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Roma
Coronavirus: “Paghi la mafia il prezzo della crisi economica”. Tesoro da 32mld

Coronavirus, il prezzo della crisi pagato con i beni sequestrati alla mafia: la soluzione per rilanciare l'economia italiana è sfruttare il “tesoretto” da 32 miliardi di euro rappresentato dai beni sottratti alla criminalità organizzata, in pratica una legge Finanziaria 2.0.

 

La proposta arriva dall'Osservatorio permanente sulla sicurezza dell'Eurispes che, rifacendosi ad una proposta lanciata tempo fa dallo stesso Presidente, Gian Maria Fara, propone la creazione di una vera e propria holding per gestire questo patrimonio, organizzata in stretta collaborazione con Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati e con la vigilanza del Sistema giudiziario antimafia.

Il valore complessivo dei beni sequestrati e confiscati alle mafie ammonta a 32 miliardi di euro, al 31 dicembre 2019, dei quali 20 miliardi è l’entità dei sequestri e delle confische effettuati nel quinquennio 2015-2019. L’importo rappresenta l’1,8% del Prodotto interno lordo prima della crisi indotta dalla pandemia. I beni mobili ammontano ad un valore di 4 miliardi 336mila euro, dei quali 2 miliardi ed 85 milioni di euro sono cash, liquidità. La gestione patrimoniale di questi beni, tuttavia, ha prodotto nel complesso sinora solo 57 milioni 884mila euro.

“Si tratterebbe - evidenzia l'Osservatorio permanente sulla sicurezza dell'Eurispes - di un' 'Iri 2' con il capitale più alto del capitale sociale di Eni, Enel, Assicurazioni Generali, Intesa San Paolo, Poste Italiane e Leonardo messi insieme. Una Holding articolata per settori di competenza affidati a manager di comprovata esperienza (come, ad esempio: immobiliare, produzione agroalimentare, agricoltura, distribuzione, servizi e ambiente). Certo - sottolinea - la valorizzazione di questo immenso patrimonio non sarebbe da subito disponibile per fronteggiare nell'immediato l'emergenza generata dall'epidemia da Coronavirus ma potrebbe rappresentare una delle risorse strategiche per uscire dalla crisi e rilanciare la nostra economia. Una simile opzione strategica metterebbe d'accordo anche i due orientamenti di pensiero che si fronteggiano da anni sul tema della vendita dei beni confiscati, polarizzandosi tra chi preferisce monetizzare il valore dei beni sequestrati e confiscati con finalità meramente contabili e chi, invece, destina a fini sociali i beni sequestrati e confiscati anche allo scopo di fornire alla collettività un segnale di virtù civica”.

La proposta arriva a ridosso del decimo anniversario di vita Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati che ha costituito indubbiamente un momento di grande avanzamento nell’architettura istituzionale ed amministrativa in questa materia. L’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata è stata istituita con decreto legge 4 febbraio 2010, n.4, convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 31 marzo 2010, n.50 (pubblicata in G.U. il 3 aprile 2010), oggi recepita dal decreto legislativo n.159 del 6 settembre 2011 (Codice Antimafia). L’Agenzia è un ente con personalità giuridica di diritto pubblico, dotata di autonomia organizzativa e contabile ed è posta sotto la vigilanza del Ministro dell’Interno. La creazione dell’Agenzia aveva come principale elemento innovativo l’introduzione di un’amministrazione dinamica dei patrimoni confiscati che snellisse e velocizzasse la fase di destinazione degli stessi, superando le carenze e le inefficienze della precedente metodologia di gestione.

Spiega il presidente dell'Osservatorio sulla sicurezza dell'Eurispes, il Generale Pasquale Preziosa: “L’esperienza pratico-applicativa ha evidenziato aspetti di particolare complessità che ingenerano difficoltà nell’azione giudiziaria ed amministrativa in questo settore. Si pensi, a mero titolo di esempio, alle aziende interessate dal sequestro giudiziario e dalla confisca che, spesso, conservano spiccata vitalità soltanto fino a quando sono nella disponibilità dei mafiosi – i quali garantiscono alle stesse accesso al credito, commesse, clientela. Tale vitalità, al contrario, in mancanza di una gestione improntata a canoni di imprenditorialità, rischia di scomparire del tutto. Il salvataggio delle imprese a conduzione mafiosa – industriali, edili e, in particolare, agricole – è quindi obiettivo decisivo se si vuole colpire, sia sul piano simbolico sia su quello concreto, un potere mafioso che appare altrimenti pervicace e pertinace nonostante gli interventi repressivi delle Istituzioni”.

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