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Roma
Cannabis, in Italia un tesoro da 1,5 miliardi. Lo sviluppo frenato dalle leggi

di Andrea Catarci *

Pochi giorni fa la Commissione Narcotici dell'ONU riunita a Vienna ha riconosciuto ufficialmente che la cannabis è una pianta dalle straordinarie proprietà terapeutiche e curative, declassandola dopo quasi 60 anni dalla tabella delle sostanze più pericolose.

Non è dunque un qualcosa di malefico, come sostiene la peggiore propaganda bigotta e proibizionista, né tantomeno può essere accomunata all’eroina e alle droghe sintetiche. L'Italia ha preso parte alla seduta e ha votato favorevolmente. C’è da auspicare che, coerentemente a tale posizione, seguano provvedimenti concreti e si imbocchi con decisione la strada di garantire il diritto a cure e continuità terapeutica per i pazienti, di aumentare la produzione interna, di rivedere i meccanismi autorizzativi per le coltivazioni.

C’è un quadro normativo confuso che impedisce uno sviluppo adeguato del settore

Con la legge 242/2016, entrata in vigore nel 2017, si è tornati a riconoscere e a regolamentare la possibilità di coltivare la canapa industriale, macro-categoria dove rientra anche la cannabis light, limitatamente alle varietà con basso contenuto di THC, componente psicotropa per eccellenza. Malgrado la legalizzazione che è stata recentemente scelta anche da alcuni stati Usa e dall’Uruguay non sia stata presa in considerazione – e neanche legalizzazioni parziali come quella olandese, spagnola o portoghese -, tale provvedimento ha comunque dato impulso a un nuovo stile di produzione e consumo della cannabis light nel nostro Paese, che ha cercato di valorizzare soprattutto l’uso terapeutico. La confusione è rimasta tanta, la legge 242 ha zone d'ombra che generano interpretazioni contraddittorie, per cui in questi ultimi anni la risoluzione delle controversie è stata demandata alle sentenze dei singoli giudici, spesso non in linea tra loro.

A causa dell'impianto normativo traballante, l’intera filiera della canapa, che conta circa 15.000 lavoratori oltre a migliaia di operatori e pazienti utilizzatori, è stata sottoposta costantemente ad attacchi tanto duri quanto pretestuosi sul fronte giudiziario, politico e amministrativo. Ultimo in ordine di tempo il decreto ministeriale del 16 ottobre 2020 che, considerando il Cbd (cannabidiolo) come un farmaco stupefacente, intendeva vietarne la vendita degli estratti e gli oli di Cbd sono tra i prodotti più venduti. Dopo la protesta di imprenditori e operatori il governo, anche a seguito di alcune interrogazioni parlamentari, ha fatto marcia indietro.

C’è un tessuto imprenditoriale e associativo vitale e in crescita

Eppure, malgrado la mancanza di una legge chiara e il rischio concreto di cause civili e penali, migliaia di persone soprattutto giovani hanno aperto aziende nel settore e hanno immesso in commercio prodotti di qualità, garantendo la tracciabilità del seme e del terreno, dei processi di trasformazione ed estrazione, fino al prodotto finito. 

A Roma nel 2018 è stata costituita la prima associazione di categoria, per tutelare produttori, distributori e piccoli negozi “cannabis light”, in rappresentanza di oltre 2.000 punti vendita con un fatturato di oltre 6,5 milioni. Sul terreno specifico dell’uso terapeutico si sono consolidate realtà come Canapa Caffè, un’associazione di pazienti che hanno deciso di rivendicare il proprio diritto alla cura, creando nel quartiere di San Lorenzo uno spazio d’informazione sugli usi medici e legali della pianta e aprendo al pubblico una Therapy Room per pazienti con regolare prescrizione medica di cannabis. Da anni è particolarmente attiva l’Associazione “Luca Coscioni”, con iniziative sociali e culturali a tutti i livelli, dal monitoraggio delle oscillazioni politiche e legislative nazionali alla dimensione internazionale.

Nasce “Principi attivi” e presto diventerà una Onlus

Sempre dal 2018 un gruppo di giovani del quadrante sud di Roma si è attivato per svolgere attività informative e di facilitazione all’accesso alle cure tramite cannabis, nel tentativo di tappare il buco lasciato aperto dalle istituzioni. Il progetto si è concretizzato in un punto d'accesso fisico sul territorio all'interno di un negozio di prodotti di canapa nel quartiere Montagnola, Municipio Roma VIII, con l’obiettivo di contrastare una quotidianità in cui molti pazienti, essenzialmente per scarsa conoscenza, finiscono per utilizzare terapie meno efficaci e con più effetti collaterali, come quelle con farmaci di derivazione oppioide. Forniscono orientamento a 360° ai pazienti, sul meccanismo delle prescrizioni, sulla vendita legale nelle farmacie e in generale sugli aspetti teorici e pratici della questione. Organizzano giornate su appuntamento in cui mettono in contatto le persone interessate con un medico specializzato che, al termine di accurata visita, nel caso lo ritenga opportuno avvia le procedure. Dal prossimo anno diventeranno una Onlus che si chiamerà "Principi Attivi", nome con cui si intende evocare sia la dimensione idealistica propria dell'antiproibizionismo che il rigore medico-scientifico della ricerca in materia.

Ci sono importanti prospettive economiche e occupazionali nello sviluppo del settore

Secondo la Coldiretti, la filiera della cannabis terapeutica nei prossimi anni potrebbe garantire agli italiani un reddito di 1,5 miliardi e almeno 10.000 posti di lavoro, dalla coltivazione dei campi alla produzione dei flaconi. Un primo luogo idoneo a sviluppare le attività ci sarebbe già: le serre abbandonate a causa della crisi nel settore dell'orto-floricoltura, da cui si potrebbero ottenere un migliaio di ettari da adibire a coltura protetta, in idonei ambienti al chiuso. A partire dalla consapevolezza che molte aziende del settore non riusciranno a ripartire dopo la pandemia, ripensare l'agricoltura in crisi sotto il segno della cannabis è una possibilità concreta da sviluppare con serietà e da non rifiutare per pregiudizio. In generale, l’obiettivo di superare la dipendenza dall’estero e costruire una filiera tutta italiana ha bisogno di essere articolato in strategie vere e proprie.

Ci sono infine i carceri da svuotare

Anche il sistema carcerario, infine, sta subendo le conseguenze della seconda ondata della pandemia di Covid-19: il numero dei detenuti contagiati è intorno alle 1.000 unità e gli operatori positivi sono in numero simile, con ritmi di crescita che destano preoccupazione. Nonostante questa situazione, ci sono circa 7.000 detenuti in più rispetto ai posti letto disponibili e per accogliere i contagiati alcune sezioni sono state svuotate e in altre l’ammassamento è aumentato, peggiorando ulteriormente la situazione anche in termini di rischi. Negli auspicabili provvedimenti urgenti di amnistia e scarcerazioni anticipate possono e debbono rientrare migliaia di persone accusate di piccoli reati e abusi, recluse per quel capolavoro di miopia repressiva che è la legge Fini-Giovanardi, una delle emergenze normative da rimettere al centro della discussione democratica e da superare.

* Andrea Catarci, coordinatore del Comitato scientifico di Liberare Roma

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