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Alla periferia del paesello di Andrano (Lecce), giusto dove si arriva dalla Via Vecchia per Marittima, abita Concettina, da ragazza soprannomina u tatameu  (in italiano, del padre mio), oggi veleggiante fra i settantacinque e gli ottanta, nata e inizialmente vissuta a Marittima, nel rione Campurra , proprio di fronte al monumento ai caduti e alla bottega artigiana di Mesciu Biasi (maestro Biagio).

Concettina, madre rimasta vedova e di mestiere fornaia e un fratello leggermente grande, si è sempre distinta per la bassa statura, il fisico un po’ robusto e, specialmente, per il colore scurissimo della carnagione.

A un certo punto, intorno a vent’anni d’età, mentre aveva per zitu un giovanotto di Andrano, restò gravida. Dopo il primo impatto di stupore, sconcerto e sconforto dei familiari, in linea del resto con la mentalità dell’epoca, passò la gravidanza insieme con la mamma e il fratello e lì, in casa, arrivò anche il momento del parto, evento da svolgersi, secondo la rigorosa ed esclusiva tradizione di allora, nel letto grande.

Rammenta, chi scrive, ragazzino spesso presente, la sera, con gli amici in zona Campurra, i lamenti, quando non vere e proprie urla, di Concettina, alle prese con le doglie del parto, al che la saggia e brava genitrice reagiva, replicava con modi più o meno convincenti: “Meh, figlia mia, cerca di darti pace, non l’hai voluto tu, non t’è piaciuto fare ciò che hai fatto, ora abbi un po’ pazienza!”

Tutto, per fortuna, procedette benissimo, felicemente, dopo un po’ Concettina andò sposa e si trasferì, appunto, ad Andrano.

Ogni volta che la intravedo sull’uscio o nel cortile della casa nuziale, mi tocca riconoscere che, nella suggestione del ragazzo di ieri, la donna non ha mai cessato di essere un tassello dell’infanzia e della prima giovinezza, trascorse nella comune Marittima.

***

Non molto distante da Andrano, sorge Tricase, un luogo, una cittadina, che per una particolare circostanza, m’induce a compiere un notevole passo a ritroso nel tempo.

Erano tricasini, Vito Alfarano e Toto Baglivo, compagni alle Superiori, a Maglie, sempre insieme, parevano una specie di Santi Medici de Capo di Leuca, uno altissimo, l’altro tarchiato, compivano uniti anche il tragitto Tricase - Maglie con i treni delle Sud Est; fumatori come si può essere da giovani squattrinati, s’arrangiavano in senso buono, non avevano soverchia voglia di studiare. Mitico il particolare che Vito Alfarano serbasse nel portamonete, quasi permanentemente vuoto, un foglietto a righe con la minuta del tema “La mia mamma “ assegnatogli e svolto all’Elementari, tema che, per aiutarsi, non mancava neppure una volta di copiare nei componimenti, su qualsivoglia argomento, chiamato ad espletare prima alle Medie e poi alle Superiori, fra le immancabili risate dei professori di lettere che s’accorgevano puntualmente dell’indebito copia e incolla e di noi compagni.

Quanto a Totò Baglivo, che eravamo soliti sfottere per celia ogni qual volta era rimandato a settembre, insinuando che, per pagarsi le ripetizioni private, era costretto sistematicamente a vendersi una mucca, egli acquistava grossi quaderni, in modo da potersene servire per un certo arco di tempo, ma succedeva sempre che l’amico Vito se ne appropriasse a colpi di pagine, per evitare di comprarne a sua volta e di tasca sua, sicché i grossi quaderni di Baglivo divenivano dopo un po’ sottili e miseri, con le conseguenti  imprecazioni del legittimo proprietario danneggiato.

Tuttavia, guai a parlare male dell’uno o dell’altro, si trattava di una coppia ultra affiatata, meglio di due fratelli, Alfarano e Baglivo. Temporaneamente, anch’io mi determinai a fare il pendolare sui treni delle SudEst e, alla notizia della decisione in tal senso, i predetti non esitarono a diffidarmi dall’acquistare il relativo abbonamento, come sarebbe stato logico e doveroso fare, dicendo che avrei viaggiato sotto la loro tutela e protezione, giacché vantavano conoscenza e amicizia con tutti i controllori delle Sud est. Non senza aggiungere, di fronte alle mie eccezioni e resistenze, che mi sarei dovuto far dare regolarmente dai miei genitori il corrispettivo per l’acquisto dell’abbonamento, che, però, avrei destinato “al fumo”, cioè all’acquisto di sigarette per me e per loro due.

Così accadde, praticamente, da aprile a tutto giugno, viaggiai sempre imboscato e privo di documento, con gli amici che, da lontano, facevano segno e davano voce al controllore che stava per arrivare: “Guarda che “quello” viaggia con noi!”.

Terminata la scuola e conseguito il diploma, Totò Baglivo riuscì ad occupare il posto di ragioniere al Comune di Tricase, una volta andai a trovarlo e prendemmo il caffè insieme, fu la sola e unica occasione di un contatto, giacché, il poveretto, fu, ancora quarantenne, vittima di un’incredibile disgrazia: recandosi in auto da Tricase al Porto di Tricase, si fermo nelle vicinanze di un incidente che s’era verificato un attimo prima su quella strada e, mentre era lì in piedi, finì tragicamente falciato da un’auto sopraggiunta a forte velocità.

La notizia dell’episodio, appresa a distanza di tempo, mi colpì molto, ma l’unico gesto che riuscii dopo a compiere fu di chiamare al telefono l’abitazione dell’antico amico, parlando con il figlio, universitario alla “Bocconi” di Milano. Invece, di Vito Alfarano, non ho mai saputo alcunché, salvo che fosse entrato a lavorare alle Poste, con impiego in una regione lontana, in Alta Italia, ma a parte ciò, non l’ho più visto né sentito.

°°°

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In questo pomeriggio, Castro (Lecce) è davvero un paradiso, mare azzurrissimo, accarezzato da un vento non eccessivo proveniente da tramontana, il sole è tiepido e si prova un assoluto, eccezionale piacere a sorbire il caffè e sostare brevemente ad un tavolino dello Speran Bar.

Il prossimo maggio, inizieranno i lavori di ricostruzione della piazzetta dopo oltre quattro anni dal disastroso crollo, che, per pura fortuna, non provocò vittime, creando, però, uno squarcio nel cuore, nel vero e proprio cuore della località.

Finalmente, una ferita, una brutta ferita si rimarginerà: l’augurio è che la Piazzetta ritorni, se non proprio autentica come un tempo, bella al pari di prima, e ciò per la gioia e il godimento delle centinaia di migliaia, se non milioni di persone di tutta l‘Italia e dell’estero, innamorate della Perla del Salento.

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