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Trifone Gargano e l'intrigo di un giallo dantesco siciliano

Anche Affaritaliani.it - Puglia ha deciso di celebrare i 700anni dalla morte di Dante Alighieri, dedicando ogni week-end questo spazio per la pubblicazione di lavori ad opera di dantisti pugliesi o di autori, i cui articoli sono ispirati all’influenza del Somma Poeta sulla realtà pugliese in particolare o quella italiana in generale.

Trifone Gargano3

Dopo l'esordio in accoppiata con Mina, i riflettori accesi su Netflix con la fiction di successo con Sabrina, e le incursioni ne "La casa di Jack" di Lars von Trier, l'incontro con Harry Potter nella saga di Joaanne K. Rowling; l'avventura tra i twitter fulminanti delle terzine di dantesca memoria, l'esplorazione dell'influenza del Sommo Poeta nella prosa contemporanea, l'incursione dantesca nel mondo del giallo prosegue e Trifone Gargano (Pugliese, Docente Didattica Lingua Italiane e Informatica per la Letteratura, nonché dantista e divulgatore letterario) traghetta Dante Alighieri in Sicilia e lo conduce a Pizzuta (Pa) - alle pendici dell'omonimo Monte -  negli intrighi narrati e architettati da Nno Motta. (ag)

Pizzuta cop 01

di Trifone Gargano

Rosa Lentini ha quasi cinquant’anni (ma ne dimostra molti di meno, con il suo fisico asciutto e ancora seducente), è filologa, con specializzazione su Francesco Petrarca (nota, negli ambienti accademici per aver curato l’edizione critica delle carte petrarchesche del così detto Codice degli Abbozzi). Rosa ha un’ossessione, che la perseguita da anni: far luce su un fatto di sangue avvenuto nel lontano 1956, nella sua Pizzuta, ben più di cinquant’anni prima, dunque, rispetto al presente narrativo, e sul quale era sceso un inspiegabile silenzio, che durava ancora, nonostante i decenni trascorsi. Rosa Lentini ricorda la sfuriata di suo padre, con urla, divieti e fogli di giornale buttati per aria, dinanzi alla sua semplice richiesta di notizie su quella morte, sulla "ammazzatina" di Nunzia Bellofiore, la giovane e bellissima parrucchiera di Pizzuta.

Forse, adesso, si dice Rosa, è giunto il momento per scoprire qualcosa in più, su quell’oscuro e triste caso. Lasciando l’Università, per una aspettativa, e per le consuete ferie estive, Rosa torna a Pizzuta, e quindi può dedicarvisi. Aiutata dall’anziana, ma ancora vispissima, madre, donna Evelina, vedova Lentini, Rosa sta per trasformarsi da filologa in poliziotta, meglio, in filologa poliziotta:

Per un attimo riuscì a ironizzare su di sé: la filologa poliziotta o la poliziotta filologa [p. 81]

Che esistesse uno stretto confine tra i due ambiti professionali, quello del detective, e quello del filologo, Rosa ne era sempre stata convinta:

In fondo, disse tra sé, che cos’è un filologo se non un detective, un investigatore a tavolino: non di intrighi giudiziari ma di intrighi storico-letterari, la differenza è minima: casi caldi, tiepidi, freddi, cold case, come in certi telefilm di cui andava pazza. Sempre imbrogli sono, pensò Rosa, da una parte ci sono i testi, dall’altra le scelleratezze umane, le disgrazie, i delitti [p. 33]

Tutti contenti

Quell’estate, se ne sarebbe maggiormente persuasa, di giorno in giorno, di minuto in minuto, addentrandosi in quell’indagine sul caso di Nunzia Bellofiore, con ostinazione, e con acribia, come avrebbe precisato lei stessa, ricorrendo proprio al vocabolo tecnico, professionale, da filologa: acribia, in una ininterrotta riflessione sulle parole, sulle etimologie, che attraversa le pagine di questo singolare e bel romanzo, come se si trattasse della filigrana semantica di tutta la storia, facendola transitare dalla «filologia del testo», alla "filologia della vita":

Non stava riflettendo, aveva semplicemente percepito, in un battito di ciglia, che la sua vita sarebbe davvero cambiata e una volta tanto si era sentita attraversare dal fulmine della libertà e dall’ansia di immergersi come un palombaro nel caso di Nunziatina Bellofiore: filologia di famiglia [pp. 11-2].

La parrucchiera di Pizzuta è un romanzo firmato da Nino Motta, e uscito per Bompiani nel 2017, con il sottotitolo «Un giallo siciliano». In realtà, però, l’autore (vero) del libro è il giornalista e scrittore Paolo Di Stefano, che, in un raffinato gioco di specchi, tra vita e morte, tra realtà e finzione, ha deciso di firmarsi con il nome del protagonista di un altro suo libro, Nino Motta, appunto, il tipografo del romanzo Tutti contenti, il quale, anche lui, abbandona Milano, per tornare a Messina, e per svolgervi un’indagine sulla sua infanzia, trascorsa in collegio.

Anche ne La parrucchiera di Pizzuta, Rosa Lentini, la filologa detective, più volte, a commento di ciò che va scoprendo, sui misteriosi fatti accaduti nel lontanissimo novembre del 1956, riflette sull’idea che, per vivere, talvolta, occorra morire:

Alla fine ho capito che il modo migliore per morire era continuare a vivere o forse il modo migliore per vivere era morire [p. 211].

Una lettera autografa di Nunzia Bellofiore, pubblicata in chiusura di romanzo, svolge la funzione narrativa di riaprire il mistero: essa, infatti, è datata 16 febbraio 1978, e colpisce il lettore proprio per il suo dettaglio cronologico, piuttosto paradossale. Il lettore, infatti, sa che Nunzia è stata brutalmente ammazzata il 7 novembre 1956. Quindi: come ha potuto scriverla, nel 1978, a distanza di più di vent’anni dalla sua morte? Si tratta di una lettera indirizzata a un’amica (e confidente) di sempre, che viene donata a Rosa Lentini, una volta rientrata a Milano, proprio da quest’amica di Nunzia.

Quando Rosa leggerà la lettera, verrà presa da una tale eccitazione, paragonabile solo all’emozione provata allorquando, da filologa, aveva maneggiato gli autografi di Francesco Petrarca.

[Codice degli Abbozzi, di Petrarca – Vat. Lat. 3196]

La lettera di Nunzia, tra le altre cose, contiene riflessioni morali, che, collocate in chiusura di romanzo, assumono il valore di un "sugo" di tutta la storia:

Avrei potuto avere una terza vita, con un uomo che mi vuole bene [...]: ti posso solo dire che oltre alle grandi soddisfazioni di lavoro che mi sono guadagnata con la fatica e la passione, ho avuto mille piccole gioie tutti i giorni, cose che quasi non si vedono tanto sono piccole: una cena, una gita, un viaggio, un incontro, un regalo, un bacio innocente, una parola.

Ti mando i miei più affettuosi saluti, e ricordati che la vita è questa, bisogna prendersi le gioie grandi ma specialmente le piccole perché quelle grandi non fanno mai, nel totale, l’insieme delle piccole [p.  212]. 

Dante

Parole, dunque, che hanno il valore di un bilancio (sia pur temporaneo) di vita, quella di Nunzia Bellofiore, parrucchiera di Pizzuta, per davvero sorprendente.

Quell’anno, Rosa aveva deciso di lasciare l’Università, e di trascorrere le vacanze a Pizzuta. La sua carriera universitari, di filologa italianista, era a un punto morto, bloccata da concorsi discutibili, nei quali, cioè, la ricercatrice non riponeva più alcuna speranza, per una progressione di carriera, nonostante i suoi oggettivi meriti scientifici. Ecco perché, Rosa, da tempo, stava decidendo di prendere un lungo periodo di congedo, una aspettativa. Complice l’estate incipiente, e il suo rientro a Pizzuta, allontanarsi per qualche mese dal mondo accademico, per dedicarsi a quel suo rovello di gioventù, le avrebbe fatto bene. L’avrebbe aiutata a riflettere sulla sua vita. Roda Lentini, dunque, aveva deciso di dare un taglio (quasi) netto con il mondo ipocrita dell’accademia («quel mondo di cerimonie, di ipocrisie e di tranelli», p. 11):

[...] dopo l’ultimo concorso fallito, il terzo, per i soliti maneggi baronali. Gran furberie, traffici loschi, scambi di favori, ignobili risarcimenti, posti predeterminati, vincitori annunciati, esami a porte chiuse o a porte aperte a seconda dei candidati [...].

Così, aveva deciso a cuor leggero di sospendere per un po’: un anno, forse due, poi si vedrà [...]. Addio, o almeno arrivederci, studenti carini e presuntuosi, ipocrisia dei colleghi e delle simpatiche giovani colleghe stronze e sempre affannate, tacchi alti e rossetto, in carriera anche al cesso [...]; addio macchinazioni del menga degli emeriti strateghi baronali del menga; addio buongiorno e buonasera buttati là, nei corridoi del dipartimento, con la cordialità di un vaffa [p. 7].

Di Stefano 01

Il romanzo di Nino Motta (alias Paolo Di Stefano), in realtà, non è un "giallo siciliano", come recita il sottotitolo in copertina. Per lo meno, a mio giudizio, non è solo un giallo siciliano; esso è anche un giallo siciliano, ma non è solo un giallo siciliano. È molto altro. A cominciare dalla presenza della filologia, l’ecdotica, che, evidentemente, nel libro, non è solo la scienza nella quale Rosa Lentini eccelle, avendo dato prova delle sue qualità scientifiche, curando, tra le altre cose, l’edizione critica del Codice degli Abbozzi di Francesco Petrarca (il Vaticano latino 3196). No. La filologia, in questo romanzo, avendone larga parte, è metafora, è abito mentale, è visione di vita. Come ho già scritto, la filologia, qui, è la filigrana semantica che attraversa l’intera storia, di pagina in pagina, e che dà senso alle cose, agli accadimenti, piccoli e grandi, tragici o lieti, che siano.

Il romanzo di Nino Motta è anche una storia dantesca. Sì, dantesca. È Dante, infatti, non Petrarca, il classico che fa capolino nelle pagine (e nella storia) di questo libro, grazie alla diretta voce di Rosa. È Dante, infatti, il Classico che l’aiuta a orientarsi, e a comprendere le vicende. Dante, non Petrarca, del quale Rosa è tra i massimi interpreti, in sede scientifica. Ma i riferimenti a Petrarca, all’interno del romanzo, sono quasi sempre freddi, oltre che sgradevoli, perché Rosa li associa alle ingiustizie accademiche, che ha dovuto ingoiare, e che, adesso, non è più disposta a fare, fino a desiderare di abbandonare del tutto quel mondo infido, cerimonioso e ipocrita. Dante, invece, no.

Petrarca

Ogniqualvolta, infatti, che Rosa ne faccia riferimento, o che ne citi qualche verso, Dante e la Divina Commedia illuminano la storia, riescono a dare senso alle vicende. Dante (non Petrarca) accompagna Rosa nel suo percorso (autentico) di vita, e di ricerca. Proprio su Petrarca, infatti, Rosa fa pronunciare all’anziana madre un commento irriverente, in margine al dettaglio che il poeta aretino avesse impiegato ben quarant’anni per scrivere una ventina di carte, quelle appunto del così detto Codice degli Abbozzi, in una conversazione alla buona, al ristorante, tra donne, fino a definirlo «minchione»:

"Quarant’anni per venti fogli, ma che razza di testa aveva ‘sto Petrarca, o era un fissato o era un minchione. A me non m’è piaciuto “Chiare fresche e dolci ...”"

"Fai conto che a noi ne son rimaste venti, ma può anche essere che altre pagine siano andate perdute. Doveva essere una specie di minuta, diciamo così, per semplificare, dove buttava giù le poesie per Laura ..."

"Quella povera disgraziata ..." sua madre commentava tra sé, forse senza ascoltare [p. 27]

Dante

Non così per Dante. Rosa, infatti, come comincia ad addentrarsi nel labirinto dei ricordi intermittenti, se non reticenti, degli anziani compaesani, su quel fatto di sangue del novembre del 1956, tra ritagli di giornali, carte d’archivio, e testimonianze ricavate in giro, ella ha la piena consapevolezza di trovarsi in una intricatissima «selva oscura», definendo sua madre «Virgilia»:

[...] da cui non le sarebbe stato facile uscire. Sua madre che si era seduta sul divano alla sua sinistra con le parole crociate e una penna bic tra le dita [...], già abbastanza compiaciuta del proprio contributo [...]. Anche lei era entrata nella stessa selva oscura, con Rosa, anzi davanti a Rosa, una specie di Virgilia... [p. 47]

Dante torna nei pensieri di Rosa subito dopo, nello sviluppo dell’indagine, all’interno di una riflessione sul concetto dantesco di «ineffabilità», di «indicibilità». Pizzuta come paese incapace di liberarsi del passato, ma anche incapace di accettare il presente:

Non dicibile. Un paese che non si poteva dire, definire, qualificare ... [p. 53]

Corti Dante Cavalcanti

Dante le tornerà in sogno, allorquando, cioè, Rosa, in dormiveglia, lo ascolterà recitare il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, ma si tratta di un Dante con un piercing inanellato «nelle narici e nel labbro inferiore» [p. 74]. In coppia con Cavalcanti, Dante riemergerà in un momento particolare per lo sviluppo delle indagini di Rosa, e precisamente nella pagina in cui la filologa poliziotta percepisce di essere sulla strada giusta:

Queste erano le certezze incontrovertibili: i documenti scritti e orali. Rosa si sentì vibrare di pura ebbrezza da ricerca, avventura di conoscenza: felicità mentale. Si ricordò del saggio di una grande studiosa su Cavalcanti, Dante e l’aristotelismo radicale che aveva letto con ammirazione in anni lontani [p. 122]

Il riferimento è a Maria Corti (1915-2002), filologa, scrittrice e accademica italiana, autrice del saggio intitolato, appunto, La felicità mentale, pubblicato da Einaudi nel 1983, che, come recita il sottotitolo, tracciava nuove prospettive di studio, per Cavalcanti e per Dante, nuovi (e inediti) indirizzi di ricerca.

Un concitato confronto dialogico tra Rosa e don Ciccio Drago, maresciallo dei carabinieri in pensione, già comandante di caserma a Pizzuta, con leggera balbuzie, e amico fraterno della buonanima di suo padre, il prof Lentini, coinvolto nelle indagini, dà lo spunto per una ulteriore riflessione dantesca sul così detto «effetto gregge». Tutti a Pizzuta ricordano la morte della povera Nunziatina Bellofiore, ma ricordano solo per "sentito dire". Chiacchiere che diventano realtà:

"La morte di Nunziatina è diventata convinzione diffusa"

"Effetto g-gregge"

"Potrei citare Dante, ma lasciamo stare"

"Dante? Che c’entra D-Dante?"

"Se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l’altre l’andrebbero dietro. Che ne dice?"

"B-bello, anzi b-bru-b-brutto" [p. 158]

Uomini non pecore

La citazione dantesca è tratta dal Convivio, trattato I, capitolo II, passo 5, sulla mutevolezza umana, e, quindi, sul rischio di omologazione, nei comportamenti, che, però, è comportamento tipico del gregge, delle pecore, non degli uomini. L’invito di Dante, nel passo citato del Convivio, è quello di esercitare sempre il proprio intelletto, e di non omologarsi mai, di prendere, cioè, sempre una posizione, di non restare indifferenti. Questo invito, che è un atteggiamento morale e intellettuale, che l’uomo dovrebbe avere, viene ribadito da Dante solennemente in più passi della Divina Commedia, a cominciare dalla severa collocazione degli ignavi nell’Antinferno (o Vestibolo), canto III, peccatori non degni nemmeno di entrare nell’Inferno, per questa loro tendenza, in vita, a non aver mai avuto il coraggio di assumere una decisione responsabile. L’immagine della pecora, che si omologa, del tutto analoga a quella citata dal Convivio, è anche in Paradiso, V, 80:

uomini siate, e non pecore matte 

Nostro DanteDì

La citazione dal Convivio, sui comportamenti da pecora, Rosa Lentini la ripete a sé stessa anche verso la fine del romanzo, allorquando cioè i contorni ingarbugliati della matassa Bellofiore le sono oramai ben chiari, sentenziando che, in definitiva, il suo paese, la sua Pizzuta, sia più che un

paese di pecorai e ricotta, un paese di pecore [p. 181]

Com’è noto, è stato proprio il giornalista e scrittore Paolo Di Stefano a lanciare, per primo, l’idea di istituire il «Dante dì», che, a partire dal 2020, si festeggia il 25 marzo:

Per questo 2021, si annunciano particolari manifestazioni, in tutto il mondo, non solo in Italia, per la coincidenza con i 700 anni che ci dividono dalla morte di Dante Alighieri, avvenuta, la notte tra il 13 e il 14 settembre 1321, a Ravenna.

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