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PugliaItalia
Pandemia, terzo settore e cultura Intervista a Davide Giove - ARCI

Avviamo con questa intervista al Presidente Regionale di ARCI Puglia, Davide Giove, la pubblicazione di una serie di interventi analitici sui cambiamenti che la pandemia da Coronavirus ha nella maggior parte dei casi provocato, per certi aspetti accelerato e talvolta anche mortificato: in una società, che già oggi, non può dirsi più figlia del tempo che l’ha generata.

arcipuglia

La pandemia ha sorpreso tutti, ha scombussolato - con una folata improvvisa e persistente - ritmi e certezze da tempo consolidati. A Davide Giove di ARCI Puglia chiediamo se non abbia anche costretto a ripensare la funzione catalizzatrice di processi di crescita culturale di tutti quei sodalizi, come la stessa ARCI, che hanno segnato formazione e carattere di intere generazioni.

La pandemia ha solo accelerato un percorso già da tempo in atto, che nel mondo del sociale conosciamo bene, ovvero la declinazione osmotica del mutualismo e della sussidiarietà verso forme di contrasto alla povertà (materiale e immateriale) e all’esclusione sociale.

Nei mesi difficili del lockdown una cosa mi ha stupito più di tutte: la capacità di un numero impressionante di organizzazioni ricreative e culturali di convertire le proprie attività, in quel momento interdette, a favore di azioni di pubblica utilità. E così associazioni che fino a quel momento si erano occupate di organizzare promozione della musica, della lettura e del teatro o di mettere insieme i cittadini attraverso la ricreazione si sono ritrovate a collaborare con i sindaci nella distribuzione di beni alimentari o recapitando farmaci agli anziani soli o contribuendo ad ottimizzare le azioni di solidarietà.

ARCI covid

Possiamo parlare di un cambiamento largo e trasversale, che non ha riguardato solo l’ARCI?

È un sentimento assai attuale quello che ha portato, negli ultimi dieci anni, molte organizzazioni a rimodulare la propria mission istituzionale, integrando le proprie azioni storiche dedicate a temi quali quelli culturali, ambientali, ricreativi, sportivi con altrettante di carattere più spiccatamente solidaristico. Ma ancora più importante è stato lo sviluppo di un approccio integrato, che ha portato a rivedere, in un’ottica di utilità sociale misurabile, le proprie attività.

Per questa ragione, accanto allo sforzo encomiabile degli enti caritatevoli, abbiamo visto moltiplicarsi negli scorsi mesi i casi di coinvolgimento strutturale da parte dei Comuni della nostra Regione di soggetti non-profit anche provenienti da esperienze di socialità laica fino a quel momento alieni a forme di contrasto alla povertà materiale.

Una sorta di conversione sulla via non di Damasco, ma di quella della solidarietà mutualistica?

Una conversione? Nient’affatto. Il variegato mondo del non profit, ed in particolare quella sua parte che ben presto verrà inquadrata nel registro nazionale degli enti del terzo settore, aveva già maturato, sul campo, una esperienza ed una competenza enorme non solo nell’erogare servizi di prossimità, come quelli socio-educativi e socio-sanitari, ma anche nell’attivare una percentuale significativa di cittadini, attraverso i percorsi di civismo tipici dell’associazionismo. Uno sforzo enorme nella direzione della coesione sociale, ma anche della cittadinanza attiva, in un periodo storico segnato dalla disgregazione, dall’individualismo e dalla sfiducia verso l’impegno sociale e politico.

Per questo con grande naturalezza l’interlocutore privilegiato di una misura di sostegno al reddito, come quella che in Puglia prende il nome di Reddito di Dignità: è il terzo settore, a cui proprio il ReD dedica delle linee guida specifiche per l’attivazione dei beneficiari.

ARCI passione

Il segmento della povertà, più o meno evidente, si allarga fino a diventare una fascia corposa e preoccupante. Anche questo richiede nuovi codici interpretativi?

Essere accanto a chi ha bisogno, con estrema prossimità, ci ha insegnato delle cose. Ad esempio che tra chi ha bisogno di accesso a servizi alla persona, di sostegno al reddito, di percorsi di inclusione, di accesso alla formazione, c’è pure chi non t’aspetti; il vicino di casa, la mamma dell’amichetto di tuo figlio, il tuo compagno del calcetto, la professionista ben istruita o l’artigiano che non immaginavi avrebbe mai varcato la soglia dell’ufficio dei servizi sociali in questa vita.

È un popolo nel popolo, che purtroppo cresce, a cui servirebbe cominciare a porre domande strutturate per ricevere risposte adeguate. Perché il punto è questo: non basta sforzarsi di soddisfare dei bisogni impellenti, bisogna tradurre queste esigenze in una domanda ben compilata di rinnovamento della nostra società.

E qui torniamo ai nuovi modi di lettura e di intervento sul campo da parte dell’associazionismo e della rete di comunità sociali presenti sui territori.

Certo, ormai è evidente che il civismo spontaneo delle associazioni e dei cittadini autorganizzati non basta. Serve la politica, che da qualche tempo sembra diventata evanescente. È un campo enorme, che sembra essere stato trascurato proprio da chi dovrebbe - per sua natura - candidarsi a rappresentarlo e indirizzarlo verso una nuova emancipazione. Mi riferisco al campo della sinistra. Le uniche risposte giunte fino ad oggi, possono essere considerate quelle di carattere amministrativo, e quando si è provato ad aprire un ragionamento, proprio a partire dal dibattito sul sostegno al reddito e sulle forme di attivazione ed inclusione sociale, il presidio sul tema - da parte della rappresentanza politica del campo progressista - è parso alquanto discontinuo.

Davide Giove ARCI

Il solito problema della corsa al consenso?

Non si tratta di marketing elettorale, non si tratta di coccolare fasce di elettori. La faccenda è più seria. Si tratta di comprendere con urgenza che la crisi sociale in atto, che la pandemia ha solo aggravato e accelerato, pone delle questioni politiche che non possono essere trascurate.

Questa crisi sposta la rabbia dei penultimi verso gli ultimi, spesso i migranti, in ogni caso i più poveri; essa spinge soggetti nuovi a legami fino a ieri impensabili con le criminalità organizzate; questa crisi preme verso l’individualismo più sfrenato, l’aggiramento delle regole che nascono per tutelare i più fragili, soffia sugli istinti pre e anti-politici. Ci sposta tutti più a destra, inevitabilmente. 

Covid8

Dall’osservatorio di antica tradizione critica, quale è sempre stato l’ARCI, arrivano suggerimenti o stimoli?

Alle forze del civismo e della sinistra pugliese che generosamente hanno contribuito ad arginare l’avanzata delle destre in Puglia, sebbene senza centrare l’obiettivo di eleggere propri rappresentanti in seno al Consiglio Regionale, rivolgo questo appello: è tempo di disinnescare gli ordigni ad orologeria, che le contraddizioni del capitalismo sfrenato hanno lasciato sul campo, in particolare di una regione del Mezzogiorno come la nostra.

Non basta discutere del Piano Strategico della Cultura della Puglia, se non introduciamo il tema dell’incremento di domanda interna di cultura e del potenziamento dell’accessibilità culturale a tutte le fasce di popolazione; non è sufficiente discutere di ambiente, se l’approccio ecologista non è percepito come il migliore possibile da chi oggi ritiene di avere problemi più urgenti da risolvere, ad esempio sostentarsi.

Occorre, in sintesi, guadagnare centralità sui temi del sociale, ascoltare il mondo dei cittadini e delle organizzazioni che intorno a questo hanno creato proposte, innovazione, lavoro. Serve, quindi, guidare gli indirizzi del dibattito, perché le risposte del decisore pubblico saranno quelle giuste solo quando le domande saranno quelle corrette. Non più di pancia, ma di testa e di cuore. Legali e non securitarie, solidali e non solo caritatevoli, strutturali e non emergenziali.

(gelormini@gmail.com)

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