecia da Igoumenitsa a Salonicco (Tessalonica), superando la frontiera ad Upsala fino ad approdare sul Bosforo: sciamando in un traffico veloce, confusionario e frastornante, caratterizzato da decadenti macchinoni americani del dopoguerra, dai quali se vedevi sbucare un braccio teso, era il segnale che il guidatore stava per svoltare nella direzione “indicata”.

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In 38 anni ci sono tornato altre 6 volte, in due occasioni rimanendoci 4 o 5 mesi per lavorare (a Kemer e a Foça vicino a Kuşadasi), ed ogni volta ho potuto constatare il lento ed entusiasmante incedere di un Paese fortemente radicato nella tradizione islamica, ma con lo sguardo insistentemente proiettato verso il contesto internazionale, col quale il dialogo era supportato dal persistente “sorriso”: tipico dei “popoli aperti” alla contaminazione proficua e virtuosa.

In questi decenni il Paese è cresciuto tanto, o meglio, le aree urbane e metropolitane del Nord-Ovest sono molto cresciute, così come quelle lungo il bordo litoraneo. Un po’ meno - ad eccezione dei centri di vacanza e delle mete turistiche più tradizionali - le aree interne e quelle del Sud-Est. Le stesse dove la situazione politico-sociale risente ancora di resistenze etniche sedimentate, e di una conseguente instabilità “da frontiera” gestita con la forza dell’ordine pubblico, dato che in quelle zone si direbbe impensabile qualsiasi altro tentativo di confronto e tanto meno di sereno dialogo. Su quel confine, in entrambi i fronti: “Si sta perennemente vigili contro il nemico!”

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Stavolta l’impressione, di primo acchito, è quella forse di una smarrita, ma accertata mancanza, dell’abituale e riconoscibile sorriso nell’incrocio degli sguardi: percepibile già "ai controlli" all’arrivo in aeroporto, e poi agli angoli delle strade, ai tavoli dei caffè, nel dedalo dei vicoli del Gran Bazar, nei pressi delle moschee o alle fermate degli autobus e dei moderni tram di città. E questa sensazione di assenza non ha nulla a che vedere col tipico hüzün, descritto dal Premio Nobel per la Letteratura 2006, Orhan Pamuk, ovvero con quel sentimento di “tristezza”, che è - secondo lo scrittore - “L’essenza stessa di Istanbul, attorno a cui si strutturano la coscienza e la personalità dell’antica capitale ottomana”.

Stavolta ho trovato un Paese preoccupato, nel bel mezzo - ancora una volta - di una fase di profondo cambiamento. Un Paese consapevole di avere alle sue spalle un passato glorioso, e di fronte un futuro radioso. Una sorta di crisi ri-generante. La gestazione di una farfalla capace, però, di sovvertire equilibri consolidati, gli stessi che fanno sentire la loro influenza e che provano a condizionare il processo evolutivo, esaltando o mortificando le ambizioni di un Paese e di un popolo, a cui Mustafa Kemal Atatürk aveva indicato un percorso “alto”, arrivato ad essere persino modello per alcuni Stati della grande e non lontana area maghrebina.

La Turchia da secoli è un Paese che preoccupa l’Europa, soprattutto quella a trazione transalpina, che nel contempo - paradossalmente - ha sempre esercitato una sorta d’inconsapevole fascino intellettuale sulle locali generazioni più giovani, più istruite e più pronte a spiccare il volo verso la sua irresistibile capitale.

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La Francia percepisce l’Anatolia e il Paese che la contiene come una sorta di polo concorrente, situato all’altro capo del Vecchio Continente, con circa 80milioni di abitanti, e con una tradizionale tendenza a fare asse con la Germania: capace, pertanto, di spostare troppo ad Est l’ago della bilancia europea, nel caso dovesse far breccia la richiesta di accoglimento nell’assetto UE.

Le intemperanze insofferenti durante il mandato presidenziale di Nicolas Sarkozy, insistentemente ripetute dal leader politico anche lontano dall’Eliseo, di “Considerare la Turchia - una volta per tutte - una realtà appartenente all’Asia”, la dicono lunga sul braccio di ferro, decisamente poco evidente, in atto sullo scacchiere internazionale della politica, dell’economia e dei rapporti intercontinentali in generale.

Analizzare, quindi, oggi la situazione del Paese attraverso la lente della sua Compagnia di Bandiera, Turkish Airlines, è di certo un ottimo esercizio introspettivo che, alla fine, si rivela specchio e metafora efficace per cercare di scorgere, oltre la cortina delle dinamiche di lotta interna, quali scenari sono interessati dal probabile ingresso in prima linea di uno Stato - come la Turchia - sul palcoscenico europeo e dagli inevitabili e caleidoscopici effetti, che tale eventualità possa provocare e riflettere su quelli mondiali.

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Diciamo subito che siamo del parere che Istanbul, in primis, e l’intera Turchia insieme alla sua capitale “di fatto” (anche se quella politica ed amministrativa resta Ankara), dovrebbero mantenere status e funzione che Madre Natura ha loro assegnato: quelli risultanti dall’essere collocate - come per altri aspetti la stessa Puglia - nella strategica posizione geografica “di frontiera”: di ponte, di porta, di trait-d’union, di cerniera, di canale o trampolino verso l’Oriente e di primo approdo dall’Oriente verso l’Europa. Checché ne dica Sarkozy o tentino di fare le correnti integraliste, che oggi la assediano.

La farfalla Turchia vorrebbe volare, ma le ali risultano appesantite da una sorta di fuliggine “impalpabile”: un influsso invisibile che per il governo Erdogan ha i caratteri ben precisi dell’ombra dell’imam Fethullah Gülen, il predicatore islamico - rifugiato negli Stati Uniti - accusato di essere l’ispiratore del fallito colpo di Stato del 15 luglio scorso. A lui è addebitata la creazione di una sorta di “stato parallelo” con infiltrazioni largamente ramificate, coordinate attraverso lo speciale e ormai famoso app “ByLock”, presente su una quantità incredibile di smartphone turchi.

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All’inizio la dura reazione delle forze dell’ordine è stata vista e accettata come una dolorosa necessità anche dalle opposizioni, che hanno fatto fronte comune col Governo, approvando lo stato di emergenza. Ma esse stesse oggi lamentano: “Un golpe diventato opportunità, per silenziare l’opposizione. Dato che persiste l’azione governativa trasversale di messa a tacere generale”.

In questo clima di tensione e ossessiva percezione di un prolungato stato d’assedio, si direbbe lo stesso vissuto dall’epica Troia raccontata da Omero - che nel frattempo ha imparato “la lezione del cavallo”- le ali a cui si affida la Turchia sono quelle moderne e potenti della Turkish Airlines. La Compagnia Aerea di bandiera che vanta ben 291 punti volo nel mondo, di cui 111 in Europa e 10 in Italia (ben 5 partenze settimanali solo da Bari), con un incremento esponenziale di passeggeri trasportati negli ultimi anni, tanto da prevederne circa 70milioni a fine 2016. E che da sei anni vince il prestigioso premio Skytrax come miglior compagnia aerea europea.

Un vero e proprio orgoglio per il Presidente, Ilker Ayci, che snocciola dati e ambizioni, mentre “da turco”, si dice “Preoccupato, per la situazione ancora difficile, e in dovere di spiegarne la realtà”. Presentando, nel contempo, i progressi della Compagnia, che è metafora della Turchia “che vuole essere” e che si appresta a diventare, attraverso testimonianze “tangibili”, come quelle che nei secoli hanno segnato crescita, sviluppo, leadership e suggestioni di un autentico e strategico crocevia internazionale, su cui è situata l’affascinante capitale del Terzo Millennio.

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Un traguardo che vede le traiettorie programmatiche del Paese lambire e incrociare - da secoli - storia, tradizione, devozione, arte e scambi tecnico-commerciali con la sponda italiana e, in particolare, con quella pugliese: non solo perché braccio più proteso lungo le rotte di mare o tracciate dagli slot aeronautici, ma anche per condividere la carica spirituale di una figura come il Santo Vescovo di Mira, oggi San Nicola di Bari.

Il terzo ponte sul Bosforo (in realtà il quarto), realizzato dalla tecnologia ingegneristica di imprese italiane (Astaldi), ne è ulteriore testimonianza e si incastra nello straordinario programma di crescita della “Turchia del futuro”, che prevede sulla sua proiezione, come ribadisce Ilker Ayci: “La costruzione già avviata del nuovo aeroporto di Istanbul, che gestirà un traffico di 90milioni di passeggeri all’anno, con 120 porte d’imbarco, parcheggi per 500mila auto e nuove rotte verso India, Cina, Cuba e i Paesi emergenti dell’America del Sud”.

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Sì, perché mentre si negozia con l’Europa - non solo per la pratica UE, ma anche e soprattutto per la gestione dei rifugiati (3milioni passano dalla Turchia, di cui 2 milioni provenienti dalla Siria) e per i connessi servizi di sicurezza - il dialogo con la Cina e con la stessa Russia si fa sempre più proficuo.

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E per sottolineare leggerezza e modernità dell’approccio sui mercati, la metafora Turkish Airlines affida l’immagine della Compagnia e del Paese alla massima espressione della dinamicità e del successo: lo Sport! Passando dalla sponsorizzazione ufficiale del Campionato Europeo di Calcio 2016 ai diritti di denominazione - detenuti dal 2010 - dell’Euroleague Basketball. Apprestandosi ad entrare nel Tennis e rinnovando una presenza nel Golf, che presto porterà anche Tiger Woods agli Open di Antalya. E preannunciando un’indole non sottaciuta di forza, coesione e caparbietà con una imminente presenza nel Rugby internazionale.

Insomma, un movimento supergalattico “a tutto campo”, che porta la Turkish Airlines, prima compagnia al mondo per numero di Paesi raggiunti, persino sugli schermi cinematografici planetari: nei titoli di testa e di coda di “Batmam v Superman - Dawn of justice”, arrivando a volare con i due Super-eroi fino a Gotham e Metropolis.

Forza e leggerezza, rigore e dolcezza, testimonianza e laicità, storia e innovazione, tradizione e rivoluzione, eleganza e praticità sono i caratteri di un popolo e di un Paese, che si celano dietro quel “sorriso smarrito”, indispensabile a ridare “luce” a prospettive senza tempo e senza confini. Per recuperarlo bisogna rilanciare connessioni, stringere bulloni allentati, disinceppare o disincagliare il meccanismo che muove il ponte tra tempo e confini.

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Sono sul Bosforo, avvolto dalla luce inconfondibile del crepuscolo, che da sempre anticipa “Le mille e una notte” di Bisanzio, Costantinopoli o della moderna Istanbul. Tra i sei minareti della Moschea Blu uno spicchio di luna fa capolino insieme a Venere e poi a Sirio, e da un momento all’altro mi aspetto che spunti in lontananza la sagoma di Aladino sul suo tappeto volante. Dall’alto dei minareti, tra gli echi delle voci “metalliche” dei muezzin, che invitano alla preghiera, a prender corpo, senza suono, è una citazione, per ribadire - con timbro deciso - un impegno antico: “Con ragione ci definiamo nazionalisti. Ma noi siamo nazionalisti che rispettano e onorano ogni nazione e che collaborano con ognuna” (Mustafa Kemal Atatürk).

(gelormini@gmail.com)

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