Scusate l’intrusione, ma l’insofferenza per le numerose proposte ed iniziative che si leggono in previsione di spendere i soldi del “Fondo di Recupero” (letteralmente Recovery Fund dell’Unione Europea), mi spingono ancora una volta all’irritazione mentale come egualmente ad una vera e propria forma di orticaria (dermatosi infiammatoria pruriginosa – definizione medica).

Leggere e sentire discutere del Sud come di un luogo metafisico, come una entità astratta, un caso di specie da studiare e nel quale sperimentare ricette e programmi teorici, mediati da teorie economiche e sociali pensate ed elaborate “in vitro” da straordinari team di “intelligenti studiosi”, mi provoca l’insorgere di chiazze rosse su tutto il corpo. Insomma, che autorevoli menti mettano a disposizione il loro ineffabile ingegno per “le Terre di Sotto”, come se fossimo in un romanzo di Tolkien, non lo si può più tollerare.
Ora, per evitarmi ulteriori pruriti, provo a descrivere in poche parole alcune semplici cose: il credito per quello che dico, mi viene dal fatto di essere nato e di vivere ininterrottamente da molti decenni in una delle tante località delle “Terre di Sotto”; pertanto, consentitemi – se non una analisi scientifica – almeno una descrizione pratica di cosa servirebbe, a noi tutti residenti a queste latitudini, non per trasformarci, ma solo per farci vivere meglio.*BRPAGE*

Proverò, dunque, a dirlo nella maniera più semplice possibile.
Per “pietà” trattateci normalmente, ovvero come cittadini italiani o europei: così come desiderereste che voi stessi foste definiti. Non fate progetti speciali, tanto meno leggi speciali; niente provvedimenti ad hoc, considerateci come considerereste un alto-atesino, un valdostano, un piemontese, un lombardo, un veneto, un ligure, un toscano e così via. Dunque, niente di specifico né di speciale, tutti italiani alla pari, niente Commissari ad acta, Prefetti di ferro, organismi preposti, insomma niente “Casse per il Mezzogiorno”, Fondazioni con il Sud, Ministeri e ministri per il Sud, etc.
Ancora: niente piani e programmi per lo sviluppo, che intendono implementare in loco modelli di successo già attuati e provenienti da altri luoghi. Vedete, già il fatto che ci consideriate meritevoli delle vostre maggiori attenzioni, in qualche modo ci squalifica: ci definisce ‘poco capaci di badare a noi stessi’; già pensare questo non è un buon inizio, che razza di “libero mercato” sarebbe quello che non pone fiducia nelle potenzialità dei suoi stessi prodromi.

Ora, posta questa come una premessa indispensabile, vi chiedo – al netto di ogni stupido commento o di ogni esercizio di stile linguistico o letterario – quello che ci vuole, che serve praticamente.
Ci servono le infrastrutture utili a vivere normalmente: strade buone e sicure, linee ferroviarie, istituti scolastici accoglienti, attrezzati e per-formanti, ospedali a norma dotati di tutte le tecnologie sanitarie disponibili, Università di livello, banda larga con fibra ottica, servizi alla persona e al cittadino di standard europeo e soprattutto il più vicino possibile ai luoghi di vita delle persone. Naturalmente, niente di più e assolutamente niente di meglio di tutto quello che già esiste in Italia dal Tevere in su; niente grandi opere, niente insediamenti di impianti particolari o di imprese o industrie disseminate, come mangime per i polli, nel vasto confine delle “Terre di Sotto”.
Una sola nota di sollecitazione la spenderemmo nelle politiche di “SPARPAGLIAMENTO”, ma anche questa vale per tutte le regioni e per l’intero territorio nazionale. Infatti, come il Covid-19 ci ha dimostrato, non è necessario aggrumarsi in grandi città o in metropoli, abbandonando allo spopolamento e all’abbandono i due terzi del territorio nazionale.*BRPAGE*
Per ripopolare le migliaia di comuni minori, di paesi, di borghi delle aree interne (terre di sopra, di mezzo e di sotto), basterebbe riportare i servizi pubblici in tali luoghi: caserme (carabinieri/forestali, finanza, etc.), uffici postali, scuole (di ogni ordine e grado), ambulatori, ospedali, autolinee, preture e/o tribunali, sportelli delle agenzie delle entrate o di altri uffici dello stato o anche regionali.

Si è vero, fino a ieri mattina si è fatto il contrario, ma risulta evidente che si è sbagliato. In primis perché non è affatto vero che accentrando e chiudendo i servizi in periferia si risparmia; come è vero che i problemi del sovraffollamento delle città e delle metropoli ci costa altrettanto, con l’aggravio che ci fanno vivere peggio. In secundis perché vivere ammonticchiati ci comporta una infinità di problemi: traffico, viabilità, consumo di territorio, inquinamento, etc. Non ultimo, vivere aggrumati produce tempi morti sottratti alla vita (pendolarismo, ingorghi, code, file, etc), stress psicofisico oltre a polveri sottili, cattiva respirazione, cattiva alimentazione, alterazione del clima di vita naturale, insomma ci fa male alla salute.
Se dobbiamo iniziare con un cambiamento di prospettive, a beneficio delle future generazioni e per la rigenerazione del pianeta, possiamo iniziare da qui: dalle “Terre di Sotto”. Tutti parlano di Transizione, il governo si è persino dotato di un Ministero, allora cominciamo a “transizionare” da qui, non solo vi costerà di meno e troverete terreno fertile, ma scoprirete anche una mentalità locale già predisposta.
Se pensate che tutto questo ragionamento sia stato svolto nell’intento di argomentare meglio come accaparrarsi i soldi del “Fondo di Recupero”: pensate male! E’ l’esatto contrario, è solo l’invito a fare esclusivamente le cose che servono. Decentrate e attivate i servizi ben sparsi nei luoghi dove la gente vive, fate in modo che si abbia voglia di tornare a risiedere in tante belle comunità a misura d’uomo. Assumete il personale invece di spendere i soldi in reddito di dignità, sussidi, disoccupazione, etc. In modo da garantire la sussistenza in tali luoghi e realizzare le tante piccole e medie infrastrutture che rendono la vita, lontano dalle città e, nello specifico nelle “Terre di Sotto”: comoda, confortevole, desiderabile, e vedrete che nel volgere di pochi anni la tendenza culturale diventerà, naturalmente, orientata alla “transizione”.*BRPAGE*

Le “Terre di sotto”, più che di piani di sviluppo, hanno bisogno di persone innamorate, appassionate, che coltivano in loro quell’amor loci che, da solo, può rendere un lembo di terra marginale: un “Luogo di vita”, pieno di significato e traboccante di sacralità. Non perdiamo l’ennesima occasione, niente esperimenti in vitro, niente progetti capotici, ma cose pratiche richieste dalle persone, che in qui luoghi ci vivono e che vogliono solo segnalare come, con poco, potrebbero vivere meglio. Soprattutto senza il bisogno di andare altrove, attraverso una transizione che sia soprattutto culturale e non tanto o solo economica.
Per intenderci, no campi fotovoltaici o eolici ‘anarchici’, ma servizi e infrastrutture che riducano spostamenti e consumi; non false politiche green implementate per fare soldi, ma stili di vita più salutari, che implementino attività eco-sostenibili e consumino sempre meno risorse. Insomma, più Aragorn e Legolas che sconfiggano Draghi e Orchi e meno maghi ed economisti.
(ennio.tangrosso@virgilio.it)
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Pubblicato sul tema: Ricostruire l’Italia, con il Sud. Dieci punti per il Piano di Rilancio
