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Roma

“E' legittimo il dubbio che Cucchi fosse stato già malmenato dai Carabinieri" prima del suo arrivo in tribunale. Lo afferma la III Corte d'Assise nelle motivazioni della sentenza emessa il 5 giugno scorso con cui ha condannato sei medici e assolto tre infermieri e tre agenti della polizia penitenziaria, nell'ambito del processo per la morte di Stefano, il giovane geometra romano arrestato il 16 ottobre 2009 dopo essere stato trovato in possesso di alcuni grammi di hashish e cocaina, e deceduto sei giorni dopo all'Ospedale Sandro Pertini.

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I giudici non entrano però nel merito della vicenda, soffermandosi soltanto a chiarire che Cucchi è morto per “sindrome da inanizione”, ovvero per malnutrizione. Nelle 188 pagine dell'atto i giudici affermano di “dover condividere le conclusione cui è giunto il collegio peritale, fondate su corretti, comprovati e documentati elementi fattuali cui sono stati esattamente applicati criteri scientifici e metodi d'indagine non certo nuovi o sperimentali, ma già sottoposti al vaglio di una pluralità di casi e al confronto critico degli esperti del settore”.
La “sindrome da inanizione”, è, infatti, “l'unica in grado di fornire una spiegazione dell'elemento più appariscente e singolare del caso, e cioè l'impressionante dimagrimento cui è andato incontro Stefano Cucchi nel corso del suo ricovero”. Secondo la Corte, non possono essere condivise le tesi delle difese secondo la quale il giovane sarebbe stato condotto alla morte da un'improvvisa crisi cardiaca, ma neanche quelle dei consulenti delle parti civili secondo cui il decesso si sarebbe verificato per le lesioni vertebrali. “Anche questa tesi – si legge nella sentenza – presta il fianco all'insuperabile rilievo che non vi è prova scientifico-fattuale che le lesioni vertebrali abbiano interessato terminazioni nervose”.

Per la morte del giovane la Corte ha condannato per omicidio colposo il primario del Pertini Aldo Fierro e i medici Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite, Silvia Di Carlo e Rosita Caponetti (per il solo reato di falso ideologico), e assolti gli infermieri Giuseppe Flauto, Elvira Martelli e Domenico Pepe, nonché gli agenti della Penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Domenici. L'attività dei medici “è segnata da trascuratezza e sciatteria”. Quanto alla posizione del primario, questi “non ha adempiuto a nessuno dei poteri-doveri che gli competevano in quanto dirigente sovraordinato. Al contrario, sia pure a causa dei suoi numerosi concomitanti impegni professionali, il cui svolgimento non lo esimeva comunque dal vigilare sull'operato dei medici, egli si è negligentemente disinteressato del paziente”.
L'atteggiamento non pienamente collaborativo di Cucchi, per il collegio non vale "ad esimere i medici da responsabilità per non essere stati in grado di formulare tempestivamente una corretta diagnosi e porre in essere delle terapie adeguate alla gravità del caso”. In merito alla posizione degli infermieri finiti sotto processo ma tutti assolti, “non era nelle loro facoltà di sindacare le iniziative dei medici alle quali risultano essersi attenuti”.

“Non è certamente compito della Corte indicare chi dei numerosi carabinieri che quella notte erano entrati in contatto con Cucchi avesse alzato le mani su di lui, e tuttavia sono le stesse dichiarazioni dei carabinieri che non escludono la possibilità di prospettare una ricostruzione dei fatti diversa da quella esternata da Samura Yaya”, il testimone gambiano giudicato inattendibile dalla Corte e che riferì di aver sentito un pestaggio nelle celle del tribunale di piazzale Clodio e di aver raccolto lo sfogo di Cucchi che gli mostrò una gamba sporca di sangue.
Per i giudici:  "Nulla di anomalo si era verificato al momento dell'arresto e fino alla perquisizione domiciliare. Se qualcosa di anomalo si era verificato, ciò può verosimilmente collocarsi nel lasso di tempo che va tra il ritorno dalla perquisizione domiciliare, verso le due di notte, e l'arrivo della pattuglia intorno alle 3,40, dovendosi ragionevolmente escludere che atti violenti fossero stati posti in essere dal Carabiniere che chiamò il 118 perché Cucchi non stava bene o dai Carabinieri della pattuglia che si erano limitati ad effettuare il trasferimento dell'arrestato da una caserma all'altra". Per la Corte d'Assise "in via del tutto congetturale potrebbe addirittura ipotizzarsi che Cucchi fosse stato malmenato dagli operanti al ritorno dalla perquisizione domiciliare atteso l'esito negativo della stessa laddove essi si sarebbero aspettati di trovare qualcosa, mentre il giovane aveva mantenuto una comprensibile reticenza circa il luogo dove realmente abitava".

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