Le tracce di repertate nel luogo in cui Simonetta Cesaroni fu uccisa non sono riferibili a Raniero Busco e non c’è alcuna certezza che i segni rinvenuti sul seno sinistro della ragazza siano attribuibili ad un morso. Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni con cui il 26 febbraio 2014 ha confermato l’assoluzione di Raniero Busco, ex fidanzato della vittima accusato del delitto.
Vi è una “mancanza di prova” che “fa cadere la certezza della presenza sul luogo del delitto dell’imputato condannato in primo grado a 24 anni di reclusione”. Nelle trenta pagine della sentenza, la I sezione penale della Suprema Corte afferma la “congruità e completezza della motivazione” della sentenza di assoluzione dell’imputato emessa dai giudici d’appello nonchè la sua “manifesta logicità”: le macchie di sangue trovate sul lato interno della porta dell’ufficio e sul telefono erano di gruppo sanguigno “A” e, quindi, appartenenti a “soggetto maschile diverso da Busco, il cui sangue è di gruppo 0”.
Per quanto riguarda invece il presunto morso sul seno, la Cassazione sottolinea che il “professor Carella Prada, l’unico professionista che aveva esaminato il cadavere, non aveva affatto affermato con certezza che quei segni fossero stati prodotti da un morso”. L’attribuibilità dei segni ad un morso è “un’ipotesi (non l’unica) e i pareri indicano una compatibilità – scrivono gli Ermellini – tra i segni sul corpo della vittima e la dentatura di Busco. Come si vede, si tratta di due passaggi diversi (attribuibilità dei segni a un morso; attribuibilità del morso a Busco) per nessuno dei quali viene espressa una certezza di carattere scientifico”.
Ci sono “punti oscuri niente affatto secondari” nella vicenda dell’omicidio della 21enne trovata morta negli uffici dell’Aiag in via Poma il 7 agosto del 1990, secondo i giudici della Suprema Corte che ricordano il “rinvenimento dell’agenda di Pietro Vanacore” all’epoca dei fatti portiere del condominio in cui avvenne il delitto, “fra gli effetti personali della vittima refertati sul luogo del delitto”.
Secondo gli Ermellini la sentenza di condanna emessa in primo grado nei confronti di Busco ricostruisce il delitto in maniera “suggestiva, ma ampiamente congetturale in ordine a vari aspetti” tra cui “l’effettuazione della telefonata da Simonetta a Busco all’ora di pranzo” del 7 agosto 1990, “il contenuto di tale telefonata, la conoscenza da parte di Busco del luogo dove Simonetta lavorava, la spontaneità della svestizione da parte della vittima, l’autore dell’opera di ripulitura della stanza, le modalità e i tempi di tale condotta, il movente dell’omicidio, la falsità dell’alibi da parte dell’imputato”.

