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Roma
Coronavirus, ansia e depressione: menti stravolte da virologi e smart working

Il Coronavirus ha stravolto le menti degli italiani: ansia e depressione stanno mangiando la psiche delle persone, sempre più rinchiuse dentro casa tra smart working e didattica a distanza. Ma ad aggravare ulteriormente una situazione già instabile ci pensano i virologi, veri e proprio generatori di confusione tra la popolazione.

Ad analizzare le menti degli italiani è la dottoressa Anna Maria Giannini, docente di Psicologia Generale dell'università La Sapienza di Roma e coordinatrice del gruppo di Psicologia dell'Emergenza dell'Ordine degli Psicologi del Lazio.

Dottoressa Giannini, quali sono le patologie più riscontrate dagli psicologi durante questa emergenza Covid?

“Bisogna fare una distinzione per fasce di età, che danno luogo anche a modalità e risorse diverse per poter affrontare le patologie. Quelle che si riscontrano principalmente sono patologie legate a disturbi d'ansia ed a disturbi depressivi. Però va anche ricordato che ci sono riscontarti diversi disturbi psicosomatici, perché forme d'ansia e stress hanno portato a problemi dermatologici e gastrointestinali”.

anna maria giannini
 

Quale è la fascia di età più colpita?

“Studi dicono che le fasce di età più colpite siano quelle degli anziani, per via della loro maggiore fragilità e solitudine, e quella degli adolescenti, che per loro caratteristica vivono ogni forma di restrizione come un grave problema. I giovani si sono visti limitare la possibilità di avere interazioni, come i contatti con gli amici o le prime esperienze sessuali. Alcuni di conseguenza di chiudono in se stessi, sotto forma di depressione, altre invece si sfogano trasgredendo le regole, come successo sabato scorso con la rissa al Pincio, ma per fortuna questi sono una minoranza”.

Una persona che ha contratto il Covid può avere un down psicologico. Come ne esce?

“Se è un sintomatico non ricoverato in ospedale ed ha buone risorse psicologiche, non ne esce in maniera complessa. L'affronta meglio se è sostenuto da amici e parenti, che lo aiuteranno a distrarsi ed a passare questa fase. Chi invece ha avuto un ricovero o addirittura è stato in terapia intensiva avrà ovviamente più difficoltà. Essendo stati esposti ad immagini forti negli ospedali potranno avere reazioni depressive, ansia e continueranno a vedere nella loro testa le immagini di pazienti intubati o anziani sofferenti. Lì l'impatto è pesante e può volerci l'intervento di uno specialista”.

Come si passa da una persona semplicemente “sofferente” ad una paziente con una patologia?

“La tensione ansiosa a volte è una patologia temporanea che la persona pone in essere per affrontare situazioni che le creano difficoltà. Il tutto poi si attenua e la persona riesce a tornare alle sue normali modalità per affrontare situazioni. Se ciò non avviene di è davanti ad una patologia. La patologia è una questione più pesante, ha sintomi persistenti che creano difficoltà perenni alla persona nel vivere la giornata. In questi casi è meglio affidarsi ad un sanitario, un esperto, uno psicologo o un medico”.

Si dice che lo smart working rilassa. È vero?

“No, dipende dai tempi e dalle persone. Ci sonno persone che vedono lo stare a case come una cosa positiva perché non devono uscire, non devono combattere con il traffico, sono più tranquille, possono lavorare in abiti comodi, con una tazza di caffè vicino e soprattutto non sono esposti al virus. Poi ci sono altri che invece lo vivono come limitazione importantissima, ne risentono sia per il fatto di non vedere persone , sia per il fatto di stare tutto il giorno appiccicato alla famiglia. Questo può diventare un problema anche nei quadri familiari più felici. Noi funzioniamo molto su meccanismi che fanno sì di affrontare la monotonia, fare sempre le stesse cose è pesante per la vita di una persona. Succederebbe stessa cosa se ci impedissero di stare sempre a casa. Non abbiamo più una vita 'normale'ì da quasi un anno, quindi le persone iniziano ad entrare in situazioni più serie. Ok le mobilitazioni, come è successo ad inizio pandemia con i balconi, gli applausi e le canzoni, ora però entrano in gioco frustrazione e rabbia”.

Sarà un trauma tornare in ufficio per i milioni di italiani che hanno iniziato a lavorare da casa da marzo?

“Per fortuna noi siamo, in senso darwiniano, quell'esemplare della specie con grande forza di adattamento, siamo abituati a vivere in situazioni terribili. Sicuramente riusciremo a tornare facilmente alla normalità”.

Sapere di non poter uscire dopo le 22 a causa del coprifuoco cosa può comportare alla nostra psiche?

“Beh questa è una limitazione forte, soprattutto per le fasce di età giovanile. Non avere la possibilità di aggregarsi in bar e ristornanti dopo le 18 è una limitazione sociale pesante ma necessaria. Si cercano forme di compensazione, come gli aperitivi virtuali, ma comune l'individuo non esce dall'idea della limitazione. Anche il termine coprifuoco è molto forte, riporta ai tempi di guerra, e per questo il fatto che non si possa uscire dopo una certa ora diventa molto difficile da sopportare”.

Passando invece ai giovani studenti, quanto li sta cambiando la didattica a distanza?

“Gli studenti, proprio perché appartengono a fasce di età giovanili, sono quelli che hanno le maggiori forme di adattamento. Inizialmente hanno trovato la didattica a distanza divertente, poi subito dopo hanno riscontrato difficoltà. Gli sono mancati tutti gli aspetti della scuola come lo andare in palestra, la ricreazione e gli stessi insegnanti e professori. Le interazioni scolastiche sono momenti di formazione fondamentali che ora mancano. Questa è forse la limitazione più importante che abbiamo riscontrato. Per fortuna che i giovani hanno forme di buone e sono orientati ad una speranza che li porta a pensare che la situazione si sistemerà a breve”.

Non avere più la scuola come punto di riferimento è una perdita importante?

“Sì, è una perdita importante perché accentua le differenze sociali e crea gravissimi casi di esclusione. La didattica a distanza obbligatoria ha tagliato fuori quelle fasce sociali che non hanno una buona collegamento internet da poter permettere ai ragazzi di seguire la scuola in questo periodo nel migliori dei modi. A lungo andare potrebbe diventare un problema enorme”.

Capitolo comunicazione. Sentire spesso in tv opinioni diverse dai virologici può creare instabilità nelle persone?

“Certo, la comunicazione può deviare le persone, soprattutto i più giovani.un virologo dice una cosa, un altro ne dice un'altra. Confusione genera panico. In emergenza la comunicazione deve essere chiara ed univoca, qui sta accadendo il contrario. Prima avevamo i crime show con i criminologi, ora i talk show con i virologi. Sentire continuamente opinioni differenti non ci aiuta psicologicamente. Se gli stessi esperti non sono sulla stessa linea e se uno si contraddice a distanza di pochi giorni, fanno solo in modo di creare ulteriore confusione e non è una cosa buona”.

Natale e Capodanno sono alle porte. Passare le feste da soli o con i soli conviventi sarà veramente traumatico o è solo una scusa per tentare di ottenere un “liberi tutti”?

“Non è traumatico passare le feste da soli o con poche persone, è un episodio che tutti ci auguriamo che succederà per un solo Natale e Capodanno nella vita. Per questo l'impostazione psicologica non è catastrofica. Una festa passata a casa da soli non può creare un crollo psicologico difronte a milioni di morti ed a terapie intensive in sovraccarico. Si sopravviverà lo stesso. Ora c'è questa tendenza a pensare che tutto generi un trauma, ma non è così. Serve maturità e senso di responsabilità, bisogna non trasgredire le regole sennò arriverà una terza ondata che non potremmo sopportare. È una situazione di sacrificio, non traumatica”.

Cosa dovrebbe fare il Governo in più per salvaguardare la salute psicologica degli italiani?

“Il Governo deve, a mio avviso, investire molto di più nella salute pubblica, a vari livelli, ma soprattutto sulla psicologia perché pare che la sanità mentale non sia in agenda. È importante che gli psicologi siano collegati alle scuole perché la ripresa non sarà facile, così come agli ospedali. Poi il Sistema Sanitario Nazionale dovrebbe sostenere di più le cure psicologiche, c'è bisogno di prevenzione degli aspetti della salute mentale. Nel Recovery Plan uno si aspettava di vedere la sanità al primo posto per investimenti ed invece è ultima. Non è buono. Servono investimenti costanti perché sennò alla lunga ci ritroveremo di nuovo in emergenza”.

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