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Roma
Coronavirus, turisti cinesi in fuga: così Roma perde 1,2 milioni al giorno

Coronavirus, i turisti cinesi in fuga da Roma. L'allarme della Uil Lazio: così la Capitale perde 1,2 milioni al giorno e 10 mila persone vedono il loro posto di lavoro a rischio.

 

Sono oltre 25 mila i cinesi stabilmente residenti nella nostra regione, circa 7 mila gli imprenditori e oltre 1,3 milioni le presenze turistiche nel Lazio lo scorso anno, ovvero circa il 6% del totale dei turisti stranieri. Questi alcuni dati elaborati dalla UIL del Lazio e dall’Eures sulla presenza cinese nel contesto romano e regionale.

Turisti che lo scorso anno sono aumentati del 2,5% rispetto al 2018 e che nel 98% dei casi hanno fatto tappa nella Capitale che rappresenta la città europea più ambita, dopo Parigi, e la meta più gettonata in Italia insieme a Venezia e Firenze. Un turismo quello cinese che è cresciuto del 17% negli ultimi dieci anni e che ha prodotto incassi elevati per il nostro Paese, visto che i cinesi spendono il doppio ad esempio degli americani. Percentuali che durante l’anno in corso sarebbero dovute aumentare ulteriormente per via di accordi siglati tra alcuni comuni italiani, i principali aeroporti nazionali e le maggiori agenzie di viaggio cinesi.

“Purtroppo però la diffusione del coronavirus, la cattiva informazione e la paura hanno messo in quarantena l’intera comunità cinese, anche quella residente da anni sul nostro territorio - commenta il segretario generale della UIL del Lazio, Alberto Civica - si è trovato un nuovo nemico da isolare, da ghettizzare. E lo si fa quasi sempre in maniera silente, boicottando le loro attività commerciali, allontanandosi dai luoghi maggiormente frequentati, evitando il contatto con chi, come tutti noi e forse di più, teme il dilagare il virus. Non avendo al momento un’origine scientifica certa, si dà addosso all’untore come se i cinesi, che abbiamo regolarmente frequentato negli anni per via degli acquisti convenienti o per una serata tra amici, fossero tutti appestati da tenere alla larga. Non si vuole certamente sminuire la gravità del nuovo virus e non spetterebbe a noi farlo, ma cercare di puntare sulla razionalità insita in ognuno di noi, sull’informazione che dovrebbe essere puntuale e scientifica e non affidata a commenti sui social. Inoltre, in termini economici, un crollo della loro economia comporta inevitabilmente un calo della ricchezza del Paese e della regione”.

Si stima infatti che le misure restrittive adottate, sia pur necessarie, comporteranno per il turismo della Capitale mancati introiti di 1,2 milioni di euro al giorno, ovvero 35 milioni in un mese e 425 su scala annua. Il calo dell’affluenza turistica avrebbe un forte impatto anche in ambito occupazionale: il crollo della domanda turistica cinese nella Capitale metterebbe infatti a rischio 10 mila posti di lavoro, con effetti devastanti sulla già fragile situazione occupazionale di Roma.

“Calo di cui certo non abbiamo bisogno - continua Civica - soprattutto in un anno in cui sono già stati persi 5 mila posti di lavoro e decine di aziende hanno dichiarato lo stato di crisi. Bene quindi la prevenzione, ma il costo dell’allarmismo rischia di generare un’ulteriore regressione culturale e di frenare la crescita di un settore a forte intensità di lavoro che soltanto negli ultimi anni ha recuperato le perdite dei lunghi anni della crisi”.

Nel 2019 i residenti di nazionalità cinese risultano in forte crescita, con un incremento nel Lazio dell’1,8% rispetto al 2018 e addirittura del 22% rispetto al 2015. Sebbene Roma sia la provincia più gettonata, è Rieti a registrare l’aumento percentuale più elevato lo scorso anno (+15%). I cittadini di nazionalità cinese rappresentano oggi l’8,4% del totale nazionale e il 3,7% del totale degli stranieri regolarmente residenti nella regione (683,4 mila unità; la percentuale raggiungeva il 3,3% nel 2015), rappresentando così la seconda comunità asiatica più presente nel Lazio, dopo i filippini, e la quinta in assoluto tra i residenti stranieri (la prima continua a essere quella rumena con oltre 230 mila residenti). Sono invece oltre 11 mila, secondo l’INPS, i residenti di nazionalità cinese che lavorano regolarmente nel Lazio, nel 55,8% dei casi si tratta di lavoratori dipendenti (6.217 unità in valori assoluti), una categoria eterogenea che comprende il comparto privato non agricolo, la manifattura, l’edilizia e i servizi (6.059 lavoratori di nazionalità cinese) e il lavoro domestico, nelle sue sottocategorie di collaboratore familiare e badante (157 unità).

Ben 4.777 sono invece i titolari di imprese artigiane e commerciali (imprese di pulizie e trasporti, parrucchieri, sartorie), senza considerare gli imprenditori commerciali “in senso stretto” (ovvero i titolari di imprese destinate alla produzione di beni e servizi) né i titolari di partita Iva. Un’occupazione, quella cinese, che nell’ultimo quinquennio ha registrato una crescita del 16,8%, determinata sia dai lavoratori dipendenti (+22,8%) sia dagli autonomi (+9,8%), che compensano la forte riduzione dei lavoratori domestici. Basse però appaiono le retribuzioni percepite che risultano inferiori non solo a quelle degli italiani ma anche a quelle degli altri lavoratori stranieri: circa 9,8 mila euro annuì, a fronte di 13 mila euro tra gli stranieri e a 21,7 mila euro degli italiani.

Particolarmente interessante è infine la loro presenza nel panorama dell’imprenditoria romana. Nel 2018 (ultimi dati disponibili) erano 6.926 gli imprenditori cinesi nella Capitale, con un incremento di circa 1.000 unità sul 2014 (+16,3%), collocandosi in terza posizione in termini di numerosità, dietro ai bengalesi (17.623) e ai rumeni (13.401 titolari d’impresa). A far la parte del leone è il settore della ristorazione dove si collocano al primo posto tra i lavoratori stranieri sul territorio capitolino e con le loro 1.290 imprese registrate arrivano a rappresentare il 18% del totale. In costante ascesa anche la presenza nel commercio (3.767 imprenditori) dove, tra le comunità straniere, sono secondi soltanto ai bengalesi.

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